Soltanto due anni fa lo yen era sceso al livello più basso dell’ultimo ventennio. Adesso la valuta giapponese è improvvisamente tornata a rafforzarsi.
Per dare un po’ di contesto, lo scorso 23 gennaio è salita fino a portare il tasso di cambio con il dollaro intorno a 155,7, in crescita rispetto ai circa 140 registrato nel 2024. Cosa sta succedendo a Tokyo? Il rally è stato favorito dalla speculazione di possibili interventi da parte delle autorità giapponesi, nonché da segnali di coordinamento con gli Stati Uniti per intervenire sui mercati valutari.
Ma in termini concreti cosa vuol dire tutto questo? Un cosiddetto yen più debole mette a dura prova le famiglie nipponiche e aumentando i costi delle importazioni, dalle quali il Giappone dipende fortemente sia per l’approvvigionamento energetico che per quello alimentare; allo stesso tempo una simile condizione rappresenta una manna dal cielo per i profitti degli esportatori giapponesi e per i turisti che visitano il Paese.
Tornando al presente, l’ultimo rafforzamento dello yen ha generato due effetti: le azioni giapponesi sono crollate e i titoli di Stato a lungo termine sono saliti. Come ha scritto Bloomberg, gli investitori sono in guardia contro il rischio di un altro crollo del mercato obbligazionario giapponese.
L’allarme sull’economia del Giappone
L’allarme è risuonato forte e chiaro quando il governo nipponico ha riferito di vendere obbligazioni a 40 anni, una scadenza che si è dimostrata vulnerabile a brusche oscillazioni. L’asta andrà in scena circa una settimana dopo che i rendimenti dei titoli di Stato del Paese hanno raggiunto livelli record grazie al piano della prima ministra Sanae Takaichi di eliminare l’imposta sulle vendite di prodotti alimentari per due anni.
“Il rischio legato alla politica fiscale potrebbe aumentare ulteriormente”, hanno spiegato gli strateghi di Barclays Securities. “Se tali preoccupazioni dovessero riemergere, non si può escludere una pressione al rialzo sui rendimenti simile a quella della scorsa settimana. Dato il rischio di un brusco aumento dei rendimenti, sembrano probabili risultati delle aste deludenti”, hanno aggiunto gli analisti.
Attenzione però, perché un’asta debole potrebbe innescare una nuova vendita di obbligazioni a più lunga scadenza, che a sua volta potrebbe esercitare pressione sullo yen e aumentare le speculazioni su un intervento ufficiale sui mercati valutari a sostegno della valuta giapponese.
C’è un altro particolare non da poco da mettere sul tavolo. Gli investitori si stanno preparando a una maggiore volatilità in vista delle elezioni anticipate in Giappone dell’8 febbraio. Il più grande partito di opposizione, la Centrist Reform Alliance, ha promesso un taglio permanente delle tasse sui prodotti alimentari, alimentando i timori che la disciplina fiscale si indebolirà a prescindere dall’esito.
Situazione incerta
Detto altrimenti, non è un buon contesto per l’asta. Con l’esito delle elezioni e la direzione del taglio delle tasse sui prodotti alimentari ancora ignoto, è probabile che l’incertezza spinga gli investitori a un atteggiamento più cauto.
Nel frattempo, lo yen si aggira intorno al suo livello più forte da ottobre. E questo è accaduto dopo che i commenti dei funzionari giapponesi hanno alimentato le speculazioni su un possibile intervento del governo sul mercato per impedire alla valuta di riprendere a scendere.
Stando ad alcune indiscrezioni, capire come superare le elezioni senza far saltare i mercati starebbe causando non pochi problemi al governo di Takaichi e alla Bank of Japan.
L’Economist ha descritto un altro paradosso. Questo Paese ospita aziende di livello mondiale ma registra una crescita economica modesta. Il suo debito pubblico netto sul PIL, pari al 130% , è tra i più alti del pianeta, ma i suoi tassi di interesse sono tra i più bassi. E anche se la richiamata Bank of Japan li ha aumentati da -0,1% allo 0,75% negli ultimi due anni – una mossa che dovrebbe attrarre capitali avidi di rendimento e rafforzare la valuta - lo yen appare ancora debole. Un enigma, più che un paradosso.