Desmond Tutu, chi era il simbolo della lotta contro l’apartheid

Giorgia Bonamoneta

26 Dicembre 2021 - 12:44

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È morto Desmond Tutu, simbolo della lotta (nonviolenta) contro il razzismo e il fenomeno longevo dell’apartheid. Chi era Desmond Tutu e per cosa sarà ricordato il premio Nobel per la Pace?

Desmond Tutu, chi era il simbolo della lotta contro l'apartheid

È morto Desmond Tutu, l’arcivescovo sudafricano divenuto simbolo, insieme a Nelson Mandela, della resistenza contro l’apartheid. Tutu rappresentava la lotta nonviolenta e uno degli esempi di questa è la sua presidenza alla Commissione per la Verità e la Riconciliazione (Tcr) creata nel 1995.

Un fardello che portò per anni quello del tribunale non violento, che consegnò a mondo tutta la verità sulle atrocità commesse da parte dei bianchi nei confronti della maggioranza (ma di fatto una minoranza) della popolazione non bianca.

Desmond Tutu, dopo una ventennio lontano dalle scene per colpa di una diagnosi di tumore alla prostata, viene ricordato in queste ore con profondo affetto. “A nome di tutti i sudafricani, (Ndr. esprimo) profonda tristezza per la morte, avvenuta domenica, di una figura essenziale della storia del Paese”, ha annunciato il presidente Cyril Ramaphosa.

Chi era Desmond Tutu: biografia

Desmond Tutu non era solo una persona, per moltissimi era diventato il simbolo della resistenza e della lotta nonviolenta contro il razzismo dei bianchi in Africa. Cerchiamo di percorrere brevemente, per quanto possibile, la vita dell’arcivescovo sudafricano.

Desmond Tutu nacque il 7 ottobre del 1931, a Klerksdorp, una città rurale considerata tra le più sicure del Sudafrica, con circa 100 mila abitanti a meno di 200 km da Johannesburg. La famiglia di Tutu era di modeste condizioni, ma comunque riuscì a studiare fino a un grado elevato. All’inizio voleva diventare insegnante, ma l’incontro con la religione lo portò a cambiare e a decidere di diventare prete.

La decisione lo portò a studiare all’estero, per esempio a Londra dove si concentrò negli anni Sessanta sullo studio della Teologia. Dopo una rapida carriera ecclesiastica, Desmond Tutu si interessò ben presto ai diritti umani. Un interesse che, visto il contesto storico e geografico, lo portarono ben presto a diventare uno dei protagonisti della lotta contro l’apartheid.

Cos’è l’apartheid?

Rispondere non è semplice, per questo ci affideremo a una definizione breve, che serve per comprendere le azioni e la volontà di Desmond Tutu.

Apartheid è un termine coniato nell’Unione Sudafricana (dal 1961 Repubblica Sudafricana) per indicare la politica di segregazione razziali in atto dal 1948 al 1994. Il termine “apartheid” significa letteralmente “separazione”, cioè quella che esisteva tra una maggioranza di potere, ma minoranza di fatto (15%) della popolazione bianca e la “minoranza” dell’85% del resto della popolazione.

Desmond Tutu e la lotta nonviolenta contro il razzismo

Il percorso di Desmond Tutu lo porta a combattere contro il razzismo in una forma di resistenza nonviolenta. Sostenne, per esempio, le sanzioni internazionali nei confronti dei Sudafrica per fare pressioni sul governo e garantire un riconoscimento dei diritti umani.

Si mantenne lontano dalla politica, anche del movimento di liberazione del quale faceva parte Nelson Mandela, con cui però condivideva la visione sulla necessità di pari diritti per tutti.

Come arcivescovo di Johannesburg, e in seguito di Città del Capo, si dedicò a numerose iniziative contro l’apartheid. Un impegno che venne premiato nel 1984 con il conferimento del premio Nobel per la Pace.

Desmond Tutu dopo le elezioni di Mandela

Nel 1990 Nelson Mandela venne scarcerato e nel 1994 divenne presidente. Desmond Tutu venne nominato presidente della commissione che indagò sulle discriminazioni compiute durante l’apartheid. Il tribunale divenne il luogo di racconto e perdono, sempre in direzione nonviolenta.

Tutu si ritirò dalla politica e dalla scena pubblica alla fine degli anni Novanta, quando gli venne diagnosticato un tumore alla prostata. Non smise di criticare determinate politiche o di farsi portavoce di necessari cambiamenti, come quando nel 2015 aderì a un’iniziativa per chiedere il passaggio alle fonti di energia rinnovabile entro 35 anni.

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