Energia: lo shale oil made in Usa mette in crisi l’Arabia Saudita. Ecco il nuovo panorama mondiale del petrolio

Esportazioni ai minimi da tre anni e produzione in calo: il petrolio arabo scopre improvvisamente la concorrenza americana. Pesa anche la bassa crescita di Europa e Cina.

La rivoluzione dello shale oil americano sta cambiando il panorama mondiale del mercato del petrolio ed oggi, uno storico produttore di oro nero come l’Arabia Saudita, sta soffrendo la concorrenza del petrolio di scisto made in Usa.

E’ questo quanto emerge dal report dell’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), secondo cui, oltre a perdere quote di mercato negli Stati Uniti, il petrolio saudita fatica a conquistare nuovi clienti in Europa e in Cina.

Si legge nel report:

«Negli ultimi anni la crescente produzione di petrolio leggero negli Usa ha fatto diminuire l’importazione di greggi dell’Africa occidentale e questi si stanno ora spostando verso l’Asia. Un cambiamento simile sembra che stia cominciando ad avvenire per l’export saudita».

Secondo le statistiche fornite dall’Aie, negli ultimi quattro mesi dell’anno gli Usa hanno acquistato meno petrolio da Riyadh: dall’1,4 milioni di barili al giorno (mbg) acquistati di media fino a maggio, nel periodo estivo gli Usa ne hanno acquistato un solo milione al giorno di media.

Ma non solo, perché è tutto l’export saudita che sta attraversando una fase di crisi, visto che le esportazioni di Riyadh sono da mesi sotto la soglia dei 7 mbg, i volumi più bassi da tre anni a questa parte.

Produzione in calo
La conferma del calo arriva anche dal bollettino mensile dell’Opec, visto che Riyadh stessa aveva comunicato mercoledì di aver ridotto la produzione di 400mila bg in agosto.

Secondo il report Aie, oltre alla diffusione del petrolio di scisto, sul calo delle esportazioni saudite pesa anche il rallentamento economico in Europa ed in Cina:

"Il recente rallentamento della crescita della domanda è semplicemente notevole. Una frenata che dipende da un Eurozona pericolosamente vicina alla deflazione, ma anche dalla Cina, i cui consumi di petrolio potrebbero non crescere più del 2% quest’anno”.

Peer questo lL’Aie ha quindi ridotto di nuovo le stime sulla domanda mondiale, che ora è vista crescere di soli 900mila bg nel 2014, a fronte di un incremento della produzione non Opec di 1,6 mbg.

L’impatto sui mercati
La diffusione del rapporto ha favorito un ulteriore ribasso del Brent, spingendolo fino a 96,72 $/bbl, il minimo da due anni, prima di chiudere invariato a 98,08 $.

Secondo il ministro saudita del Petrolio Ali Al Naimi, tuttavia, non è opportuno preoccuparsi ed ha escluso la necessità di un vertice straordinario dell’Opec prima di quello in programma a novembre:

“I prezzi fluttuano sempre, questo è normale, non c’è niente di cui preoccuparsi”.

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