Covid, nuova variante XE: perché potrebbe preoccupare più di Omicron 2

Chiara Esposito

2 Aprile 2022 - 16:32

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XE è la ricombinazione dei due ceppi di Omicron; non una novità a livello scientifico, ma una variante Covid-19 da monitorare con molta attenzione.

Covid, nuova variante XE: perché potrebbe preoccupare più di Omicron 2

Si comincia a parlare sempre più di varianti ricombinanti e della loro contagiosità potenziale. A smuovere le acque in ultimi giorni è stata l’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito (UKHSCA), ente che per primo ha annunciato di star monitorando con attenzione una nuova variante ricombinante di Omicron 1 e 2 (B.1.1.529) e di averle assegnato l’identificativo XE.

L’esistenza accertata di questa nuova forma di SARS-CoV-2, il patogeno responsabile della pandemia di COVID-19, è una notizia di carattere scientifico piuttosto rilevante anche e sopratutto per spiegare l’impennata dei contagi in UK e tracciare possibili risvolti di un eventuale futuro oltremanica.

Con 637 casi già individuati sul territorio britannico, lo spazio di manovra per la diffusione del coronavirus resta quindi considerevole. Allo studio ci sarebbe così proprio il tasso di contagiosità di questa forma del virus. Le stime vedrebbero XE come potenzialmente più infettiva del lignaggio dalla quale proviene, ma la strada da fare prima di dare questo dato per certo è ancora lunga.

Facciamo quindi un passo indietro, capiamo cosa si intende per variante ricombinante e perché non si tratta affatto di una sorpresa per gli scienziati.

XE, figlia di Omicron 1 e Omicron 2

La sottovariante XE è una variante ricombinante figlia dei due ceppi principali della Omicron: BA.1, l’Omicron “originale”, e BA.2, la cosiddetta Omicron 2 “invisibile” diffusasi a partire dalla Danimarca e oggi considerata la principale responsabile dei contagi in molti Paesi europei.

L’UKHSCA per chiarire la natura di questa specifica variante ha riportato come il fenomeno “si verifica quando un individuo viene infettato con due o più varianti contemporaneamente, con conseguente mescolamento del loro materiale genetico all’interno del corpo del paziente”. In altre parole XE ha avuto origine in un paziente Covid colpito sia da BA.1 che BA.2.

Il prodotto dell’incontro di questi due rami è stato sequenziato nel Regno Unito e le procedure applicate nei laboratori inglesi sono è state verificati anche dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Secondo l’agenzia sanitaria, XE è stata rilevata per la prima volta il 19 gennaio e da allora nel Paese sono state segnalate e confermate più di 600 sequenze a essa correlate.

Appena tre giorni dopo l’individuazione ufficiale, il numero ha superato la quota iniziale di due decine di unità. Ciononostante, come si legge nei documenti delle organizzazioni competenti in materia, XE rappresenta pur sempre meno dell’1% del totale dei casi sequenziati nello Stato.

Cosa si intende per variante ricombinante

All’inizio del 2021 gli esperti del Covid-19 Genomics UK Consortium (COG-UK) scoprirono i primi otto ibridi del SARS-CoV-2. In quel caso le sequenze erano derivate da vari lignaggi che ormai abbiamo imparato a conoscere: le varianti Alfa, Beta, Gamma, Delta e Omicron. All’epoca venne evidenziata ad esempio la B.1.36.17, una forma che ben presto si diffuse nel Regno Unito sudorientale.

Non è quindi la prima volta che ci troviamo di fronte a una variante ricombinante del Coronavirus. Ma qual è l’origine queste mutazioni? Si parla di variante ricombinante ogni qual volta che una cellula viene infettata simultaneamente da due ceppi diversi di SARS-CoV-2. Gli scienziati britannici di Virological.org hanno affermato che:

“La generazione di un genoma di SARS-Cov-2 ricombinante richiede che un individuo (e la stessa cellula all’interno di quell’individuo) sia co-infettato da due lignaggi geneticamente distinti".

La simultaneità di una infezione e il processo conseguente quindi è un fenomeno del tutto naturale nei virus patogeni e viene informalmente paragonato a un “errore di copia” nella replicazione virale all’interno di una cellula.

Vista la vasta diffusione di questi eventi, a partire dalla fine del 2019, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) opera un’intensa attività di classificazione e, nello specifico, si mira a catalogare le varianti d’interesse (VOI) o varianti di preoccupazione (VOC).

Nella stragrande maggioranza dei casi infatti queste mutazioni sono assolutamente ininfluenti e quindi non offrono alcun beneficio al virus stesso. Nel caso in cui però lo rendano più aggressivo, il monitoraggio è cruciale.

Contagiosità: la direzione delle indagini

Come normalmente accade con qualsiasi nuovo lignaggio che presenta caratteristiche definite problematiche l’attenzione è massima e ci si chiede se XE sarà più o meno contagiosa di altri forme del SARS-CoV-2.

Il sospetto attuale dell’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito, come evidenziato nel bollettino «SARS-CoV-2 variants of concern and variants under investigation in England – Technical briefing 39», è che questa variante abbia un tasso di crescita superiore del 9,8% rispetto a quello di BA.2 (Omicron 2), ma si tratta ancora di stime iniziali che non devono necessariamente allarmarci.

La professoressa Susan Hopkins, Chief Medical Advisor presso l’UKHSCA ha sottolineato come “le varianti ricombinanti non sono un evento insolito, e come con altri tipi di varianti, la maggior parte morirà in tempi relativamente brevi”.

La stessa prof.ssa Hopkins ha inoltre redatto un apposito comunicato chiarificatore in cui si legge:

“Questo particolare ricombinante, XE, ha mostrato un tasso di crescita variabile e non possiamo ancora confermare se abbia un vero vantaggio di crescita”.

Per accertare tutto ciò c’è bisogno di un numero consistente di dati e l’esperta ha anche più volte ricordato quanto poco sappiamo su XE. Non è insomma possibile trarre conclusioni sull’effettiva trasmissibilità e virulenza della variante ricombinante e non c’è ancora una risposta definitiva neppure sulla tenuta dei vaccini. Al momento si tratta di una semplice individuazione virologica.

L’unica cosa certa insomma è che l’UKHSCA continuerà a monitorare la situazione e a operare una ferrea sorveglianza sull’andamento delle varianti di coronavirus.

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