Sette BTP, sette cedole molto diverse e rendimenti a scadenza sorprendentemente simili.
È questa la fotografia che emerge osservando i titoli di Stato italiani a tasso fisso con scadenza nel 2028 considerati nella nostra analisi.
Le cedole spaziano infatti dallo 0,25% al 4,75%, mentre i rendimenti effettivi lordi a scadenza sono racchiusi in una fascia estremamente stretta: dal 2,82% al 2,91%.
Com’è possibile che un BTP con cedola dello 0,50% presenti un rendimento lordo del 2,84%, mentre un titolo che paga una cedola del 4,75% renda il 2,90%?
La risposta è soprattutto nel prezzo.
Ed è proprio il rapporto fra cedola, prezzo di mercato e rimborso a 100 a permettere di comprendere cosa sta accadendo oggi sulla parte relativamente breve della curva dei titoli di Stato italiani.
BCE, tassi e quella spada di Damocle di geopolitica e petrolio
Il mercato obbligazionario europeo è tornato a confrontarsi con uno scenario monetario più incerto.
Dopo la fase di riduzione del costo del denaro, che aveva portato il tasso sui depositi della BCE al 2%, l’11 giugno 2026 la Banca Centrale Europea ha aumentato i tassi di interesse di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,25%.
Nella successiva riunione del 23 luglio Francoforte ha lasciato i tassi invariati.
Il mercato si interroga ora sulla futura traiettoria della politica monetaria: il rialzo di giugno rimarrà un episodio isolato oppure l’andamento dell’inflazione renderà necessario mantenere condizioni restrittive più a lungo?
Una parte degli operatori considera possibile che i tassi possano rimanere elevati più a lungo o che nuove pressioni inflazionistiche possano modificare ulteriormente lo scenario.
Pende su tutto, come una spada di Damocle, il contesto geopolitico e, con esso, l’andamento del prezzo del petrolio e delle altre materie prime energetiche.
Un eventuale nuovo shock energetico potrebbe infatti riflettersi sull’inflazione e modificare nuovamente le aspettative sulle future decisioni delle banche centrali.
Il BTP Future è ancora lontano dai massimi
Anche il BTP Future racconta quanto sia cambiato il mercato obbligazionario.
Nell’agosto del 2021 aveva raggiunto un massimo di 139,97 punti. Nei dati considerati in questa analisi si trova invece in area 117 punti e rimane circa il 3% al di sotto dei massimi raggiunti nel gennaio di quest’anno.
La distanza dai livelli del 2021 è considerevole.
Il principio che governa questa relazione è fondamentale: a parità delle altre condizioni, quando i rendimenti richiesti dal mercato salgono, i prezzi delle obbligazioni già in circolazione tendono a scendere. Quando i rendimenti diminuiscono, accade generalmente il contrario.
Ed è proprio l’incertezza sulla futura direzione dei rendimenti a riportare l’attenzione anche sulle scadenze relativamente brevi.
Perché il mercato guarda alle scadenze brevi
Una scadenza breve presenta generalmente una duration inferiore e quindi una minore sensibilità del prezzo alle variazioni dei rendimenti rispetto a un’obbligazione di lunga durata.
C’è poi un secondo elemento.
Se i rendimenti di mercato dovessero aumentare ulteriormente, i prezzi delle obbligazioni già in circolazione tenderebbero, a parità delle altre condizioni, a diminuire.
Un titolo prossimo alla scadenza arriva però al rimborso in tempi relativamente contenuti. Il capitale restituito si troverebbe quindi successivamente di fronte alle nuove condizioni presenti sul mercato.
Se queste fossero caratterizzate da rendimenti superiori, il quadro sarebbe differente rispetto a quello attuale.
Ma vale anche il ragionamento opposto.
Se i rendimenti diminuissero, il capitale restituito alla scadenza potrebbe trovarsi successivamente davanti a condizioni meno remunerative.
È il tradizionale equilibrio tra rischio di tasso e rischio di reinvestimento.
Ed è in questo contesto che diventano interessanti, sotto il profilo dell’analisi, i sette BTP con scadenza nel 2028.
I 7 BTP 2028 a confronto
Ecco la fotografia dei prezzi e dei rendimenti considerati:
| BTP | Prezzo | Cedola | Rend. lordo | Rend. netto | Differenza a rimborso su €10.000 nominali |
| BTP 2,00% Febbraio 2028 | 98,83 | 2,00% | 2,83% | 2,57% | + €117 |
| BTP 0,25% Marzo 2028 | 96,05 | 0,25% | 2,82% | 2,78% | + €395 |
| BTP 3,40% Aprile 2028 | 100,84 | 3,40% | 2,88% | 2,44% | − €84 |
| BTP 0,50% Luglio 2028 | 95,65 | 0,50% | 2,84% | 2,76% | + €435 |
| BTP 3,80% Agosto 2028 | 101,72 | 3,80% | 2,91% | 2,44% | − €172 |
| BTP 4,75% Settembre 2028 | 103,71 | 4,75% | 2,90% | 2,31% | − €371 |
| BTP 2,80% Dicembre 2028 | 99,82 | 2,80% | 2,90% | 2,54% | + €18 |
L’ultima colonna rappresenta esclusivamente la differenza matematica tra il prezzo considerato e il rimborso a 100, calcolata su un valore nominale di 10.000 euro. Non coincide necessariamente con l’importo fiscalmente riconosciuto come plusvalenza o minusvalenza.
Ed è proprio questa tabella a mostrare il dato più interessante dell’intera analisi.
Tra il rendimento lordo più basso e quello più alto ci sono appena 9 punti base.
Le cedole, invece, differiscono di ben 4,50 punti percentuali.
Il mercato compensa la cedola attraverso il prezzo
Il motivo è relativamente semplice.
La cedola indica quanto il titolo paga sul proprio valore nominale. Il rendimento effettivo a scadenza considera invece anche quanto viene pagato oggi il titolo, le cedole residue e quanto verrà rimborsato alla scadenza.
Un BTP acquistato sotto 100 presenta una componente positiva derivante dalla convergenza verso il valore nominale di rimborso.
Un titolo acquistato sopra 100 presenta invece una componente negativa: alla scadenza vengono restituiti 100 e non il prezzo superiore alla pari pagato sul mercato.
Prendiamo i due casi più rappresentativi.
BTP 0,50% luglio 2028: la cedola è bassa, ma quota 95,65
Il BTP luglio 2028 paga una cedola annua dello 0,50%.
Su 10.000 euro nominali significa 50 euro lordi all’anno.
Ma il titolo quota 95,65.
Un valore nominale di 10.000 euro corrisponde quindi, sul solo corso secco considerato, a circa 9.565 euro.
Alla scadenza il rimborso nominale è 10.000 euro: la distanza matematica fra il prezzo considerato e il valore di rimborso è quindi positiva per circa 435 euro.
È questa componente, insieme alle cedole residue, a spiegare perché un titolo con una cedola di appena lo 0,50% presenti nei dati considerati un rendimento effettivo lordo del 2,84%.
BTP 4,75% settembre 2028: cedola elevata, ma prezzo sopra 103
La situazione è praticamente speculare per il BTP settembre 2028.
La cedola è del 4,75%, equivalente a 475 euro lordi all’anno ogni 10.000 euro nominali.
Ma il prezzo è 103,71.
10.000 euro nominali corrispondono quindi a un controvalore teorico sul corso secco di circa 10.371 euro.
Alla scadenza vengono rimborsati 10.000 euro nominali.
La differenza matematica rispetto al prezzo considerato è pertanto negativa per circa 371 euro.
Una parte delle cedole più elevate viene quindi economicamente assorbita dalla convergenza del prezzo da 103,71 verso il rimborso a 100.
Ecco perché la cedola è del 4,75%, mentre il rendimento effettivo lordo indicato è del 2,90%.
4,75% contro 0,50%: la differenza di rendimento è appena dello 0,06%
È probabilmente il numero più significativo dell’intera analisi.
Da una parte abbiamo:
BTP 4,75% settembre 2028: rendimento lordo 2,90%.
Dall’altra:
BTP 0,50% luglio 2028: rendimento lordo 2,84%.
La differenza fra le cedole è di 4,25 punti percentuali.
La differenza fra i rendimenti effettivi lordi a scadenza è invece di appena 0,06 punti percentuali.
È una dimostrazione particolarmente chiara del motivo per cui, sul mercato obbligazionario, guardare esclusivamente la cedola fornisce una rappresentazione incompleta del rendimento di un titolo.
E gli altri cinque BTP?
Lo stesso meccanismo emerge, con intensità differenti, sugli altri titoli.
Il BTP 0,25% marzo 2028, quotato 96,05, presenta su 10.000 euro nominali una distanza positiva di circa 395 euro rispetto al rimborso a 100.
Il BTP 2,00% febbraio 2028, a 98,83, presenta un differenziale positivo di circa 117 euro.
Il BTP 2,80% dicembre 2028 quota invece praticamente alla pari: a 99,82 la distanza dal rimborso è appena 18 euro su 10.000 nominali. In questo caso la componente cedolare assume quindi un peso nettamente maggiore.
Sopra la pari troviamo invece il BTP 3,40% aprile 2028, a 100,84, con un differenziale negativo di circa 84 euro, e il BTP 3,80% agosto 2028, a 101,72, con una differenza negativa di circa 172 euro.
Il quadro complessivo può quindi essere sintetizzato in tre situazioni:
- cedola bassa e prezzo sotto 100: maggiore peso della componente legata alla differenza fra prezzo e rimborso;
- cedola elevata e prezzo sopra 100: maggiore flusso cedolare, accompagnato però da un differenziale negativo verso il rimborso;
- prezzo vicino a 100: maggiore incidenza relativa della componente cedolare.
Cosa producono le cedole su 10.000 euro nominali?
Il confronto diventa ancora più evidente osservando le cedole annuali corrispondenti a un valore nominale di 10.000 euro.
| BTP | Cedola annua lorda | Cedola annua dopo ritenuta 12,5% |
| BTP 2,00% Febbraio 2028 | € 200,00 | € 175,00 |
| BTP 0,25% Marzo 2028 | € 25,00 | € 21,88 |
| BTP 3,40% Aprile 2028 | € 340,00 | € 297,50 |
| BTP 0,50% Luglio 2028 | € 50,00 | € 43,75 |
| BTP 3,80% Agosto 2028 | € 380,00 | € 332,50 |
| BTP 4,75% Settembre 2028 | € 475,00 | € 415,63 |
| BTP 2,80% Dicembre 2028 | € 280,00 | € 245,00 |
La tassazione prevista per i redditi dei titoli di Stato italiani è pari al 12,5%.
Ma proprio il confronto fra questa tabella e quella precedente dimostra perché cedola e rendimento non siano sinonimi.
Perché i rendimenti netti sono molto più diversi di quelli lordi?
C’è poi un secondo dato che merita attenzione.
I rendimenti lordi dei sette BTP sono estremamente vicini, ma quelli netti presentano differenze molto maggiori.
Il caso più evidente riguarda nuovamente due titoli.
Il BTP 0,25% marzo 2028 passa dal 2,82% lordo al 2,78% netto.
Il BTP 4,75% settembre 2028 passa invece dal 2,90% lordo al 2,31% netto.
Per comprenderne la ragione bisogna considerare come è composto il rendimento.
Nei BTP con cedole elevate una quota maggiore del risultato deriva dai flussi cedolari, che costituiscono redditi di capitale e sono assoggettati alla tassazione prevista per i titoli di Stato.
Nei titoli acquistati sensibilmente sotto la pari assume invece maggiore importanza la componente legata alla differenza fra prezzo e rimborso, che ha una diversa qualificazione fiscale.
È quindi possibile che due titoli con rendimento lordo quasi identico presentino rendimenti netti differenti perché quel rendimento viene generato attraverso componenti differenti.
Cedole e plusvalenze: fiscalmente non sono la stessa cosa
Questa differenza diventa particolarmente importante quando si parla di minusvalenze.
Le cedole dei BTP costituiscono redditi di capitale e sono assoggettate all’aliquota agevolata del 12,5% prevista per i titoli di Stato italiani.
Il risultato fiscalmente rilevante derivante invece dalla differenza tra costo del titolo e prezzo di vendita o rimborso appartiene, ricorrendone le condizioni previste dalla normativa, alla categoria dei redditi diversi di natura finanziaria.
Le due componenti non sono quindi fiscalmente equivalenti.
In particolare, le cedole non possono essere utilizzate per compensare minusvalenze presenti nello zainetto fiscale.
Le minusvalenze appartenenti alla categoria dei redditi diversi possono invece essere compensate, secondo le condizioni previste dal regime fiscale applicabile, con successive plusvalenze fiscalmente compatibili.
Tra gli esempi possono rientrare risultati positivi derivanti da azioni, obbligazioni, certificates e strumenti derivati, mentre cedole e dividendi appartengono alla differente categoria dei redditi di capitale.
Perché esiste il coefficiente del 48,08%?
Qui entra in gioco uno degli aspetti meno intuitivi della fiscalità dei titoli di Stato.
I titoli di Stato italiani beneficiano dell’aliquota agevolata del 12,5%, mentre molti altri redditi finanziari sono soggetti all’aliquota ordinaria del 26%.
Se i risultati relativi ai titoli di Stato venissero considerati al 100% del loro valore anche quando vengono rapportati a plusvalenze o minusvalenze riferibili a strumenti tassati al 26%, si creerebbe una disomogeneità fiscale: verrebbero messi sullo stesso piano importi sottoposti ad aliquote differenti.
Serve quindi un fattore di proporzione.
Il coefficiente deriva direttamente dal rapporto tra l’aliquota applicata ai titoli di Stato e quella ordinaria:
12,5% ÷ 26% = 0,480769... ≈ 48,08%.
In altri termini, ai fini di questo meccanismo fiscale, 100 euro riferibili a un risultato su titoli di Stato corrispondono proporzionalmente a circa 48,08 euro riferiti a strumenti soggetti al 26%.
Non si tratta quindi di uno sconto arbitrario: il coefficiente serve a mantenere la proporzione fra due aliquote differenti.
Un esempio spiega immediatamente il 48,08%
Supponiamo di considerare una plusvalenza fiscalmente rilevante di 1.000 euro derivante da un titolo di Stato.
Applicando il coefficiente:
1.000 × 48,08% = 480,80 euro.
Perché proprio 480,80?
La risposta emerge confrontando le imposte teoriche:
1.000 × 12,5% = 125 euro
mentre:
480,80 × 26% ≈ 125 euro.
Il risultato fiscale è sostanzialmente equivalente.
È questo il motivo matematico per cui viene utilizzato il 48,08%: consente di rendere comparabili risultati finanziari sottoposti a due aliquote differenti.
Lo stesso principio di proporzionalità assume rilievo quando la minusvalenza fiscalmente riconosciuta deriva da un titolo di Stato.
Differenza economica e rilevanza fiscale: attenzione a non confonderle
Questo punto è particolarmente importante quando si osservano i tre BTP della tabella che quotano sopra 100.
Prendiamo nuovamente il BTP 4,75% settembre 2028.
Tra il prezzo considerato di 103,71 e il rimborso a 100 esiste, su 10.000 euro nominali, un differenziale matematico negativo di 371 euro.
Questo valore non deve però essere automaticamente identificato con l’esatto ammontare della minusvalenza fiscalmente riconosciuta.
Il risultato fiscale effettivo dipende infatti dal costo fiscalmente riconosciuto, dal prezzo effettivo dell’operazione, dalle commissioni e dal regime fiscale applicabile.
Occorre quindi tenere distinti due piani:
- il risultato economico, cioè la differenza effettivamente prodotta dall’operazione;
- la rilevanza fiscale, cioè l’importo riconosciuto e utilizzabile secondo le regole tributarie.
Il coefficiente del 48,08% interviene sul secondo piano quando occorre rapportare risultati relativi ai titoli di Stato a redditi soggetti all’aliquota del 26%.
Per quanto tempo possono essere utilizzate le minusvalenze?
Le minusvalenze fiscalmente riconosciute appartenenti alla categoria dei redditi diversi possono essere utilizzate secondo le condizioni previste dalla normativa entro il quarto periodo d’imposta successivo a quello nel quale sono state realizzate.
Una minusvalenza fiscalmente realizzata nel 2028 può quindi avere rilevanza compensativa, ricorrendone tutte le condizioni, fino al 2032.
Anche in questo caso, però, il semplice differenziale riportato nella tabella fra prezzo e rimborso a 100 non deve essere considerato automaticamente equivalente all’esatto importo presente nello zainetto fiscale.
E se i rendimenti continuassero a salire?
Rimane infine la grande variabile rappresentata dai tassi.
Se nei prossimi mesi i rendimenti richiesti dal mercato dovessero aumentare ulteriormente, i prezzi dei BTP già in circolazione tenderebbero, a parità delle altre condizioni, a diminuire.
Le scadenze brevi presentano generalmente una duration inferiore rispetto a quelle lunghe e quindi una minore sensibilità del prezzo alle variazioni dei rendimenti.
Avvicinandosi il momento del rimborso, inoltre, il capitale torna disponibile in tempi relativamente contenuti. Se a quel momento i rendimenti fossero superiori, il mercato presenterebbe condizioni differenti rispetto alle attuali.
Esiste naturalmente lo scenario opposto.
Se inflazione e crescita consentissero alla BCE di adottare nuovamente una politica monetaria più accomodante e i rendimenti diminuissero, alla scadenza dei titoli il mercato potrebbe presentare rendimenti inferiori.
La minore esposizione al rischio di tasso delle scadenze brevi trova quindi il proprio contrappeso nel rischio di reinvestimento.
Cosa raccontano realmente i 7 BTP con scadenza nel 2028?
La fotografia finale è molto più interessante di quanto possa apparire osservando semplicemente le cedole.
Sette titoli pagano interessi nominali profondamente differenti, dallo 0,25% al 4,75%, eppure il mercato, attraverso i prezzi, porta i loro rendimenti effettivi lordi in un corridoio strettissimo compreso tra il 2,82% e il 2,91%.
È il prezzo a riequilibrare ciò che la cedola apparentemente separa.
Il BTP allo 0,50% quota 95,65 e incorpora una componente positiva verso il rimborso a 100. Il BTP al 4,75% quota invece 103,71 e incorpora una componente negativa verso lo stesso valore di rimborso.
Alla fine, nonostante una distanza di 4,25 punti percentuali fra le cedole, la differenza tra i rispettivi rendimenti lordi è appena dello 0,06%.
È forse questa la lezione più importante che emerge dall’analisi: nel mercato obbligazionario la cedola dice quanto paga nominalmente un titolo; il prezzo, il tempo e il valore di rimborso spiegano quanto quel flusso vale nel rendimento complessivo.
E la fiscalità aggiunge un ulteriore livello di lettura: due BTP con rendimento lordo quasi identico possono presentare rendimenti netti differenti perché il risultato complessivo può essere formato in proporzioni diverse da cedole e componente prezzo.
In una fase nella quale BCE, inflazione, geopolitica e petrolio continuano a influenzare le aspettative sui tassi, i sette BTP con scadenza nel 2028 offrono così una fotografia particolarmente efficace di come il mercato obbligazionario incorpori nei prezzi le aspettative sul futuro.