La prima decisione che Kim dovrà prendere alla Banca Mondiale non riguarda se vincere o meno, ma come giocare la partita. Questo vecchio ritornello sportivo lo si può sentire a partire dall’annuncio di lunedi sulla scelta di Jim Yong Kim, il candidato degli Stati Uniti, come prossimo presidente della Banca Mondiale.
Non vi è alcun dubbio che questa competizione per la presidenza della Banca Mondiale sia stata effettivamente diversa, oltre che «giocata meglio». Innanzitutto, tre individui qualificati e di talento sono stati nominati e intervistati dal Comitato Esecutivo della Banca. La loro esperienza e competenza è stata inoltre ampiamente discussa nei media. Tutti e tre hanno messo la penna sulla carta per descrivere le loro qualifiche e la loro visione della banca. E due di loro - Jose Antonio Ocampo e Ngozi Okonjo-Iweala - hanno anche partecipato a un forum di domande e risposte aperte.
Sorprendentemente, ci sono voluti quasi settanta anni affinché questi passaggi fondamentali avvenissero. Mentre si parla di una migliore governance, questi cambiamenti sono stati realizzati solo grazie al coraggio e alla perseveranza di pochi individui, soprattutto dei due candidati Ocampo e Okonjo-Iweala.
Il privilegio degli USA sulla Banca Mondiale
Ma non è tutto oro quel che luccica. Ancora una volta, evidenti considerazioni politiche hanno prevalso su esperienza e competenza. E, ancora una volta, le deliberazioni del comitato esecutivo si sono dimostrate troppo misteriose e troppo segrete.
Ora che la scelta è stata fatta, i maggiori partiti stanno esprimendo soddisfazione, ma non piena. I funzionari americani sono consolati dal fatto di aver potuto conservare il loro diritto alla nazionalità della presidenza della Banca Mondiale, proprio come gli europei hanno fatto con il FMI lo scorso anno. Eppure, sono consapevoli del costo che questo ha per la credibilità degli Stati Uniti e della banca. I paesi emergenti, che hanno sostenuto i due candidati non americani, hanno accolto con favore il processo più competitivo, anche se il loro entusiasmo è stato frenato dal palese persistere della cittadinanza statunitense come criterio prioritario di selezione. E gli addetti ai lavori della Banca Mondiale, guidati dai direttori esecutivi si sono mobilitati per il nuovo presidente, sottolineando che l’istituzione è molto più importante di qualsiasi particolare individuo.
È importante ricordare che atteggiamenti del genere sono stati in gioco anche in precedenti occasioni, più di recente, proprio con la nomina della signora Lagarde a capo del FMI. Inoltre, in uno dei round precedenti al Fondo Monetario Internazionale, un alto funzionario europeo aveva anche riconosciuto che era giunto il momento di porre fine al «diritto di nazionalità» per la guida di queste istituzioni multilaterali.
Eppure, i tentativi di concretizzare questo cambiamento di rotta sono ripetutamente falliti. E questo accadrà di nuovo se il dottor Kim non si farà promotore di alcuni cambiamenti nel momento in cui assumerà ufficialmente il suo nuovo ruolo il prossimo 2 luglio.
Una sfida per il nuovo direttore della Banca Mondiale
Durante i suoi primi cento giorni in ufficio, il nuovo presidente avrà un’occasione d’oro per guadagnare l’ammirazione generale, facendo in modo che la prossima selezione della Banca Mondiale sia aperta, trasparente e basata sul merito.
Per l’FMI sarebbe allora molto difficile non seguire l’esempio di Kim. Così entrambe le istituzioni sarebbero in grado di annunciare le tanto ritardate riforme nel prossimo mese di ottobre, in occasione delle riunioni annuali in Giappone.
La riforma del processo di nomina presso il FMI e la Banca mondiale non è un’opzione. Si tratta di un obbligo per tutti coloro che pensano che la credibilità e il corretto funzionamento di queste istituzioni siano fondamentali per il benessere dell’economia globale.
Tradotto da Raffaele Guerra per Forexinfo.it - Fonte: The Financial Times.
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