La quotazione del Bitcoin crolla dopo aver raggiunto quota $1.000 ed è tutta colpa della Cina. Ecco come ha fatto Pechino a far sprofondare la valuta digitale.
Bitcoin: un crollo imputabile alla Cina - La scorsa settimana la quotazione del Bitcoin ha toccato i livelli più alti mai registrati negli ultimi 3 anni ed ha sfondato quota $1.100 avvicinandosi ai suoi record storici.
Da quel momento in poi, però, la quotazione del Bitcoin è crollata di circa il 30% e si è ritirata fino a quota $747 dopo che le autorità cinesi hanno deciso di rafforzare i controlli sugli scambi di valuta virtuale nel paese. Il crollo della quotazione del Bitcoin è stato dunque determinato da queste nuove investigazioni programmate dalla Cina sugli scambi locali in cyber-valuta.
Nella giornata di mercoledì alcuni ufficiali finanziari cinesi hanno dato vita a delle vere e proprie ispezioni sugli scambi in Bitcoin sia a Shanghai che a Pechino. L’obiettivo delle ispezioni sui Bitcoin è stato quello di controllare la conformità delle transazioni alle norme anti riciclaggio di denaro, secondo quanto riportato dalla banca centrale di Cina.
La quotazione del Bitcoin è dunque precipitata proprio a causa delle preoccupazioni relative alla possibilità che vengano introdotte in Cina misure ancor più restrittive sugli scambi di cyber-valuta. Vediamo allora che cosa è successo e come ha fatto la Cina a determinare le ampie perdite della quotazione del Bitcoin.
Bitcoin: ecco perché la Cina sta tremando
“Il timore più grande è che la banca centrale imponga irragionevoli e più restrittivi requisiti normativi sugli scambi in Bitcoin”,
ha affermato Petar Zivkovski, direttore operativo della piattaforma di trading Whaleclub. Intanto, tra i nomi più influenti nel campo dei Bitcoin in Cina, quello di BTCC ha tentato in un comunicato di tranquillizzare i propri clienti.
“Tutte le operazioni della BTCC sono nella norma. Continueremo a lavorare con i regolatori per assicurarci di osservare le regole”.
La scorsa settimana è stata proprio la banca centrale cinese a consigliare alla popolazione di investire razionalmente sui Bitcoin. Il timore dei regolatori in Cina appare dunque sempre più grande, come non ha mancato di sottolineare Zennon Kapron, fondatore della società di ricerca di mercato Kapronasia.
Per gli investitori cinesi i Bitcoin possono rappresentare un modo per aggirare le norme, limitando la misura in cui gli individui possono detenere annualmente valuta estera. Tutto ciò rappresenta una grande preoccupazione per il governo della Cina che ha speso centinaia di miliardi di dollari lo scorso anno per dare gas allo yuan dato che immense somme di denaro sono praticamente volate fuori dal paese.
I regolatori in Cina potrebbero anche decidere di agire sul Bitcoin classificandolo come una valuta estera, il che andrebbe effettivamente a limitare le transazioni individuali a $50 mila l’anno, secondo quanto affermato da Kapron. Il Bitcoin continua comunque ad essere la valuta preferita da coloro che vogliono mantenere l’anonimato ma è stata molto spesso utilizzata con scopi illegali. Ecco, dunque, spiegate le preoccupazioni cinesi sul Bitcoin.