Crollo del petrolio non stimola la crescita, tutta colpa dei tassi - FMI

Il crollo del prezzo del petrolio non riuscirà a stimolare la crescita alimentando i consumi fino a quando le banche centrali non rialzeranno i tassi. I commenti del FMI.

La discesa del prezzo del petrolio non riuscirà a sostenere la crescita dell’economia mondiale fino a quando i tassi di interesse non inizieranno a salire - attesa durante la quale le materie prime potrebbero comunque migliorare lievemente.
È questo il messaggio chiave che il Fondo Monetario Internazionale ha deciso di lanciare giovedì direttamente sul sito internet ufficiale.

Il Fondo e molti economisti ritengono che il crollo del 65% del prezzo del petrolio avrebbe potuto essere positivo per l’economia mondiale, soprattutto per quei paesi che importano grandi quantità di materie prime, bilanciando le perdite dei paesi esportatori.
Tuttavia, l’impatto positivo della discesa dell’oro nero sui consumi all’interno dell’economie importatrici come l’Eurozona sta avendo dimensioni fortemente al di sotto delle attese.

“L’ampiamente anticipata ’boccata di ossigeno’ per l’economia mondiale deve ancora materializzarsi. Noi sosteniamo che, paradossalmente, i benefici globali dei prezzi bassi probabilmente si sentiranno solo dopo che i prezzi saranno saliti un po’ e le economie avanzate avranno fatto ulteriori progressi superando il contesto attuale di bassi tassi di interesse"

scrivono Maurice Obstfeld, Gian Maria Milesi-Ferretti e Rabah Arezki in un post sul blog del FMI.

I futures su Brent e WTI future sembrano aver toccato i minimi rimbalzando verso i $40 al barile, per il momento, dopo essere scesi al di sotto dei $30 a gennaio.

I prezzi hanno continuato a recuperare da febbraio, ma sono ancota ben lontani dalla media di circa $100 per barile raggiunta prima che i prezzi iniziassero a crollare più di un anno e mezzo fa.

Un periodo di crescita economica lenta ancor prima che i prezzi del petrolio iniziassero a scendere aveva spinto le principali banche centrali ad abbassare i tassi di interesse. Le banche in questo modo non sono state più capaci di attuare ulteriori tagli per combattere le pressioni deflazionistiche derivanti dal calo dei costi di produzione causato dalla discesa del petrolio.

Così il calo dell’inflazione ha fatto alzare il tasso di interesse reale (il tasso nominale al netto dell’inflazione), indebolendo la domanda e soffocando una ripresa della produzione e dell’occupazione, scrive il FMI.

«L’attuale contesto dei prezzi del petrolio storicamente bassi potrebbe innescare una serie di dislocazioni tra cui default corporate e sovrani, dislocazioni in grado di alimentare il nervosismo all’interno dei mercati finanziari».

La Federal Reserve ha giù iniziato gradualmente ad alzare i tassi di interesse, ma ha rivelato di aspettarsi altri due soli rialzi nel 2016, invece dei quattro precedentemente stimati.

La Bank of England ha mantenuto i tassi di interesse invariati ai minimi record dopo la riunione di marzo, mentre la Banca Centrale Europea ha annunciato l’arrivo di ulteriori misure di stimolo, inclusi i tagli ai tassi di rifinanziamento e ai tassi sui depositi.

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