Italia declassata da Standard & Poor’s: non è un paese per investitori

Simone Casavecchia

6 Dicembre 2014 - 08:57

Crescita del debito pubblico, bassa inflazione e un PIL che non migliora: per questo l’Italia è stata declassata dall’agenzia di rating Standard & Poor’s.

Italia declassata da Standard & Poor’s: non è un paese per investitori

Il rating sovrano dell’Italia scende da BBB a BBB-, mentre l’outlook sul nuovo rating rimane stabile. Questo in sintesi il giudizio che Standard & Poor’s ha emesso ieri sull’Italia, declassata a un livello prossimo a quello che gli analisti definiscono il «non investment grade», ovvero la soglia per cui un paese non è più appetibile per gli investitori.

Secondo l’agenzia di rating statunitense permangono in Italia delle debolezze strutturali che rendono del tutto incerta la sostenibilità di un debito pubblico che aumenta. In particolare, i fattori che preoccupano Standard & Poor’s sono

«le perduranti debolezze nell’andamento del Pil reale e nominale, inclusa l’erosione della competitività»

Per il triennio 2014-2017 il PIL italiano reale e nominale sono dati in crescita dello 0,5% e dell’1,2% (media annua) rispetto ai precedenti 1% e 1,9%. Si tratta di una stima motivata dal livello di inflazione molto basso e da un’economia che continua a rimanere ferma.

S&P taglia anche il rating sul breve periodo che, per l’Italia, passa da A-3 a A-2 mentre l’outlook sul nuovo rating viene mantenuto stabili. Queste stime sono motivate dalla convinzione che anche l’uscita dalla recessione potrebbe avvenire già nella prima parte del 2015, si confugura comunque una ripresa assai debole dove il PIL crescerà, nel 2015, solo dello 0,2%.

L’outlook viene mantenuto, invece, stabile perché il governo gode ancora della fiducia degli analisti internazionali, convinti che l’esecutivo riuscirà a varare, seppur lentamente, quel

«piano di riforme strutturali e di bilancio potenzialmente capaci di sostenere la crescita»

Un piano che si inserirà in uno scenario più ampio, quello europeo, dove la Bce continuerà a mettere in campo misure finalizzate a riportare l’inflazione a più vicini alla soglia del 3%.

Quel che più preoccupa S&P è, comunque, un’economia sotanzialmente ancora troppo debole che sta mostrando i suoi effetti non solo sull’andamento del PIL ma anche sull’abbassamento della competitività italiana, un altro fattore che ha influito sul giudizio dell’agenzia di rating americana.

«Un forte aumento del debito, accompagnato da una crescita perennemente debole e bassa competitività, non è compatibile con un rating BBB, secondo i nostri criteri».

Rispetto al rapporto emanato lo scorso Giugno è proprio la crescita del debito pubblico il fattore che ha preoccupato maggiormente S&P, dal momento che la sua crescita è stata stimata a quota 2.256 miliardi per il 2017, ovvero di 80 miliardi superiore rispetto alla stima precedente, con un aumento percentuale del 123,9% nel 2014 che passerà gradualmente (127% nel 2015 e 127,4% nel 2016) alla soglia del 126,8% nel 2017.

S&P ha infine notato che il rating italiano potrebbe essere nuovamente rivisto a ribasso, qualora il governo italiano non riuscisse a mettere in campo quelle riforme strutturali che dovranno, in primo luogo, riportare a uno scenario di crescita economica e consolidare le finanze pubbliche. L’attenzione è puntata soprattutto sulla riforma del lavoro e sulle rigidità di cui questo mercato, a detta dell’agenzia di rating statunitense, ancora soffre; altro elemento a cui viene data larga importanza, per l’elaborazione del rating, sono gli scambi commerciali, un fattore che solo di recente ha iniziato a godere di un certo miglioramento.