INPS è in attivo? Sì, ma solo grazie a 165 miliardi dello Stato

Dimitri Stagnitto

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Il Rendiconto 2025 di INPS chiude con un utile di 4,5 miliardi, ma oltre un terzo delle entrate correnti dell’INPS arriva dalla fiscalità generale. Ecco cosa finanziano davvero quei trasferimenti e quanto pesano le pensioni in senso stretto.

INPS è in attivo? Sì, ma solo grazie a 165 miliardi dello Stato

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«INPS in utile», «conti in equilibrio», «sistema previdenziale solido». Sono i titoli che ogni anno accompagnano la presentazione del Rendiconto generale dell’Istituto. Anche il 2025 non ha fatto eccezione: risultato d’esercizio positivo per 4,5 miliardi e patrimonio netto salito a 42,8 miliardi.

C’è però un dettaglio che raramente finisce nei titoli: senza i 165 miliardi trasferiti dallo Stato, quei conti sarebbero profondamente in rosso. Una premessa necessaria: INPS non gestisce solo le prestazioni per le quali incassa contributi, pertanto un certo livello di sbilanciamento compensato dallo Stato è fisiologico, d’altro canto i numeri complessivi sono importanti e non troppo rassicuranti, specie se si considera che le aliquote contributive sono già spaventosamente alte e la struttura demografica del Paese (e la sua tendenza) sono quelle che tutti conosciamo.

Quanto entra e quanto esce

Nel 2025 le entrate contributive dell’INPS sono state pari a 294,2 miliardi, mentre le uscite per prestazioni istituzionali (pensioni, sostegno al reddito, famiglia, invalidità, assistenza) sono state pari a circa 425,6 miliardi. La sola spesa per pensioni previdenziali ha raggiunto i 325 miliardi.

La differenza la copre lo Stato, attraverso la GIAS, la Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali. Negli ultimi anni i trasferimenti sono stati:

  • 159,6 miliardi nel 2022;
  • 164,8 miliardi nel 2023;
  • 180,7 miliardi nel 2024;
  • 165 miliardi nel 2025.

In altre parole, più di un terzo delle entrate correnti dell’INPS non viene dai contributi, ma dalle tasse (o da nuovo debito pubblico).

Non è tutto «buco» delle pensioni

Come premesso, sarebbe però sbagliato leggere quei 165 miliardi come il deficit del sistema pensionistico. Una parte consistente finanzia prestazioni che con la previdenza non hanno nulla a che fare: sono politiche di welfare decise dal Parlamento e affidate all’INPS come ente pagatore.

Tra le voci principali:

  • invalidità civile: 23,6 miliardi nel 2025;
  • Assegno Unico per i figli: circa 20 miliardi nel 2025;
  • assegni e pensioni sociali: 6,7 miliardi;
  • sgravi contributivi per le assunzioni: passati da 15,9 miliardi nel 2015 a 24,2 miliardi nel 2025, dopo un picco di 42,4 miliardi nel 2024.

Queste sono spese assistenziali: lo Stato decide di sostenere famiglie, disabili, anziani poveri e occupazione, e lo fa con la fiscalità generale. Che i soldi passino dall’INPS è una scelta organizzativa, non un segnale di dissesto previdenziale.

Ma una parte è davvero deficit previdenziale

Detto questo, anche al netto dell’assistenza, i contributi non bastano a pagare tutte le pensioni. I trasferimenti coprono infatti anche:

  • le gestioni strutturalmente in deficit, a partire da quella dei dipendenti pubblici (ex INPDAP), che nel 2025 ha chiuso con un disavanzo di 21,1 miliardi nonostante 18,2 miliardi di prestazioni già coperte dalla GIAS;
  • le quote di integrazione al trattamento minimo, cioè la differenza tra la pensione maturata con i contributi e la soglia minima garantita;
  • gli oneri per pensioni anticipate e agevolazioni introdotte negli anni da varie leggi.

Il confine tra previdenza e assistenza, formalmente separato dal 1989, resta nella pratica molto sfumato.

Perché nel 2025 i trasferimenti sono calati

Il calo da 180 a 165 miliardi non segnala un miglioramento strutturale. È in larga parte un effetto contabile della legge di Bilancio 2025.

Nel 2024 il taglio del cuneo fiscale funzionava come esonero contributivo: i lavoratori pagavano meno contributi, ma la loro pensione futura non veniva toccata perché lo Stato rimborsava all’INPS la differenza. Erano trasferimenti in più.

Dal 2025 lo stesso beneficio è stato trasformato in uno sconto fiscale, applicato sull’IRPEF. I contributi sono tornati pieni, quindi lo Stato non deve più compensarli. Risultato: entrate contributive in forte crescita, trasferimenti in calo. La sostanza per le casse pubbliche è quasi la stessa, è cambiata solo la voce di bilancio su cui pesa.

L’utile e il patrimonio: numeri da leggere con cautela

Anche il risultato d’esercizio positivo va interpretato. Al netto delle assegnazioni alle riserve legali e al fondo di riserva dei Fondi di solidarietà, il 2025 si chiude in realtà con un disavanzo economico di 1,13 miliardi.

Quanto al patrimonio netto, la crescita da 35,3 a 42,8 miliardi dipende per 4,5 miliardi dal risultato d’esercizio e per 3 miliardi dalla riduzione del debito dell’INPS verso lo Stato per anticipazioni di tesoreria, prevista dalla legge di Bilancio 2022. Quando lo Stato converte quei prestiti in trasferimenti definitivi, il patrimonio migliora per decisione politica, non per merito della gestione.

Come leggere i conti INPS

La conclusione corretta non è che l’INPS sia «in rosso» né che sia «in utile». È che l’INPS è a tutti gli effetti un pezzo del bilancio pubblico: incassa contributi, riceve trasferimenti dalla fiscalità generale ed eroga prestazioni decise dal legislatore. Il suo equilibrio contabile è garantito per costruzione dallo Stato.

La domanda giusta, quindi, non è se l’INPS sia in attivo, ma quanto della spesa sociale italiana è finanziata dai contributi e quanto dalle tasse o dal debito, e se quella proporzione sia sostenibile nei prossimi decenni.

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