Engagement e società quotate: cinque miti da sfatare

Molti dei miti sull’engagement delle società quotate poggiano su fondamenta meno solide del previsto. Se ne è occupato Will Pomroy, Lead Engager del fondo azionario Hermes SDG Engagement Equity Fund

Engagement e società quotate: cinque miti da sfatare

Esistono molti falsi miti sull’engagement e sulla reale volontà di cambiamento delle aziende quotate in Borsa.

Molti di questi miti sull’engagement delle società quotate, in realtà, poggiano su fondamenta meno solide del previsto. Se ne è occupato Will Pomroy, Lead Engager del fondo azionario Hermes SDG Engagement Equity Fund, che in una nota pubblicata questa mattina ha preso in considerazione 5 di questi falsi miti ed ha spiegato il perché sono da sfatare.

Mito 1: Le aziende “sporche” non saranno mai completamente pulite

Alcuni ritengono che l’attività di engagement con le aziende cosiddette “sporche” sia destinata a fallire, data la natura stessa del loro business. Il nostro approccio d’investimento, tuttavia, si rivolge alle aziende che hanno margini di miglioramento e la capacità di avere un impatto tangibile positivo sulle comunità in cui operano. Dal nostro punto di vista, senza alcuna eccezione, siamo esposti a settori “sporchi” come quello chimico, minerario, dell’esplorazione e produzione di petrolio e gas, e le aziende che identifichiamo non mostrano punteggi eccezionalmente alti nelle classifiche dei rating ESG delle società di ricerca. Ma fare engagement con queste aziende è proprio quello che si richiede agli investitori e finora abbiamo registrato risultati incoraggianti.

Ci sono alcuni settori o aziende in cui l’attività di engagement si rivelerà probabilmente inutile e altri in cui è molto improbabile sia in grado di contrastare gli effetti dannosi dei prodotti sottostanti. In generale, tuttavia, consideriamo ogni azienda caso per caso, valutando sia i fattori buoni sia quelli cattivi e, soprattutto, la loro capacità di migliorare. Ad esempio, non consideriamo off limits tutte le società nell’oil&gas, ma siamo consapevoli che la produzione fossile a basso costo rimane necessaria nel breve e medio termine e che molte di queste società hanno la capacità, come quelle nel settore minerario, di trasformare radicalmente le regioni spesso isolate e non sviluppate in cui operano.

Mito 2: Solo le grandi aziende possono influenzare il cambiamento

Data la loro dimensione spesso globale, le grandi aziende sono più facilmente in grado di influenzare e portare avanti i cambiamenti. Tuttavia, se vogliamo raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite entro il 2030, non sono solo le grandi imprese a dover giocare la loro partita, ma anche le società di tutte le dimensioni, gli investitori, i governi e i cittadini. Gli investitori spesso danno per scontato che le piccole imprese siano forse meno avanzate in termini di sostenibilità e che portino avanti una limitata attività di engament con gli azionisti, le ONG e la più ampia comunità degli stakeholder. In realtà, e a differenza delle società più grandi, nella migliore delle ipotesi, le più piccole sono in grado di cogliere e rispondere a un problema più rapidamente, sopravanzando i competitor di più grandi dimensioni.

Molti manager e membri del consiglio di amministrazione hanno condiviso la nostra opinione secondo cui fare bene facendo del bene apra spesso le porte a un successo sostenibile di lungo termine. La maggior parte delle aziende, tuttavia, si trova ad affrontare sfide commerciali immediate e complesse che possono ostacolare i loro tentativi di fare del bene con queste buone intenzioni. Le aziende più piccole, in particolare, faticano nel dare concretezza alla propria volontà di cambiamento, a causa della mancanza di risorse e delle esigenze di performance di breve termine imposte dal mercato. Nel corso del 2019 cercheremo di sfruttare molte di queste prime conversazioni positive per trasformarle in obiettivi ambiziosi focalizzati sui risultati, passando dalla gestione dei rischi ambientali, sociali e di governance (ESG) alla generazione di un impatto tangibile positivo.

Mito 3: Per ottenere benefici sociali bisogna sacrificare i ritorni finanziari

L’impact investing non è un gioco a somma zero. Crediamo infatti che le aziende più consapevoli della propria responsabilità nei confronti della società saranno ricompensate con una maggiore fedeltà al marchio, dipendenti più motivati e sviluppo di prodotti più innovativi e, in ultima analisi, garantiranno una sovraperformance degli investimenti.

La nostra strategia d’investimento ha il duplice scopo di offrire rendimenti interessanti e un impatto misurabile nel mondo reale. Il nostro obiettivo è quello di raggiungere sia i tradizionali obiettivi di performance finanziaria sia i cambiamenti sociali e ambientali positivi, impegnandoci con le aziende per contribuire al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, contribuendo così a garantire la sostenibilità di tali rendimenti in futuro. L’attività di engagement con le aziende sugli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite fornisce agli investitori preziose informazioni sui rischi di investimento e sulle opportunità commerciali a lungo termine, oltre a rispondere a domande fondamentali per la sostenibilità intrinseca di un’azienda. Dobbiamo sfatare il mito secondo cui investire in modo sostenibile significhi sacrificare i rendimenti e vedere invece una combinazione in grado di offrire interessanti opportunità di investimento.

Mito 4: Solo le aziende dei paesi sviluppati sono ricettive al cambiamento

Con i numerosi codici di stewardship e di governance esistenti nei Paesi sviluppati, e la costante pubblicazione di una legislazione volta ad aumentare gli standard, è facile capire perché alcuni investitori possano ritenere che solo i Paesi sviluppati siano ricettivi al cambiamento. Da quando abbiamo iniziato l’attività di engagement, abbiamo notato quanto il management di aziende sui mercati emergenti sia disposto ad ascoltare la nostra voce. Più in generale, la sostenibilità è passata rapidamente da un possibile elemento da considerare a qualcosa di necessario. Si è passati da un tema da discutere con l’ufficio legale a un punto all’ordine del giorno del consiglio di amministrazione.

Nel contesto degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite c’è un altro punto da considerare, e cioè che sono le stesse imprese con sede nei mercati sviluppati ad avere un interesse verso gli emergenti, sia attraverso una controllata che una produzione esternalizzata, la catena di approvvigionamento o eventualmente come mercato di sbocco per i loro beni o servizi. Questo ci permette quindi di stimolare indirettamente un cambiamento positivo nei mercati emergenti attraverso la nostra attività di engagement su operatori nei mercati sviluppati.

Mito 5: Il modo migliore per avviare il cambiamento è un approccio attivista

Possiamo realizzare il cambiamento in modo credibile e quindi avere un impatto con le società quotate in Borsa solo attraverso l’engagement. Qualsiasi strategia di engagement di successo richiede tuttavia l’accettazione da parte della direzione e del board dell’azienda stessa. Il nostro approccio è quello di trattare le società come partner piuttosto che come “antagonisti”. Senza condivisione, qualsiasi successo può essere di breve durata e quindi insostenibile.

La nostra comprensione dell’effettivo coinvolgimento degli azionisti si è sviluppata nel corso degli anni. A nostro avviso, il dialogo con i membri del board e con il management è più efficace rispetto al mero esercizio del potere di voto (anche se talvolta questo può talvolta aiutare). Ciò che conta maggiormente è la forza delle nostre tesi, non il nostro peso in assemblea. Grazie all’engagement, possiamo dare al management il sostegno per essere coraggiosi e fantasiosi nello sviluppo di relazioni reciprocamente vantaggiose con gli stakeholder.

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