Mercoledì si terrà uno degli eventi più attesi dai mercati finanziari nel 2025: il FOMC Meeting della Federal Reserve, durante il quale verrà presa una decisione cruciale sulla politica monetaria degli Stati Uniti. Dopo un primo trimestre deludente, con una contrazione del PIL pari a -0,3%, e un’inflazione PCE che continua a mantenersi sopra il target, tutti gli occhi sono puntati su Jerome Powell.
I mercati sono nervosi, ma al tempo stesso cautamente ottimisti. La sensazione è che siamo in una fase in cui ogni parola conta, ogni sfumatura può determinare una reazione significativa nei prezzi di azioni, obbligazioni, valute e persino criptovalute.
Per non farsi trovare impreparati, ecco 3 aspetti fondamentali da tenere a mente prima della riunione.
1. Powell resisterà alle pressioni politiche?
Sono passati poco più di 100 giorni dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. In genere, i presidenti approfittano di questo traguardo simbolico per evidenziare quanto fatto. Trump, invece, ha scelto di lanciare nuove frecciate alla Federal Reserve, accusandola di rallentare la ripresa economica con tassi troppo elevati. In particolare, ha puntato il dito contro Powell, definendo il suo approccio “vecchio e dannoso”.
E qui sorge la domanda chiave: Powell manterrà la sua indipendenza?
Secondo il FedWatch Tool del CME, i mercati scontano con una probabilità superiore al 95% il mantenimento degli attuali tassi d’interesse, escludendo un taglio nel meeting di questa settimana. Questo perché Powell ha sempre ribadito un approccio “data-dependent”, ovvero legato ai dati economici, non alle pressioni politiche.
Storicamente, i mercati hanno premiato questa postura. Quando, in passato, Trump ha minacciato di rimuovere Powell, le borse hanno reagito negativamente. Ma quando Powell ha dimostrato fermezza, i mercati hanno ritrovato fiducia.
Se mercoledì la Fed dovesse sorprendere con un taglio inatteso, potrebbe innescarsi una reazione opposta: i mercati potrebbero interpretarlo come una concessione politica, minando la credibilità stessa della Fed.
È proprio questa credibilità a sostenere la fiducia degli investitori. La previsione più realistica è che Powell manterrà i tassi invariati, ma il tono del comunicato e la conference call successiva saranno decisivi per capire le prossime mosse.
2. Le mosse delle altre banche centrali contano eccome
Guardare solo alla Fed non basta. In un mondo interconnesso, anche le decisioni di BoJ (Bank of Japan) e BCE influenzano gli equilibri globali.
La BoJ ha recentemente mantenuto i tassi allo 0,5%, dopo un periodo storico di tassi negativi e politica ultra-espansiva. Al contrario, la BCE ha già iniziato un percorso di tagli, segnalando la volontà di stimolare l’economia europea in rallentamento.
Questa divergenza monetaria tra le principali banche centrali è inusuale. In passato, gli Stati Uniti facevano spesso da apripista, ma oggi la Fed sembra voler temporeggiare, mentre l’Europa accelera.
E questo crea un problema: il carry trade. Gli investitori internazionali prendono a prestito in valuta giapponese (a tassi bassi) per investire in asset più redditizi, come i Treasury americani. Ma se la Fed inizia a tagliare mentre la BoJ mantiene o addirittura alza i tassi, il vantaggio di questo trade si riduce drasticamente.
Conseguenza? Potenziale sell-off sui titoli americani, aumento della volatilità sul mercato obbligazionario e, in prospettiva, maggiore difficoltà nel rifinanziamento del debito pubblico USA. Un problema serio, dato che la spesa per interessi è in continua crescita e i deficit federali si stanno allargando.
3. I dati macroeconomici parlano chiaro
I mercati si stanno muovendo in un contesto contraddittorio. Da un lato, la crescita si sta rallentando: il PIL del primo trimestre ha segnato -0,3%, la prima contrazione dal 2022. Dall’altro, l’inflazione core continua a resistere.
Il dato di marzo sul PCE (indice dei consumi personali) è salito al 2,6%, ancora sopra l’obiettivo della Fed. È vero, si è trattato di un rallentamento rispetto ai mesi precedenti, ma non abbastanza per giustificare un immediato allentamento monetario.
Con i tassi sopra il 4%, c’è già un forte grado di restrizione monetaria. Tuttavia, la Fed sa che una politica troppo rigida potrebbe aggravare il rallentamento economico. Il rischio, a questo punto, è che o si abbassano i tassi, o sarà l’economia reale a subire un contraccolpo.
Inoltre, tra il 2025 e il 2026, scadranno nuove tranche di debito, e il Tesoro e anche le aziende dovranno rifinanziarsi. Se i tassi restano elevati, il costo del debito esploderà.
Cosa aspettarsi davvero mercoledì
Con queste premesse, il meeting della Fed potrebbe concludersi senza cambiamenti immediati. Tuttavia, il vero focus sarà sulla forward guidance e sulla conferenza stampa di Powell.
Un messaggio troppo prudente, che sposta troppo avanti nel tempo l’ipotesi di un taglio, potrebbe generare delusione. Al contrario, un’apertura più bilanciata, che riconosce la debolezza della crescita ma anche la persistenza dell’inflazione, potrebbe sostenere i mercati nel breve termine.
Insomma, i mercati non chiedono necessariamente un taglio adesso, ma vogliono sapere che la Fed non è cieca davanti ai rischi macro.
I prossimi mesi saranno cruciali. Il sentiero sarà stretto: se i tassi non scendono, scenderanno gli utili; se i tassi scendono troppo presto, l’inflazione potrebbe tornare a salire. Powell dovrà mantenere l’equilibrio tra questi due fuochi.