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di Antonella Coppotelli e Glauco Maggi

Donald Trump, sei mesi dopo e già non fa più notizia

Glauco Maggi

7 giugno 2021

Donald Trump, sei mesi dopo e già non fa più notizia

Non è più tempo per la stampa mainstream americana di sobillare l’opinione pubblica contro l’ex presidente.

Quarantatré righe a pagina 15, articoletto su una colonna del New York Post, il quotidiano che era stato il più vicino a Donald Trump nella sua campagna per la rielezione un anno fa. L’ex presidente era stato intervistato il giorno prima, su una televisione di nicchia conservatrice, Newsmax, da un commentatore ex famoso, Dick Morris, la cui influenza oggi è ridotta al pubblico di trumpiani irriducibili che segue Morris sul suo sito.

Trump ha attaccato Biden per come il nuovo presidente ha stravolto le sue politiche sull’immigrazione clandestina da sud: “Sta distruggendo il paese”, ha detto. E ha aggiunto tante altre cose su come lui, Trump, aveva lavorato proficuamente “con altri stati, Guatemala Honduras El Salvador e Messico… e questa gente dovrebbe stare in Messico… e non dovrebbero poter entrare nel nostro Paese…” e blablabla… Parole vere o non vere? Contestabili o perfettamente descrittive della realtà?

Lo schieramento dei media

Non è questo il punto. Il punto è che nessuna televisione maggiore e nessun altro quotidiano di rilievo abbia dato spazio all’uscita di Trump. Siamo all’inizio di giugno e già non se lo fila più nessuno. Questo è un indizio che il suo irrimediabile declino è in corso, anche se lui si sbatte per la sopravvivenza chiuso nel suo ufficio di Mar a Lago. La sua stella si era spenta nella notte della sconfitta ai seggi sette mesi fa, e poi lui aveva provveduto ad eclissarla per sempre con la disgraziata sceneggiata del 6 gennaio a Capitol Hill, quando un suo ennesimo discorso sulle elezioni (solo secondo lui) rubate aveva indotto poche migliaia di fans in maschera a irrompere nel parlamento, riunito come previsto per sancire la vittoria di Biden. Già in passato avevo ribadito il concetto: “Il futuro del GOP è senza Donald Trump”.

Allora erano in tanti, soprattutto e significativamente a sinistra, a coltivare la speranza che i seguaci di Trump non lo avrebbero abbandonato. Dicevano che i 74,2 milioni di voti del novembre 2020 si sarebbero conservati sottovuoto per lui fino alle primarie del 2024. Ma, anche, che i milioni in più raccolti da Biden (82,2), scialbo per quanto fosse ma senza chiamarsi Trump, avrebbe garantito un’altra sconfitta per i repubblicani alle presidenziali del 2024. La speranza era, ed appare sempre più chiara con il trascorrere del tempo e l’evolversi del clima politico, male riposta.

I 74 milioni di voti dei repubblicani, conservatori, operai democratici e indipendenti che andarono a Trump non erano, perché non lo sono mai in politica, una cambiale in bianco e senza scadenza. Sicuramente nessuno di quei 74 milioni di americani voleva un Democratico alla Casa Bianca. Era tutta gente che disprezzava le idee politiche di Biden, Bernie Sanders o Elizabeth Warren. E che apprezzava, nel merito, le idee realizzate dall’amministrazione repubblicana nel quadriennio:

  • dalle tasse e dalle regolamentazioni tagliate alla disoccupazione ai minimi record;
  • dagli storici Patti di Abramo tra Israele e gli Arabi al Muro e al sostanziale stop alla immigrazione clandestina dal sud;
  • dalla filosofia law & order alla difesa della vita e della libertà religiosa.

Senza mettere in conto la reazione generale del Paese a quello che avrà fatto nei prossimi 3 anni e mezzo Biden (nel male o nel bene, vedremo) una percentuale di quei 74 milioni si è già convinta che Trump sarebbe il cavallo sbagliato. Quanti? Non si sa.

Perché Trump ha perso consenso?

Semplicemente, perché ha mostrato di aver perso una gara che avrebbe dovuto vincere. Inutile ripercorrere i difetti, i vizi, gli errori auto-generati che hanno prodotto la sua disfatta personale. Utile è invece ripartire dall’ottimo risultato dei repubblicani in Congresso, che hanno limitato a 6 seggi il distacco alla Camera e pareggiato 50-50 in Senato.

Eppure era una elezione che nelle speranze di Nancy Pelosi (speaker della Camera, DEM) e Chuck Schumer (capo dei senatori DEM), e dei loro sondaggisti, avrebbe dovuto decimare il GOP. In sostanza, il GOP come partito è invece andato in controtendenza rispetto al suo stesso presidente. E questa è una realtà di fatto che ha abbondantemente contribuito ad appannare l’aureola di Trump, e che continuerà ad erodere il suo prestigio. E il suo seguito.

Le falangi di irriducibili, certamente, non spariranno dall’oggi al domani. Ma la convinzione che sta prendendo forza nel mainstream repubblicano è che Donald sarebbe ormai un sicuro sinonimo di sconfitta. Forse Facebook e Twitter, che tifano spudoratamente per i liberal e la sinistra e non lo nega più nessuno, hanno fatto un calcolo sbagliato nel chiudere a Trump il palcoscenico che lo aveva lanciato alla massima notorietà.

Forse, con le sue sparate notte e giorno, il Trump sconfitto avrebbe catalizzato l’attenzione dei media più a lungo e avrebbe mantenuto un rapporto più stretto con i suoi elettori nostalgici. Forse avrebbe conservato quella visibilità indispensabile per non sparire dal cono dell’interesse nazionale e avere più chance di affermarsi in politica, e in concreto di avere una chance nelle prossime primarie repubblicane del 2024. E, vincendo la nomination, di bissare il fallimento del 2020 nel paese. Non esiste la controprova. Quanto rumore avrebbero fatto i suoi tweet sguaiati in febbraio, marzo, aprile, maggio di quest’anno, in competizione con i 6 trilioni del budget di Biden?

Ma, soprattutto, che effetto avrebbero avuto contro l’agenda su cui sono sempre più concentrati i media liberal? New York Times, Washington Post, CNN etcetera si sentono investiti nella missione di proteggere l’amministrazione Democratica e di valorizzare l’operato di Biden, a prescindere. Non è più il tempo, pre 2020, di eccitare l’opinione pubblica montando la tensione politica. Di diffondere la “sindrome anti Trump” quasi fosse una malattia psicologica. E di sfruttare la pandemia, il virus venuto dalla Cina, contro un presidente che ‘doveva’ perdere. Per i giornali ora è la stagione della “normalità’” e della “unità”, due slogan senza corrispondenza con quello che vediamo succedere nella politica reale, il tutto a favore di un presidente ‘amato’ che deve rivincere. Lui o il suo partito, comunque.

In conclusione. I Democratici stanno perdendo l’illusione di poter tenere in vita Trump e di farne uno ‘spaventa-elettori’: per vincere stavolta dovranno avere un candidato DEM valido di suo. I dirigenti e gli strateghi del GOP, compresi i candidati in pectore che hanno in animo di correre (ce ne sono tanti, e ne parleremo presto), confidano che il tempo giochi a favore di un naturale dissolversi, non lacerante e non traumatico, della prospettiva di un Trump “ricandidato”. Sanno di non poter vincere con lui sulla scheda. Ma sanno anche che non ce la farebbero se Trump si opponesse frontalmente ad un candidato repubblicano diverso da se stesso.

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Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali

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