«La Banca d’Italia ha sempre agito nel rispetto delle leggi e nell’interesse superiore del Paese». Così chiariva Antonio Fazio, governatore della Banca d’Italia nel 2005 in una delle dichiarazioni pubbliche rilasciate durante il periodo delle indagini che lo avevano coinvolto. Era il caso della Popolare di Lodi (poi Banca Popolare Italiana), una delle banche più “alla ribalta” in quel periodo, per merito (o demerito) del suo brillante amministratore delegato Giampiero Fiorani.
«Non ho mai agito in malafede; le operazioni erano finalizzate a tutelare gli interessi della banca e dei suoi azionisti», si difendeva pubblicamente l’imprenditore. Queste parole, oggi, riecheggiano come simbolo di una vicenda che ha scosso le fondamenta del sistema bancario italiano: la tentata scalata di Antonveneta, le pressioni politiche, le accuse di aggiotaggio e falso in bilancio. A quasi vent’anni di distanza, la vicenda può essere avvicinata agli accadimenti d’oltre oceano con il caso Trump-Cook riproponendo il dibattito sull’autonomia delle Banche Centrali e sulla questione: fino a che punto i governi ed il potere economico possono influenzare l’operato delle Istituzioni di controllo, e quali tutele servono per preservarne l’indipendenza?
Il caso Cook-Trump
Lisa D. Cook è attualmente membro della Board of Governors della Federal Reserve, la Banca Centrale degli Stati Uniti. Prima donna afroamericana in questo ruolo, è stata nominata dal Presidente Joe Biden nel gennaio 2022 e ha assunto ufficialmente l’incarico il 23 maggio 2022. Il 13 settembre 2023, è stata riconfermata per un mandato completo di 14 anni, che scadrà il 31 gennaio 2038.
Attualmente, Cook è anche membro del Federal Open Market Committee (FOMC), l’organo responsabile della politica monetaria della Federal Reserve.
Il 25 agosto u.s. Donald Trump ha annunciato di aver licenziato la Cook, accusandola di frode ipotecaria. Cook ha respinto le accuse e ha annunciato l’intenzione di fare causa per contestare il licenziamento, sostenendo che le motivazioni addotte non rientrano tra quelle previste come «giusta causa» per la rimozione dall’incarico.
Il caso Fiorani e Fazio
L’ordine dei fattori appare diverso ma il risultato non cambia. Giampiero Fiorani nel 2005 era amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi, che aveva fatto crescere rapidamente e notevolmente. L’operazione che causò un’altrettanta repentina discesa, sia della banca che del suo amministratore, fu la scalata alla Banca Antonveneta. In quel periodo Antonio Fazio era il Governatore della Banca d’Italia ed al Governo c’era Silvio Berlusconi (Presidente della Repubblica Ciampi ex governatore dell’istituto Centrale). Fazio si pronunciò favorevolmente all’acquisizione. Anche quel periodo fu contrassegnato da OPA bancarie ed altre possibili acquisizioni (ad es. BNL contesa tra la spagnola BBVA e un gruppo di imprenditori italiani vicini a Unipol - famosa la frase dell’allora leader del PD Fassino “abbiamo una banca”). Le indagini successive della magistratura, rilevarono attraverso intercettazioni come Fazio fosse in contatto diretto con Gianpiero Fiorani e desse sostegno alla scalata a discapito di un’altra cordata facente capo alla banca olandese ABN AMRO, anche in seguito a pressione di ambienti politici e religiosi. Il 19 dicembre 2005, dopo mesi di resistenza, Fazio rassegnò le dimissioni da Governatore. Non fu quindi formalmente rimosso. Nel 2006 gli successe Mario Draghi. Nel 2011 Fazio fu condannato a 4 anni di reclusione per aggiotaggio (condanna poi ridotta a 2 anni e 6 mesi). La Banca Popolare Italiana (BPI), fu commissariata in seguito alle ispezioni della Banca d’Italia nel dicembre 2005 che rilevò in particolare: una gestione spregiudicata e conflitti di interesse (Fiorani utilizzava la banca come “cassaforte personale”, concedendo prestiti a sé stesso, ai familiari e a società collegate, spesso senza adeguate garanzie e mai rimborsati); buchi di bilancio e perdite occulte, truffe ai correntisti (emerse che la banca aveva in alcuni casi sottratto fondi direttamente dai conti dei clienti per coprire perdite e operazioni illecite).
Federal Reserve, BCE e Banca d’Italia nomina e revoca dei membri esecutivi
La Federal Reserve è governata da un Board of Governors composto da 7 membri nominati dal Presidente degli Stati Uniti e confermati dal Senato. I membri hanno un mandato di 14 anni, mentre il Chair e il Vice-Chair, nominati dal Board, restano in carica per 4 anni, rinnovabili.
Il Presidente ha dunque un ruolo diretto nella scelta dei vertici, ma non può rimuoverli liberamente. La legge prevede infatti che un Governatore della Fed possa essere destituito solo “for cause”, ossia per gravi motivi di condotta, incapacità o violazioni di legge. Nella storia moderna americana, non si ricordano rimozioni forzate di governatori della Fed: semmai i Presidenti hanno esercitato la propria influenza non riconfermando i vertici in scadenza. Arthur Burns (1970–1978), sotto Nixon ebbe (anche lui) una pressione fortissima per abbassare i tassi in vista delle elezioni. Burns cedette in parte, ma non ci fu mai una minaccia di rimozione. Paul Volcker (1979–1987) con Reagan adottò politiche molto dure contro l’inflazione (tassi altissimi). Alla scadenza del mandato, Reagan scelse di non rinominarlo e nominò Alan Greenspan.
Il Presidente della BCE (oggi Christine Lagarde) e gli altri membri del Comitato esecutivo (5 compreso il Vice Presidente) vengono nominati dal Consiglio Europeo, su raccomandazione del Consiglio UE, previa consultazione del Parlamento Europeo e del Consiglio della BCE. Il mandato è di otto anni, non rinnovabile.
La rimozione è possibile solo in due casi: dimissioni volontarie, oppure dichiarazione della Corte di Giustizia dell’UE che accerti una grave inadempienza o l’incapacità di svolgere le funzioni (art. 11.4 dello Statuto della BCE).
In altre parole, nessun governo nazionale e nemmeno il Consiglio europeo possono imporre la fine anticipata del mandato del Presidente della BCE. È una scelta istituzionale precisa: la politica monetaria non deve dipendere dagli umori dei governi.
La Banca d’Italia si colloca in una posizione intermedia tra il modello americano e quello europeo.
Il Governatore viene nominato con un atto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’Economia, previa consultazione del Consiglio Superiore di Bankitalia. Dal 2005, con la legge n. 262, il mandato è di sei anni, rinnovabile una sola volta (prima del caso Fiorani il mandato era a vita).
La revoca non è nelle mani del Governo: può avvenire solo per dimissioni o per gravi motivi (impedimento permanente, incompatibilità, violazioni di legge), con una procedura complessa. La proposta di revoca può partire dal Consiglio Superiore della Banca d’Italia o dal Ministro dell’Economia, ma deve essere motivata e documentata. La Banca d’Italia effettua una verifica dettagliata dei fatti contestati, con audizioni, raccolta di documenti e valutazioni legali. E’ necessario poi sentire il Parere del Consiglio di Vigilanza e del Collegio dei Revisori previa audizione del Governatore stesso. Questi organi interni emanano un parere vincolante o consultivo, a seconda della gravità dei fatti. La Decisione finale è del Presidente della Repubblica. Anche questo iter è stato introdotto dopo gli accadimenti della BPI.
Indipendenza e separazione dei poteri
Il principio di fondo è chiaro: la separazione dei poteri. La politica monetaria e la vigilanza bancaria non possono essere piegate agli interessi immediati dei governi o economici privati (che talvolta coincidono), perché il rischio sarebbe una perdita di credibilità e stabilità finanziaria.
Negli Stati Uniti, la protezione è garantita dalla clausola “for cause” ma il sistema nel complesso è frammentato; in Europa, dalla rigidità degli statuti e dal ruolo della Corte di Giustizia; in Italia, da un assetto mutato dopo lo scandalo della Popolare di Lodi che ha introdotto garanzie maggiori, come la durata limitata del mandato.
Il caso Cook, ma in generale le interferenza dell’attuale amministrazione Trumpiana stanno rischiando di creare un precedente che incrinerebbe uno degli equilibri più delicati dei sistemi democratici: l’indipendenza delle banche centrali come baluardo contro l’ingerenza politica e garanzia di stabilità del sistema finanziario.