IA: la paghi anche se non la usi. L’Irlanda lo sta già dimostrando

Dimitri Stagnitto

4 Maggio 2026 - 07:38

In Irlanda i data center consumano già il 32% dell’elettricità nazionale e ogni famiglia paga in media cento euro in più all’anno per sostenerli. L’Italia è la prossima della fila.

IA: la paghi anche se non la usi. L’Irlanda lo sta già dimostrando

L’immagine, anche stavolta, è semplicissima: in Irlanda una famiglia media paga l’energia elettrica a circa 0,36 euro al kilowattora; il data center che le sta a fianco la paga 0,19€. La metà esatta. E nel solo 2024 quella stessa famiglia ha visto la bolletta gonfiarsi di circa cento euro, secondo l’analisi resa pubblica nel febbraio scorso dalle autorità di Dublino, proprio per finanziare l’infrastruttura che alimenta i server delle Big Tech (Cfr. l’inchiesta RTÉ Prime Time del 21 agosto 2025 e l’aggiornamento bonkers.ie del marzo 2026 sull’impatto dei data center sui costi elettrici irlandesi). Il dato che racchiude tutto è uno solo: i data center consumano ormai il 32% dell’elettricità irlandese, e nella sola area di Dublino sfiorano il 50% della domanda. Da queste due righe si ricava una verità che vale da ricordare: nella corsa all’intelligenza artificiale, il conto economico arriva anche ai consumatori che non utilizzano l’AI.

E qui sta la vera asimmetria del ciclo. Mentre il consumatore irlandese paga in modo perfettamente reale un sovrapprezzo perfettamente reale, Alphabet ha contabilizzato per il primo trimestre 2026 circa 28,7 miliardi di dollari di profitti — ovvero il 46% del suo «utile record di 62,6 miliardi» — non da Google, non dal cloud, non da YouTube, ma dalla pura rivalutazione contabile della propria quota in Anthropic dopo il round Serie G a 380 miliardi del 12 febbraio. Amazon ha fatto la stessa giocata, per circa sedici miliardi. Sono soldi che non passano per la cassa: sono solo numeri marcati a mercato su un asset privato il cui valore lo stabilisce, in larga parte, chi se lo iscrive a bilancio.

Il modello irlandese si chiama già Europa

Il problema non è confinato all’isola di smeraldo. La domanda elettrica dei data center europei è prevista in crescita da circa 100 terawattora nel 2022 a 150 entro fine 2026, secondo le proiezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia, in linea con un investimento atteso di circa 176 miliardi di euro in nuova capacità nei prossimi cinque anni nella sola Europa occidentale.
Tre città — Amsterdam, Londra, Francoforte — hanno data center che assorbono già fra un terzo e il 40% della domanda locale; Amsterdam e Dublino hanno semplicemente bloccato per moratoria le nuove autorizzazioni. ACER, l’agenzia europea dei regolatori dell’energia, ha quantificato in 4,3 miliardi di euro la sola congestione di rete del 2024.

E il conto, qui come a Dublino, lo paga chi resta sulla rete pubblica. Quando un hyperscaler costruisce la propria centrale di generazione on-site, smette di contribuire alle voci di costo che mantengono in piedi la rete condivisa: trasformatori, manutenzione, investimenti per la transizione, riserve di capacità. Quei costi non scompaiono, vengono semplicemente ridistribuiti su una base di utenti più piccola. È la formula classica con cui un nuovo soggetto economico si appropria dei benefici di un’infrastruttura collettiva senza sostenerne il peso.

E l’Italia? Lombardia in pole, e la bolletta come cassa

Sui report più recenti, il sistema elettrico italiano rischia già oggi di non reggere le tensioni di domanda dei prossimi anni. Terna ha contabilizzato a fine gennaio 2026 richieste di connessione per data center pari a circa 82 gigawatt complessivi, di cui oltre il 70% concentrato al nord e una buona metà soltanto in Lombardia.
Le stesse proiezioni dell’operatore di rete portano il consumo italiano dei data center da circa 7 terawattora nel 2024 a 20 nel 2030, vicino al 6% della domanda nazionale. Una parte di queste richieste è speculativa, ammette Terna stessa, ma anche depurando il dato il salto è di un ordine di grandezza in cinque anni.

Per reggere, l’operatore ha programmato per il quinquennio 2024-2028 un piano da circa 16,6 miliardi di euro di investimenti in rete — un record assoluto — di cui poco meno di 11 destinati esplicitamente allo sviluppo. La domanda che nessuno si pone con la dovuta crudezza è una sola: chi finanzia, in ultima istanza, questo piano? Una parte arriverà dal mercato, una parte dai ricavi tariffari di trasmissione regolati da ARERA, ma una quota tutt’altro che marginale finirà — come da meccanismo italiano — nel calderone degli oneri di sistema, che già oggi pesano per circa il 22% di una bolletta elettrica residenziale. È così che la corsa all’intelligenza artificiale viene spalmata sul cittadino italiano: come componente regolata, automatica, invisibile, e che non si negozia con il fornitore.

Il «nuovo feudalesimo» tecnologico, edizione 2026

D’altro canto, c’è chi obietta che l’Italia ha tutto da guadagnare a rincorrere i grandi hub europei: posti di lavoro, infrastruttura, indotto, sovranità tecnologica. Sono argomenti veri ma incompleti. I posti di lavoro creati direttamente da un data center hyperscale sono nell’ordine delle decine, non delle migliaia, e la parola «sovranità» suona curiosa quando il proprietario dell’infrastruttura sta a Mountain View o a Seattle e gestisce il carico computazionale dall’altra parte dell’oceano. Già oggi, peraltro, le Big Tech si stanno trasformando esse stesse in fornitori di energia, chiudendo accordi PPA su nucleare di nuova generazione e geotermico avanzato, sottraendo capacità rinnovabile al sistema collettivo per autoconsumo proprietario.

È esattamente lo schema che descrivevo nel mio libro Internet dopo internet: la rete che era un bene comune si trasforma in una piattaforma chiusa, e chi resta fuori paga il pedaggio per attraversarla. Stavolta il pedaggio si misura in kilowattora e arriva dentro la bolletta tre volte all’anno, senza che il cittadino sappia nemmeno perché.

In conclusione, il punto non è essere contro i data center: senza un’infrastruttura digitale solida l’Italia perderà un altro treno, come ne ha persi diversi negli ultimi vent’anni. Il punto è chi paga, e con quale criterio. Se i 16,6 miliardi di Terna finiscono caricati come oneri di sistema sull’utenza domestica e sulle piccole e medie imprese, mentre gli hyperscaler godono di tariffe industriali agevolate e accordi diretti coi produttori, stiamo replicando in casa nostra il modello Dublino: una rendita per pochi, una tassa per tutti. La regolazione tariffaria della rete elettrica italiana, e il modo in cui ARERA deciderà nei prossimi diciotto mesi chi sostiene gli oneri infrastrutturali della transizione AI, sono fra le decisioni economiche più importanti del decennio. Conviene prestarvi un’attenzione che, finora, non sembra aver ricevuto.