Covid, le 5 varianti che fanno più paura

Martino Grassi

7 Gennaio 2021 - 18:04

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Quali sono le varianti del coronavirus, conosciute fino ad oggi, che fanno più paura? Ecco le 5 mutazioni che spaventano maggiormente.

Covid, le 5 varianti che fanno più paura

Nel corso delle ultime settimane si sono rincorse le notizie che annunciavano la scoperta di nuove varianti del coronavirus, seminando la paura tra la popolazione e tra gli scienziati, temendo che i vaccini attualmente prodotti e somministrati non avessero effetto su questi nuovi ceppi.

Ma quali sono le 5 varianti del coronavirus che fanno più paura, e quali sono le loro caratteristiche?

Covid, le 5 varianti che fanno più paura

Da quella inglese, a quella sudafricana, fino a quella italiana, quali sono le varianti del coronavirus che fanno più paura? Negli ultimi mesi abbiamo imparato a conoscerne alcune, tuttavia, come precisa Roberto Amato a La Repubblica, il coronavirus muta ogni volta che contagia una persona, tuttavia nella maggioranza dei casi, i cambiamenti sono quasi completamente insignificanti.

In alcuni casi però le mutazioni possono assumere delle connotazioni più preoccupanti e iniziare a diffondersi. In alcuni casi infatti la proteina Spike, quella utilizzata per entrare nell’organismo, produce un vantaggio evolutivo tramandato anche alle altre replicazioni, rendendo imprevedibile il suo comportamento. Ecco quali sono le varianti conosciute fino ad ora che spaventano di più

1. Variante del Regno Unito

La variante del Regno Unito è senza ombra di dubbio quella che spaventa maggiormente, visto l’elevato tasso di trasmissione che sta mettendo in ginocchio la Gran Bretagna nelle ultime settimane facendo toccare cifre record.

Per quanto riguarda i sintomi non sembrano esserci differenze con il ceppo originale, come per il virus tradizionale le persone infette manifestano febbre, tosse secca e stanchezza. Quello che la differenzia è una maggiore contagiosità, stimata fino al 70% in più, e il maggior numero di variazioni: 14 mutazioni del genoma e 3 delezioni.

2. Variante Sudafricana

Anche la variante sudafricana presenta, proprio come quella del Regno Unito, una mutazione N501Y sulla proteina Spike, ed anche se sono simili, hanno avuto due origini diverse, precisano gli esperti.

Questa variante è stata identificata per la prima volta lo scorso novembre, secondo quanto riferito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’alta carica virale di questo ceppo suggerisce anche una maggiore contagiosità, tuttavia, come ribadisce l’OMS, “non ci sono prove chiare che la nuova variante sia associata a forme di malattia più gravi o a esiti peggiori”.

3. D614G

Secondo uno studio, la variante D614G sarebbe quella che ha dato origine alla seconda ondata in Europa, e sarebbe stato isolato per la prima volta a Huston nell’aprile 2020 e tutt’ora in circolo.

Si tratterebbe della prima mutazione del coronavirus che ha avuto origine dal ceppo cinese e che si è diffusa principalmente in Italia e in Germania. Da uno studio pubblicato su Nature è emerso inoltre che questa mutazione è in grado di aumentare la carica virale nel tratto respiratorio superiore, accrescendo anche la trasmissibilità.

4. Cluster-5

Il Cluster-5 è quello che è diventato tristemente noto per essersi diffuso principalmente all’interno degli allevamenti di visoni in Danimarca e che ha contagiato anche qualche essere umano.

A rassicurare su questa variante ci hanno pensato i ricercatori di Oxford, che il 13 novembre scorso hanno pubblicato su Nature uno studio in cui dichiarano che le mutazioni dei visoni non sono particolarmente preoccupanti ma soprattutto che non sembrano compromettere l’effetto dei vaccini. Su questa variante si è espresso anche Giorgio Palù, emerito di virologia all’università di Padova e presidente dell’agenzia italiana del farmaco:

“Il suo comportamento ci fa pensare che il coronavirus intende permanere nella specie umana e di non voler estinguersi. Sta continuando il suo percorso di adattamento e tutto fa pensare che voglia trovare una forma di convivenza con noi”.

5. Variante Italiana

Gli esperti hanno annunciato anche la presenza di una variante italiana che sarebbe in circolo dallo scorso agosto e che con molta probabilità ha dato vita a quella del Regno Unito.

Come ha spiegato Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia, “come quella inglese, anche la variante italiana ha una mutazione in un punto nevralgico dell’interazione Spike/recettore cellulare, più precisamente in posizione 501. Ma la variante italiana ha anche una seconda mutazione in posizione 493, che rende la sua proteina Spike leggermente diversa da quella del virus pandemico che tutti oggi conosciamo”.

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