Coronavirus, “la seconda ondata è peggiore della prima”: l’allarme di Gimbe

La Fondazione Gimbe avverte: la situazione non va meglio rispetto a marzo. Le ragioni

Coronavirus, “la seconda ondata è peggiore della prima”: l'allarme di Gimbe

“A marzo era peggio” è stato uno dei mantra ripetuti nel corso delle ultime settimane dalla politica. Ma secondo la fondazione Gimbe le cose non stanno così: la seconda ondata di coronavirus è più pericolosa della prima, per due semplici differenze: la stagione in cui ci sarà il picco e il maggiore coinvolgimento delle Regioni del Centro-Sud.

Gimbe, situazione peggio che a marzo

La Fondazione che diffonde in Italia la medicina basata su prove scientifiche non ha dubbi: “In questa seconda ondata siamo messi peggio di marzo”. Lo ha detto il presidente Nino Cartabellotta, intervenuto in audizione alla Commissione Sanità del Senato.

In primo luogo c’è il “coinvolgimento del Centro-Sud che ha servizi sanitari più fragili”. La prima ondata di coronavirus ha colpito in larga parte le Regioni del Nord, provocando in Italia oltre 30.000 morti. Adesso anche le Regioni centromeridionali, solo scalfite a marzo-aprile, si ritrovano invece ad affrontare un quadro allarmante. Prova ne è l’ormai certo inserimento di alcune di loro nelle fasce rossa e arancione delineate con il DPCM del 6 novembre.

Coronavirus, quando ci sarà il picco della seconda ondata?

E non è tutto. Davanti a noi, ricorda Cartabellotta, “ci sono 4-5 mesi di autunno-inverno e ancora i servizi sanitari non hanno sperimentato il sovraccarico dell’epidemia”. Non a caso pochi giorni fa in Germania la cancelliera Angela Merkel, annunciando il nuovo lockdown, non si faceva illusioni (e non ne faceva ai tedeschi) sulla difficoltà del periodo incombente.

Secondo il virologo Giorgio Palù, il picco della seconda ondata avverrà fra gennaio e febbraio, quando di solito c’è il picco di questi virus respiratori. A situazione invariata possiamo attenderci un aumento dei casi.

Gimbe: circolazione del virus è sottostimata

Ma secondo il presidente di Gimbe ci sono anche aspetti peculiari della situazione italiana. “Il personale sanitario è meno motivato e ci sono attriti tra Governo e enti locali che impediscono di prendere le misure più opportune”, spiega Cartabellotta.

A queste criticità si aggiunge la difficoltà di verificare la reale entità dell’indice Rt, che viene calcolato solo sui casi sintomatici e “non è una misura tampone dipendente”. Per tale ragione, il rischio è quello di “sottostimare la circolazione del virus”.

La percentuale di casi sintomatici, argomenta Rezza, è del 33%, “quindi di fatto l’Rt non calcola il 66% del resto dei casi asintomatici”.

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Italia Coronavirus

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