Centri per l’impiego: a che servono oggi?

Valentina Pennacchio

28 Luglio 2014 - 20:09

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Nel resto dell’Europa i centri per l’impiego sono uno strumento valido e rappresentano una politica attiva per contrastare la disoccupazione. In Italia a che servono?

Se i centri per l’impiego nel resto d’Europa sono strutture funzionali e di supporto a migliaia di giovani disoccupati, in Italia sono strutture fatiscenti e di dubbia utilità.

Nelle prospettive più rosee i centri per l’impiego sarebbero dovuti essere inseriti nelle strategie relative al lancio della Garanzia Giovani, ma, nei fatti, la situazione è ben diversa.

Partiamo dai numeri. In Italia ci sono ben 553 centri per l’impiego, in cui lavorano circa 10.000 persone, le quali dovrebbero far fronte a quell’oltre 40% di disoccupazione giovanile.

La situazione ordinaria è che un disoccupato, laureato o diplomato, si reca al centro per l’impiego, compila una scheda anagrafica, ha un colloquio conoscitivo con il dipendente del centro e spera che quella visita non sia una formalità, ma una possibilità. Quando il giovane torna a casa attende invano un’opportunità che nella maggior parte delle ipotesi non arriva.

Nei centri per l’impiego, nati nel 1997 dagli uffici di collocamento, non c’è alcun incontro tra domanda e offerta, bensì un eccesso di domanda che non trova alcuno sbocco e che trasforma i centri per l’impiego nel riflesso dell’inefficienza della P.A., sostenuti con gli sforzi dei contribuenti.

A che pro? A che servono in Italia i centri per l’impiego? Sono un fardello a cui si può approcciare in due modi: riformarli e trasformarli in un vero strumento per contrastare la disoccupazione o abbandonarli, chiuderli, lasciarli scivolare in fondo al mare dell’immobilismo. Ad oggi perché tenerli in vita?

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