Il G7 è stato un flop. Per il semplice motivo che la Cina può far saltare il Qe perenne

Mauro Bottarelli

14/06/2021

14/06/2021 - 14:56

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Al netto di un generico richiamo ai diritti umani, nulla di fatto. Non a caso, gli Usa hanno emanato un comunicato a parte. In compenso, il tallone d’Achille di Stati Uniti e Ue è platealmente emerso

Il G7 è stato un flop. Per il semplice motivo che la Cina può far saltare il Qe perenne

Il G7 è stato un totale fallimento. L’ennesima riunione omnicomprensiva che, alla fine, ha avuto come unico sbocco concreto il via libera sulla regolamentazione del green pass dal prossimo 1 luglio. Punto. Joe Biden è tornato in America con la sgradevole sensazione di chi pensava di trivellare un terreno ricco di petrolio, pronto a zampillare appena sfiorato e invece si è ritrovato a fare i conti con un buco. Ma nell’acqua. Francia, Germania e Italia hanno di fatto imposto l’agenda soft europea nei rapporti con la Cina, condannando gli abusi sui diritti civili ma riconoscendo il ruolo imprescindibile di Pechino nella lotta al tema prioritario dei cambiamenti climatici.

Certo, Mario Draghi ha annunciato la revisione degli accordi contenuti nel memorandum d’intesa siglato fra Italia e Cina nel 2019 ma questo non deve far gridare allo strappo. Primo, fra il dire e il fare c’è di mezzo il Pil. Secondo, mezzo mondo ha rivisto i propri accordi con Pechino in seno alla Belt and Road Initiative in ossequio a un incidente della storia chiamato Covid che ha cambiato le carte in tavola. In compenso, è stato proprio il presidente del Consiglio italiano a gettare la secchiata di acqua fredda più copiosa sulle intenzioni bellicose degli Usa. Perché, altrimenti, la delegazione americana avrebbe sentito il bisogno di diffondere un proprio comunicato finale, separato e precedente rispetto a quello comunitario, di fatto giudicando quest’ultimo insufficiente e frutto di un compromesso al ribasso?

I numeri italiani parlano chiaro. Gli scambi tra Pechino e Roma sono stati pari a 28,5 miliardi di dollari: 15,9 miliardi è stato il flusso di beni dalla Cina verso l’Italia, mentre il flusso inverso ha raggiunto i 12,6 miliardi di dollari. Ma più che i valori assoluti, è interessante evidenziare che non solo il totale dell’interscambio tra i due Paesi è cresciuto di oltre il 50% nei primi cinque mesi di quest’anno ma che le importazioni cinesi dall’Italia sono balzate di quasi il 75%. Il dato è sicuramente positivo, specialmente se confrontato con quelli relativi agli altri Paesi dell’Unione Europea (le importazioni da Germania e Francia sono aumentate rispettivamente del 34% e del 53%).

Con tutto il rispetto per i diritti degli Uiguri, un Paese con il 160% di rapporto debito/Pil e un crollo della crescita da pandemia che non si vedeva dalla Seconda Guerra Mondiale non può permettersi di isolare Pechino in base ai desiderata del Dipartimento di Stato. Almeno non alla luce di questi numeri. Certo, può promettere vaghe revisioni del memoradum. Ma niente più. Perché stando a dati ufficiali forniti dall’Associazione Italia-Cina, sono 1.700 le aziende del nostro Paese operanti nell’area continentale che diventano 2.000 contando anche quelle presenti a Hong Kong. Fatti, appunto. Ma non basta. Che il G7 si sia rivelato un fallimento lo dimostrano un altro paio di questioni, decisamente esiziali.

Primo, la metà abbandonante del tempo avanzato dalle photo opportunities in spiaggia, infatti, Boris Johnson l’ha passato alzando la posta delle regolamentazioni post-Brexit con gli ex partner dell’UE: il simposio della Cornovaglia, di fatto, passerà alle stelle per la guerra delle salsicce e dell’import/export di carne in generale. Roba da libri di storia, non c’è che dire. Secondo, se Pechino ha giocato la carta della minimizzazione, definendo il G7 un piccolo club che non può più permettersi di decidere a tavolino le sorti del mondo, occorre chiedersi in realtà quale fosse l’agenda iniziale di Gran Bretagna e Usa, visto il ruolo esorbitante giocato nelle battute finali del simposio dal segretario della Nato, Jens Stoltenberg, l’unico a dare soddisfazione a Joe Biden con la sua dichiarazione conclusiva: I leader dell’Alleanza dichiarano le ambizioni della Cina una sfida sistemica.

Insomma, quello che doveva essere un vertice politico con grandi priorità in agenda si è tramutato - in maniera raffazzonata, quantomeno per salvare le apparenze - nella versione balneare del Dottor Stranamore. Perché tanto livore, quasi a livello di sinofobia patologica? Lo mostrano forse questi due grafici,
Flop1 Fonte: Bank of America
Flop2 Fonte: Matthews Asia/CEIC
di fatto la rappresentazione plastica di quelle ambizioni cinesi che la Nato ha ufficialmente classificato come minaccia strutturale da contrastare. Preso atto che negli anni del boom globalista, la Cina abbia realmente abusato di pratiche non ortodosse (dumping valutario, fiscale e salariale, politiche ostruzionistiche su dazi e tariffe), oggi Pechino viaggia su livelli di investimento in ricerca e sviluppo che hanno superato per la prima volta quelli statunitensi. E avanti di questo passo, solo nel 2025 il gap sarà diventato di 304 miliardi a favore del Dragone. Dagli 8 attuali.

Ma ecco che la seconda immagine sembra ridimensionare pesantemente gli argomenti di chi vede nella Cina unicamente il regno della concorrenza sleale e della contraffazione: l’America a partire dal 2000 è stata infatti ben contenta di incassare miliardi in royalties dalla Cina. Tradotto, ha letteralmente svenduto per denaro la propria egemonia nel campo della proprietà intellettuale. Subito dopo il boom - inteso in entrambe i sensi - del comparto tech a cavallo del cambio di millennio. All’epoca la Cina non era forse già comunista, autoritaria e poco incline al rispetto pedissequo dei diritti umani? Repressione in Tibet e fatti di piazza Tienanmen erano già avvenuti. Mao-Tso Tung aveva già compiuto la sua Lunga marcia. E persino Hong Kong era già tornata sotto controllo di Pechino da tre anni. Gli yuan, però, facevano più gola.

A Washington si erano forse distratti. Il problema è altro. E giustifica a pieno il fallimento in cui è incorso il G7, vittima della sua stessa, paradossale disperazione da fine pandemia. E sta tutto nelle parole contenute nell’intervista rilasciata sempre nel weekend da Christine Lagarde alla versione europea di Politico, sintetizzabili alla perfezione in questi concetti: E’ troppo presto per aprire un dibattito sulla fine del Pepp, la Bce spera di presentare una revisione della sua strategia alla fine dell’estate. Tradotto, siamo in trappola e speriamo che da qui alla fine di settembre (voto in Germania) qualcosa o qualcuno ci tolga dalle sabbie mobili del Qe perenne. Nel frattempo, si calcia il barattolo in avanti. In attesa della Fed.

Di fatto, volendo sposare la moda attuale della libera interpretazione delle conclusioni e del sentiment presente al G7, si viene colti da un dubbio. Non sarà che l’aggressività dell’impostazione Usa contro Cina e Russia sia frutto di preoccupata invidia? Questi due grafici
Flop3 Fonte: Bloomberg/Zerohedge
Flop4 Fonte: Bloomberg
mostrano come, a differenza dell’Occidente, un campione del mondo assoluto di stimolo monetario come il Dragone sia ampiamente in modalità di tapering, tanto da aver visto il proprio impulso creditizio virare in negativo già a metà maggio. Dal picco, sono passati solo sette mesi. Normalmente l’arco temporale nella serie storica era di 9-10 mesi. E l’impatto a livello globale di questa contrazione della liquidità cinese di solito si sostanzia con 6 mesi di ritardo: guai di fine anno in vista?

Con la creazione di massa monetaria M2 cinese che su base annua ha segnato un +8,1% contro le attese del +9,2% e appena al di sopra del minimo storico dell’8,0%, il rischio al riguardo è alto. La Russia, nel frattempo, l’11 giugno ha alzato per la terza volta di fila i tassi di interesse, ora al 5,5%, come risposta all’accelerazione globale dell’inflazione. Preannunciando, oltretutto, altri possibili ritocchi nei mesi a venire. Tenendo conto delle elevate aspettative di inflazione, il saldo dei rischi si è spostato significativamente verso quelli pro-inflazionistici, si leggeva nel comunicato delle Banca centrale russa. Praticamente, l’archeologia monetarista in un mondo di Mmt e Qe perenne. E la negazione in nuce della presunta transitorietà dell’aumento dei prezzi, mantra tranquillizzante della Fed.

Non sarà che Cina e Russia abbiano capito come la necessità strutturale di stimolo monetario sia il vero, grande tallone di Achille di Usa e Ue e la loro messa in discussione della stamperia globale sia il reale motivo di tanta aggressività - a tratti parossistica, sintomo di incombente precipizio nel panico - da parte del mondo libero occidentale?

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