CINA: inflazione rallenta leggermente, ma rimane una questione prioritaria
L’inflazione in Cina ha rallentato leggermente, scendendo al 6,1% nel mese di settembre, ma resta troppa alta perchè il governo, che teme che l’aumento dei prezzi generi instabilità sociale, possa allentare la sua politica monetaria, dicono gli analisti .
Nei primi nove mesi dell’anno, i prezzi sono saliti del 5,7% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ha detto il National Bureau of Statistics (NBS), mentre Pechino, nel mese di marzo, aveva fissato un obiettivo del 4%, per tutto il 2011.
Nel mese di luglio, l’indice dei prezzi al consumo, che aveva accelerato l’ascesa dopo la caduta del 2010, ha raggiunto il 6,5%.
L’aumento dei prezzi colpisce in particolare le fasce più povere della popolazione che sono più sensibili al rialzo dei prezzi dei prodotti alimentari, saliti del 13,4% nel mese di settembre. Il prezzo della carne, in generale, è cresciuto del 28,4% e del 43,5% quella di suino.
Il persistere dell’alta pressione sui prezzi non dovrebbe incoraggiare il governo ad allentare la sua politica monetaria, nonostante le difficoltà di finanziamento per alcune PMI e le paure per un possibile rallentamento del mercato immobiliare, il settore pilastro della seconda economia mondiale.
All’inizio della settimana, il governo è intervenuto per far scendere dal 3,5% il prezzo del carburante, che incide per circa il 10% sull’aumento dei prezzi, osserva in una nota Jing Ulrich, economista per la Cina della banca JP Morgan. “I prezzi alimentari in rapido aumento, una crescita eccessiva del credito e alti prezzi degli immobili, che alimentato l’inflazione di quest’anno, mostrano tutti i segni di moderazione".
Il dato di settembre «conferma che l’inflazione continuerà nella sua tendenza verso il basso per il quarto trimestre», ha detto Zhang Zhiwei, economista di Nomura Securities a Hong Kong.
«I promotori immobiliari sembrano ridurre i prezzi per generare liquidità, piuttosto che in attesa di un segnale che il governo possa concludere la sua politica di inasprimento» del credito, osserva Alastair Chan, di Moody’s Analytics. Si osserva tuttavia che i prezzi non alimentari, che sono rimasti intorno al 3%, riflettono una forte domanda interna e salari in crescita, cosa che dovrebbe «impedire al governo di allentare la sua politica (monetaria) nel prossimo futuro».
«Al momento, prevediamo che la politica rimarrà invariata – nessuna ulteriore stretta, nessun allentamento - mentre le autorità cinesi guardano nervosamente gli sviluppi nell’area dell’euro», ha dichiarato Alistair Thornton, economista della IHS Global Insight.
La situazione economica «nell’area dell’euro e negli Stati Uniti rappresenta il rischio maggiore per le prospettive della Cina», ha aggiunto. La Cina ha visto ridursi il suo surplus commerciale nel mese di settembre, sceso a $ 14,5 miliardi, contro i 17,8 miliardi di dollari nel mese di agosto e i 31,5 miliardi di luglio.
Il mese scorso, la crescita delle esportazioni è rallentata, anche se resta ad un livello elevato, con una crescita del 17,1% annua.
Questo non ha impedito agli Stati Uniti di annunciare Giovedi un deficit commerciale record con la Cina per il mese di agosto, pari a $ 29 miliardi, che dovrebbe fornire utili argomentazioni, ottime “munizioni”, ai sostenitori della imposizione di nuove tasse sui prodotti cinesi nel mercato americano, dopo il voto in Senato in merito. Dopo aver raggiunto 273 miliardi di dollari nel 2010, il deficit degli Stati Uniti si è ulteriormente gonfiato del 9% nei primi otto mesi dell’anno.
Il premier cinese si è detto «preoccupato» per un «forte aumento del protezionismo,» facendo appello alla «comunità internazionale perchè si dimostri solidale» nel far fronte alle turbolenze sui mercati finanziari.