Anche se frenata da un livello di spesa destinato all’Università più basso della media, in Italia la ricerca scientifica riesce a fare meglio di tanti altri in Europa. I risultati positivi però si traducono solo parzialmente in brevetti, ossia nello sfruttamento commerciale dei risultati: qui il nostro Paese resta indietro, soprattutto negli ambiti a maggiore crescita. In estrema sintesi, è questo il punto della situazione fatto recentemente dalla Banca d’Italia riguardo la filiera nazionale dell’innovazione, a partire dalla ricerca accademica in area STEM (acronimo di Science, Technology, Engineering, Mathematics).
Il record della Cina
Negli ultimi quindici anni la Cina si è affermata come primo paese per numero di pubblicazioni di qualità in area STEM, arrivando a superare il 35% di quota sul totale delle pubblicazioni nel mondo. Ciò ha provocato l’arretramento di Stati Uniti ed Europa, che risultano in entrambi i casi sotto il 20%. L’Italia, invece, pur rappresentando appena il 3% delle pubblicazioni STEM internazionali, si è mantenuta su livelli «pressoché stabili», perché mentre si intensificava l’ascesa cinese che ha ridimensionato il ruolo di Usa e Ue, il nostro Paese ha fatto registrare un «aumento significativo» delle pubblicazioni: di circa il 60% tra 2009 e 2023, in particolare nell’ambito delle scienze mediche.
Tutto questo, sottolinea la Banca d’Italia, è avvenuto nonostante il livello di spesa destinato in Italia all’istruzione terziaria sia piuttosto basso: circa l’1% del Pil, contro l’1,3% di media Ue e l’1,5% a livello Ocse. C’è quindi da chiedersi quali traguardi potrebbe raggiungere la ricerca scientifica italiana qualora fosse sostenuta da livelli di spesa superiori. Più fondi, suggerisce sempre via Nazionale, soprattutto «se concentrati negli atenei migliori, potrebbero fornire ulteriore impulso alla ricerca accademica di qualità».
Domande di brevetto in aumento
Nonostante il buon numero di pubblicazioni in area STEM, tuttavia spesso il lavoro italiano non si traduce in applicazioni pratiche, o quantomeno in misura decisamente inferiore rispetto ad altri paesi. Anche se le domande di brevetto presentate da richiedenti residenti in Italia sono aumentate del 22% tra 2015 e 2024 (comunque in linea con la crescita complessiva delle domande di brevetto all’European Patent Office), la Francia presenta un numero doppio di brevetti rispetto all’Italia e la Germania cinque volte tanto. I brevetti presentati dall’Italia sono quindi meno di quanto ci si potrebbe aspettare e si concentrano in pochi settori d’eccellenza, come la logistica, i trasporti e l’ingegneria civile, mentre rappresentano un numero residuale per informatica e comunicazioni digitali, ossia gli ambiti a maggiore crescita.
In Italia l’attività di brevettazione è molto concentrata. Nel 2024 le prime dieci imprese per numero di brevetti hanno presentato il 13% dei brevetti complessivi. È una tendenza, quella della concentrazione, comune a livello globale, e vale anche per l’innovazione universitaria, sviluppata in pochi poli d’eccellenza. Oltre al ritardo nella brevettazione, c’è quello più generale del basso livello di spesa per Ricerca e Sviluppo. Nel 2023, la spesa per R&S in Italia è stata pari all’1,3% del Pil, decisamente al di sotto della media europea (2,2%). L’Italia è anche l’unica tra le grandi economie europee ad aver ridotto l’incidenza della spesa per R&S al confronto col pre-pandemia.