Quando si confrontano due o più BTP, la prima cifra che cattura l’attenzione è quasi sempre il rendimento effettivo a scadenza. Si tratta dell’indicatore più utilizzato: rappresenta la sintesi di quanto il titolo potrebbe rendere mantenendolo fino al rimborso finale. Tuttavia, fermarsi a questo dato può essere riduttivo. Due titoli di Stato possono infatti offrire un rendimento molto simile e, allo stesso tempo, avere una struttura del rendimento profondamente diversa.
Una parte del rendimento può derivare dalle cedole periodiche, mentre un’altra dalla differenza tra il prezzo di acquisto e il valore di rimborso. Comprendere questa differenza permette di leggere un BTP con maggiore consapevolezza e, in alcune situazioni, anche di cogliere possibili implicazioni fiscali previste dalla normativa vigente. Un esempio pratico aiuta a capire perché.
3 BTP con rendimento quasi identico, ma costruito in modo diverso
A titolo puramente esemplificativo, si considerino tre BTP con scadenza nel 2030.
Il primo è il BTP 1,35% aprile 2030. Alla data della rilevazione, quota 93,86 euro e offre un rendimento effettivo a scadenza del 3,15% lordo. La cedola è relativamente contenuta, pari all’1,35%. Poiché il titolo quota ben sotto la pari, una parte del rendimento complessivo è collegata anche alla differenza tra il prezzo di acquisto e il rimborso finale a 100 euro per ogni 100 euro di valore nominale.
Il secondo è il BTP 2,95% luglio 2030. Quota 99,10 euro, quindi molto vicino alla pari, e presenta un rendimento effettivo a scadenza del 3,22% lordo. La cedola del 2,95% rappresenta una componente più importante del rendimento, mentre la differenza tra prezzo di acquisto e rimborso risulta decisamente più contenuta rispetto al primo titolo.
Il terzo è il BTP 3,70% giugno 2030. Quota 101,83 euro, quindi sopra la pari, ma offre comunque un rendimento effettivo molto simile agli altri due, pari al 3,21% lordo. In questo caso il rendimento deriva prevalentemente dalle cedole più elevate, mentre il prezzo di acquisto è superiore al valore di rimborso.
Osservando soltanto il rendimento effettivo a scadenza, i tre titoli sembrano quasi equivalenti. In realtà non lo sono.
Il primo quota sensibilmente sotto la pari, il secondo praticamente alla pari e il terzo sopra la pari. Di conseguenza, il rendimento finale viene costruito in modo differente: nel primo caso assume maggiore peso la differenza tra il prezzo di acquisto e il valore di rimborso, nel secondo le due componenti risultano più equilibrate, mentre nel terzo il contributo principale è rappresentato dalle cedole.
Questo dimostra che il rendimento percentuale racconta soltanto una parte della storia. Per comprendere davvero un Titolo di Stato è utile analizzare anche il modo in cui quel rendimento si forma.
I prezzi e i rendimenti riportati sono riferiti alla data della rilevazione e hanno finalità esclusivamente esemplificative.
Perché conoscere la struttura del rendimento può essere utile anche sotto il profilo fiscale
La diversa composizione del rendimento non rappresenta soltanto un aspetto tecnico.
Per gli investitori che possiedono minusvalenze ancora compensabili, si tratta di un aspetto che aiuta a comprendere meglio le caratteristiche dei diversi strumenti finanziari. Il confronto utilizza strumenti con un orizzonte temporale simile esclusivamente per finalità illustrative, così da evidenziare le diverse modalità con cui il rendimento può essere generato.
Quando un investitore vende uno strumento finanziario in perdita, genera una minusvalenza. La normativa fiscale italiana consente, in presenza dei requisiti previsti dalla legge, di utilizzare tale perdita per compensare future plusvalenze, ma solo entro il quarto anno successivo a quello in cui è stata realizzata. Ad esempio, una minusvalenza maturata nel 2026 potrà essere utilizzata fino al 31 dicembre 2030; decorso tale termine, non sarà più compensabile.
È opportuno ricordare che le cedole dei Titoli di Stato costituiscono redditi di capitale e non possono essere utilizzate per compensare eventuali minusvalenze. Diversamente, la plusvalenza derivante dalla vendita o dal rimborso del titolo rientra tra i redditi diversi e può concorrere, nei limiti e secondo le modalità previste dalla normativa fiscale vigente, alla compensazione delle minusvalenze ancora disponibili.
Le minusvalenze possono derivare, ad esempio, dalla vendita in perdita di azioni, obbligazioni, certificati di investimento, covered warrant, strumenti derivati e, nel caso degli ETF, limitatamente alle componenti che la normativa qualifica come redditi diversi. Allo stesso modo, tali minusvalenze possono essere compensate con plusvalenze appartenenti alla stessa categoria di redditi diversi, come quelle realizzate dalla vendita di azioni, obbligazioni, certificati, strumenti derivati e, per i Titoli di Stato, dalla plusvalenza derivante dalla differenza tra il prezzo di acquisto e il valore di rimborso o di vendita, secondo le regole previste dalla disciplina fiscale.
Le modalità di compensazione possono variare in funzione della tipologia dello strumento finanziario e della normativa fiscale applicabile.
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Per comprendere meglio il meccanismo, si immagini un investitore che nel 2026 venda alcune azioni realizzando una minusvalenza di 100 euro. Tale perdita potrà essere utilizzata, entro il 31 dicembre 2030, per compensare future plusvalenze fiscalmente compensabili. Qualora un investitore realizzi una plusvalenza derivante da un BTP acquistato sotto la pari e mantenuto fino alla scadenza, tale plusvalenza potrà concorrere alla riduzione della minusvalenza ancora disponibile, secondo le regole previste dalla normativa fiscale vigente.
Diverso è invece il trattamento delle cedole, che non possono essere utilizzate per questo tipo di compensazione.
Proprio per questo motivo, due BTP che presentano un rendimento complessivo molto simile possono avere una diversa composizione tra cedole e plusvalenza potenziale. Tale differenza non significa automaticamente che uno sia migliore dell’altro, ma rappresenta una caratteristica che può assumere rilievo nelle valutazioni dell’investitore. Per comprendere meglio la differenza, è interessante confrontare i BTP con un altro strumento molto diffuso tra i risparmiatori: il Buono Fruttifero Postale 4 anni Plus.
Secondo il simulatore di Poste Italiane, un investimento di 10.000 euro produce un valore netto a scadenza di 10.721,28 euro, corrispondente a un tasso annuo lordo del 2,00%.
Anche i Buoni Fruttiferi Postali beneficiano della tassazione agevolata del 12,5% sugli interessi e condividono alcune caratteristiche di sicurezza tipiche dei Titoli di Stato. Tuttavia presentano una struttura diversa: il rendimento deriva dagli interessi maturati secondo le condizioni previste dal contratto e non da un prezzo di mercato che può oscillare sopra o sotto la pari.
Questo rende evidente come strumenti apparentemente simili possano generare il rendimento attraverso meccanismi differenti.
L’esempio dei tre BTP evidenzia che, quando si analizzano Titoli di Stato con rendimenti molto vicini tra loro, può essere utile andare oltre il semplice dato percentuale. Osservare il rapporto tra prezzo di acquisto, cedole e valore di rimborso consente di comprendere meglio le caratteristiche del titolo e le possibili conseguenze previste dalla disciplina fiscale.
In definitiva, il rendimento effettivo a scadenza rimane uno dei principali indicatori per confrontare due BTP, ma non è l’unico. Capire come quel rendimento viene costruito permette di leggere i Titoli di Stato con maggiore consapevolezza e di effettuare valutazioni più complete, senza limitarsi a confrontare una semplice percentuale.
L’obiettivo dell’esempio non è stabilire quale BTP sia più conveniente, ma mostrare come due titoli con un rendimento apparentemente identico possano presentare caratteristiche finanziarie e fiscali differenti.