I tedeschi sono stanchi di essere il capro espiatorio dell’Eurozona.
Baffi alla Hitler e svastiche che storpiano le foto del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, sono ormai un liet motiv dell’iconografia della crisi dell’Euro, lo abbiamo visto di recente a Cipro. Durante gli sconvolgimenti finanziari è inevitabile che si crei un capro espiatorio, dice Marcel Fratzscher, presidente della DIW Berlino, una scuola di pensiero.
La Germania, suggerisce Fratzscher, ha preso il posto che ha ricoperto il FMI durante la crisi asiatica della fine anni ’90. La Merkel sostituisce il ruolo di Michel Camdessus, allora capo del FMI, ritratto nel 1997 con le braccia conserte, in piedi su di un presidente indonesiano umiliato e costretto a sottoscrivere dure misure di austerità.
Ma additare un capro espiatorio può diventare un gioco pericoloso, soprattutto quando la capra è potente e comincia a sentirsi vittima.
Cosa ne pensano i cittadini tedeschi?
I tedeschi non sono ancora del tutto arrabbiati. Sarebbe fuori luogo per un popolo che, da dopo la seconda guerra mondiale, è stato ansioso di espiare il proprio passato ed essere un buon partner europeo. In un sondaggio recente, il 34% dei tedeschi si è detto empatico con l’ira dei cittadini Europei dei paesi del Sud. Ma gli umori stanno cambiando. Se gli europei meridionali vedono la Germania come la causa di un eccesso di austerity e mostrano poca solidarietà, i cittadini tedeschi potrebbero vederla diversamente.
In primo luogo, i cittadini tedeschi sentono di aver dimostrato la loro solidarietà. Quasi un secolo dopo la caduta del Muro di Berlino, pagano ancora una tassa di solidarietà per la Germania orientale. Alcuni trasferiscono tasse ai paesi tedeschi più deboli, come Brema. Molti credono che, una volta messa in atto, la solidarietà smetta di essere volontaria e diventi una costrizione.
I tedeschi si fanno anche carico di una buona parte del rischio associato ai salvataggi dell’Euro, anche se uno studio pubblicato questa settimana dalla Banca Centrale Europea mostra che le famiglie tedesche possiedono in media meno ricchezze rispetto a quelle spagnole, italiane e cipriote (anche se questo fenomeno è dovuto per buona parte al fatto che le famiglie tedesche contino meno adulti ed abbiano più probabilità di vivere in affitto).
In secondo luogo, una decina di anni fa i tedeschi hanno riconosciuto la scarsa competitività del loro paese e da allora il paese si è impegnato in una serie di dolorose riforme che stanno finalmente dando i loro frutti. I paesi in crisi dovrebbero fare altrettanto.
Terzo punto, i tedeschi credono che la crisi dell’euro sia stata causata per buona parte dalla trasgressione delle regole (anche da parte della Germania stessa), un errore che non dev’essere ripetuto. Come dice un diplomatico «la solidarietà è importante, ma deve seguire delle regole. Non si tratta del semplice dare ad hoc.»
Moral Hazard: i tedeschi non sono soli
Messi insiemi, questi atteggiamenti hanno un tono moraleggiante. In effetti, il termine inglese «moral hazard» non ha una traduzione in tedesco, ma è diventato uno dei punti fermi dei discorsi da Berlino. L’espressione ha origine nel contesto dell’economia assicurativa e si riferisce agli incentivi a prendersi dei rischi, quando spetta ad altre persone pagare per i propri danni. Il timore dei tedeschi è che il loro denaro, donato per i salvataggi, possa portare i paesi in crisi a schivare le riforme necessarie.
I tedeschi non sono gli unici a vederla così. Olandesi, finlandesi e slovacchi condividono ampiamente questa posizione, ma ciò che distingue la Germania è la sua grandezza e la sua importanza.
La Germania è sempre troppo...
Per alcuni storici come Brendan Simms della Cambridge University (autore del libro «Europe: the Struggle for Supremacy» - Europa: lotta per la supremazia) tutto questo ha un suono stranamente familiare. Da tempo, l’Europa è alle prese con la «questione tedesca»: la Germania è sempre troppo debole o troppo forte.
Oppure, come la vede Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano, quando si riferisce al processo di unificazione subito dopo il 1871, la Germania era «troppo grande per l’Europa, ma troppo piccola per il mondo.»
Oggi, spiega Simms:
«[la Germania] siede al cuore dell’Unione Europea, per buona parte concepita per limitare il potere tedesco, ma che è servita invece ad aumentarlo. Un’Unione Europea la cui vulnerabilità di fondo ha involontariamente privato molti altri Europei della loro sovranità.»
La questione è se la Germania possa usare il suo potere per comandare senza altre scuse. Dato il passato della Germania, la sua cultura politica milita contro. Come ironizza Joscha Fisher, ex ministro degli esteri: «È bello partecipare ad una conferenza di ’giovani leader’, ma speri sempre che non sia una conferenza di ’Junge Führer’».
L’alternativa? Gli Stati Uniti d’Europa
La maggior parte dei tedeschi teme che gli altri possano tornare ad odiarli o a temerli, ma i loro vicini sono decisamente meno preoccupati. Come ha sottolineato nel 2011 a Berlino il ministro degli esteri polacco, Radek Sikoski, «temo il potere tedesco meno di quanto cominci a temere l’inattività della Germania».
Alcuni accademici tedeschi sono d’accordo con l’onorevole Sikorski. Christoph Schönberger, dell’Università di Costanza, ritiene che la leadership tedesca non dovrebbe essere attaccata come se stesse dominando. Una cosa è custodire il sistema, ad esempio agendo come prestatore di ultima istanza. Un’altra è affermare prepotente il proprio potere. Egli ritiene che «le élite tedesche e i cittadini debbano sopportare l’introversione nazionale» perché alla leadership tedesca non c’è alternativa. Soltanto una completa unione politica in Europa (com’è per gli stati federali quali la Svizzera o gli Stati Uniti) permetterebbe di superare il caso di un membro egemone, ma qui siamo nel «regno della fantascienza».
Germania fuori dall’Euro? Sarebbe l’inizio della fine
Questo è il dibattito di fondo che percorre la Germania, quando il paese avvia la lunga campagna elettorale che porterà alle prossime elezioni federali del mese di settembre.
Un nuovo sondaggio indica che il 69% dei tedeschi vuole mantenere l’Euro, una percentuale in aumento rispetto ai sondaggi precedenti. Ma coloro che vogliono tornare al Marco, ora hanno anche un partito, Alternativa per la Germania, che questa settimana terrà il suo primo raduno a Berlino.
Michael Burda, professore di economia all’università Humboldt di Berlino, dice «In questo momento, il rischio più grande per l’Euro non è che la Grecia lasci, ma che lo faccia la Germania». Burda fa riferimento ai recenti rimpatri di oro tedesco dalla Francia e dall’America come un segnale lanciato al Sud che indica come la situazione non sia tollerabile.
Se il Professor Simms ha ragione: «La Germania sarà condannata se deciderà, e sarà condannata lo stesso se non deciderà [di guidare l’Europa]». L’Euro, al contrario, sarà condannato soltanto se la Germania deciderà di non farlo.
| Traduzione italiana a cura di Federica Agostini | Fonte: The Economist |