Gli sceicchi del greggio al tramonto: il prezzo del petrolio va a picco grazie allo shale oil

Brent e Wti ai minimi da anni. L’eccesso di offerta generato dalla produzione americana fa crollare i prezzi mentre Venezuela e Messico aumentano la loro quota di export verso gli Usa.

Il prezzo del petrolio continua a scendere. In due sedute il greggio ha perso oltre il 5%: il Brent ha toccato i minimi da 4 anni (82,08 $ al barile) mentre il Wti ha raggiunto i minimi da 3 anni a 75,84$ al barile.

Secondo gli analisti il crollo del prezzo del petrolio è dato da un eccesso di offerta: la spia è stata la ricomparsa del contango, cioè la situazione in cui il prezzo spot (a consegna immediata) è inferiore ai prezzi futuri previsti dai futures.

Inoltre, si suppone che l’eccesso di offerta sia stato generato dalla grande produzione di greggio da parte degli Stati Uniti, che in seguito alla rivoluzione dello shale gas sono riusciti a rendersi parzialmente autosufficienti dalle esportazioni di petrolio.

Le mosse dell’Arabia Saudita
Il prezzo del petrolio ha continuato a scendere nonostante le mosse di Riyadh, che dopo mesi di continui tagli ha rincarato i listini per i clienti asiatici ed europei, dipendenti dal petrolio saudita per l’80% di tutte le forniture. Solo per il mercato statunitense i prezzi sono rimasti scontati.

Negli Stati Uniti però gli investitori continuano a scommettere su un ribasso dei prezzi del greggio. Tutto l’opposto di quanto avveniva fino a qualche anno fa, quando lo spauracchio del peak oil, il picco produttivo del petrolio, spingeva i prezzi a rialzo.

La rivoluzione dello shale
E in effetti il peak oil è diventato realmente un ricordo lontano, perché oggi grazie allo shale oil americano per la prima volta è l’offerta a guidare il mercato. Se negli anni scorsi è stata la sempre maggiore domanda energivora a spingere a rialzo il prezzo, oggi l’abbondanza fornita dallo shale gas ha raffreddato il mercato e favorito una discesa dei prezzi.

Basti pensare che oggi la produzione di greggio americano si è assestata a 8,7 milioni barili al giorno, il massimo da trent’anni.

Ed ecco dunque la necessità da parte dei sauditi di abbassare i prezzi solo per gli Stati Uniti, storico partner energetico di Riyadh, per provare a recuperare in parte quel mercato. Anche perché ad agosto di quest’anno le importazioni di greggio saudita verso gli Usa hanno registrato il minimo dal 1998.

Tuttavia, è bene ricordarlo, a insidiare il greggio saudita in America non è tanto lo shale oil. Il petrolio di scisto non può sostituire quello saudita, perché troppo leggero. Semmai il problema è gli Stati Uniti preferiscono importare petrolio dal Canada, dal Venezuela e dal Messico.

E non a caso i due paesi sudamericani dell’Opec (l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio) sono stat la meta del viaggio del ministro del Petrolio saudita Ali al Naimi. Solo una coincidenza?

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Argomenti:

Brent OPEC Stati Uniti

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