Questa settimana parliamo di un fenomeno che incontro sistematicamente nella mia attività professionale: l’assoluta inconsapevolezza, soprattutto da parte dei piccoli imprenditori, di alcuni «costi» sostenuti nel rapporto con la banca. Uno dei casi più emblematici riguarda i “giorni banca”, applicati nei finanziamenti per lo smobilizzo di crediti commerciali, meglio conosciuti come anticipi su fatture.
Si tratta di una forma di finanziamento basata sull’anticipo dell’importo delle fatture emesse. In pratica, se, a fronte della vendita di un bene o servizio, abbiamo una fattura emessa ma non ancora incassata, possiamo presentarla alla banca per ottenere un anticipo. L’importo sarà accreditato sul nostro conto corrente per un periodo di tempo prestabilito, solitamente pari alla durata concessa al cliente per effettuare il pagamento. Alla scadenza, avverrà l’operazione di “chiusura” e il relativo addebito dell’anticipo sul conto. Se il cliente paga prima della scadenza, possiamo estinguere l’anticipo; al contrario, in caso di mancato incasso, possiamo richiedere una proroga.
In teoria, possono essere presentate tutte le fatture emesse e non ancora scadute, ma la banca potrebbe rifiutare quelle emesse verso clienti ritenuti non affidabili, come aziende insolventi o protestate. Inoltre, la banca non anticipa mai l’intero importo della fattura, ma solo una percentuale, di solito compresa tra il 70% e l’80% e, aspetto fondamentale, nell’ambito della linea di credito concessa.
Quanto costa questa operazione?
Ed ecco il punto cruciale. In queste operazioni (come in molte altre, di cui parlo nel mio libro “Io so e ho le prove – 10 anni dopo”, uscito il 22 ottobre), i costi possono essere percepiti, ma raramente compresi appieno. Alcuni componenti di costo non appaiono infatti né sull’estratto conto né su un resoconto sintetico e possono essere individuati solo con un vero e proprio «gioco di caccia al tesoro». Purtroppo, le banche tendono a non fornire volontariamente queste informazioni.
Oltre agli interessi concordati con il cliente e all’eventuale tasso di mora per il mancato rispetto delle scadenze, ci sono altri costi legati a servizi come la “valuta” (per ogni fattura anticipata, la valuta applicata solitamente è il giorno precedente alla data di presentazione), la “commissione di incasso”, un costo per il servizio di incasso della fattura, calcolato a forfait o per singola fattura (mediamente 25 euro) e la “commissione di insoluto”, nel caso in cui la fattura non venga pagata alla scadenza, viene applicata una commissione, di solito intorno ai 4 euro per ogni insoluto.
Ma il vero furto? I “giorni banca”
Pochi sono consapevoli del «furto» che si cela nei cosiddetti «giorni banca», ovvero il numero di giorni aggiunti alla valuta di un’operazione bancaria per determinare i dati da cui iniziano a maturare gli interessi sull’operazione stessa. Questo numero di giorni influisce direttamente sugli interessi da pagare: più giorni vengono aggiunti, più alto sarà il costo dell’operazione per l’imprenditore.
Il calcolo degli interessi viene, infatti, effettuato su un numero totale di giorni che va dal momento della emissione della fattura (o di presentazione in banca, se successiva) fino alla sua scadenza. Più lungo è questo periodo, maggiore sarà il totale degli interessi. Ho visto banche aggiungere fino a 25 giorni banca, ma solo quando ero all’interno del sistema. Oggi, da consulente, devo spesso ricavare queste informazioni con metodi deduttivi, perché risultano introvabili nei documenti informativi forniti dalla banca.
È qualcosa che nemmeno l’Autorità Garante per la Concorrenza riesce a individuare e sanzionare, nonostante sia incaricata di vigilare sul rispetto delle normative, come quella sugli extraprofitti, che dovrebbe vietare alle banche di trasferire i costi della tassazione ai clienti finali.