Il premier cinese Wen Jiabao ha dichiarato pubblicamente che le banche cinesi controllate dallo Stato costituiscono un «monopolio» che deve essere spezzato. Le dichiarazioni fanno parte degli appelli del premier affinché sia data una spinta decisiva allo scricchiolante sistema finanziario della seconda economia mondiale.
In una trasmissione serale sulla stazione di stato China National Radio, Wen ha dichiarato, davanti ad un pubblico di uomini d’affari, che il sistema bancario sotto stretto controllo dello stato cinese ha necessariamente bisogno di cambiamenti. «Sarò franco», ha dichiarato: «Le nostre banche guadagnano profitto troppo facilmente. Questo accade perché un piccolo numero di grandi banche ha il monopolio», secondo la trascrizione del programma sul sito web dell’emittente. «Per rompere il monopolio», ha aggiunto, «dobbiamo permettere ai capitali privati di fluire nel settore della finanza».
Le dichiarazioni di Wen attingono alla rabbia popolare che si è rivolta negli ultimi mesi, sul web e sui media tradizionali, contro le più grandi banche cinesi. Le critiche sono state determinate dalla frustrazione accumulata nei confronti di ciò che è stato percepito come un pagamento da parte delle banche di bassi tassi di interesse sui depositi e un prelievo indiscriminato di tasse. La situazione è peggiorata nelle ultime settimane, dal momento che i finanziatori hanno accumulato profitti record, sebbene l’economia rallenti e alcune aziende stiano letteralmente lottando per accedere al credito.
Wen, formalmente entrato in carica nel 2003 con una reputazione da riformatore, ha riconosciuto pubblicamente il suo rammarico per non essere riuscito ad arrivare abbastanza lontano. Il premier dovrebbe dimettersi nell’ambito del cambiamento decennale di leadership che inizierà alla fine di quest’anno.
L’espansione economica del paese è destinata a rallentare nei prossimi anni, dopo aver proseguito a un ritmo molto forte nell’ultimo decennio. Questo solleva dubbi in merito al fatto che la Cina possa passare da un modello economico basato sulle esportazioni e gli investimenti ad uno che si basa più su una cultura dell’aumento dei consumi.
L’attuale situazione cinese ha portato a un dibattito a livello nazionale per quanto riguarda lo stretto controllo della Cina sul suo sistema finanziario, una politica economica che favorisce grandi imprese statali, ma che è stata criticata dagli economisti e persino da alcuni riformatori nella stessa Cina, che ritengono che questo andamento ostacoli una crescita più equilibrata. Ad ogni modo, sono molti oggi in Cina a pensare che una crisi economica arriverà probabilmente prima di una riforma decisiva.
Per decenni, la crescita economica cinese è stata basata in larga misura sui risparmi coatti di cinesi ordinari, mossi a tassi vantaggiosi per imprese di proprietà statale. Il sistema penalizza i risparmiatori e favorisce i mutuatari, perpetuando uno squilibrio economico caratterizzato da alti tassi di investimento e da un consumo praticamente soppresso.
Questo modello è sempre più visto come insostenibile. Per risollevare l’economia, molti specialisti sostengono che la Cina debba ora trasferire più soldi verso i consumatori e aiutare il settore dei servizi, che si basa su imprese private.
Alcuni economisti sostengono che i bassi tassi di interesse sono in parte una conseguenza degli sforzi della Cina per mantenere la sua moneta sottovalutata. La banca centrale teme, da parte sua, che più alti tassi potrebbero attirare capitali speculativi, alimentando l’inflazione.
Le dichiarazioni di Wen sono parte di una più ampia serie di questioni sospese sulla crescita della Cina, e sono arrivate nello stesso giorno in cui Pechino ha presentato i programmi destinati a sostenere lo sviluppo dei mercati dei capitali del paese e a diffondere l’uso internazionale dello yuan. Tra questi, il regolatore di sicurezza della Cina ha dichiarato che sarebbe a favore di una quantità più che triplicata per quanto riguarda gli investimenti stranieri nei mercati finanziari della Cina fortemente limitati a 80 miliardi di dollari.
Il vento di riforma cinese rimane, però, ancora a un livello troppo poco consistente. Troppe e troppo potenti sono le pressioni dell’establishment cinese a più livelli contro un’eventuale liberalizzazione del sistema finanziario nella seconda economia mondiale. Esso, però, costituisce certamente un sintomo chiarissimo dello scarso stato di salute dell’economia cinese e, allo stesso tempo, della forte esigenza perseguita dalla autorità di Pechino di portare ad affermare lo yuan come valuta globale di riserva al posto del dollaro statunitense. A questo si aggiunga, infine, il crescente malcontento popolare, che aumenta il rischio di disordini civili nella Cina del 2012.
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