Conto deposito vincolato al 4,3% o BTP decennale al 3,67%. Quale dei due conviene adesso?

Tommaso Scarpellini

29 Luglio 2026 - 17:21

Il 4,3% batte il 3,67%, eppure potrebbe non essere così. Fiscalità asimmetrica, duration e inflazione ribaltano tutto ciò che sembrava scontato sui rendimenti del 2026.

Conto deposito vincolato al 4,3% o BTP decennale al 3,67%. Quale dei due conviene adesso?

Si sente spesso parlare di mega remunerazioni sui conti deposito, e certi arrivano fino al 4,3% lordo: con un BTP decennale appena emesso al 3,67%, il risparmiatore italiano si trova davanti a un bivio che sembra semplice ma nasconde una complessità che vale la pena esplorare fino in fondo, perché il rendimento più alto non è necessariamente quello più conveniente.

Scegliere tra questi due strumenti non è solo una questione di decimali percentuali, perché le differenze in termini di fiscalità, liquidità e protezione del capitale potrebbero ribaltare completamente il confronto a favore di chi ci si aspetterebbe di perdere.

Il punto di partenza di qualsiasi confronto tra strumenti finanziari dovrebbe essere il rendimento netto, non quello nominale, eppure la comunicazione commerciale dei prodotti bancari tende a valorizzare il tasso lordo come se fosse l’unica cifra che conta. Applicare la corretta pressione fiscale ai due strumenti cambia radicalmente il quadro.

Il conto deposito vincolato è soggetto a una ritenuta fiscale del 26% sugli interessi, la stessa aliquota applicata alla generalità dei redditi da capitale di natura finanziaria privata. Su un deposito di €20.000 al 4,3% lordo, il rendimento annuo lordo ammonterebbe a €860: dopo la ritenuta del 26%, il netto scenderebbe a circa €636. A questa cifra occorrerebbe poi sottrarre l’imposta di bollo dello 0,20% annuo sul capitale depositato, pari a €40, portando il rendimento effettivo netto a circa €596, corrispondente a un tasso reale di circa il 2,98%.

Le obbligazioni sovrane italiane godono invece di un trattamento fiscale storicamente privilegiato: le cedole dei titoli di Stato scontano una ritenuta del 12,5%, esattamente la metà rispetto ai depositi bancari. Su un rendimento lordo del 3,67%, l’aliquota ridotta porta il tasso netto a circa il 3,21%, che si avvicinerebbe sensibilmente al rendimento netto del conto deposito nonostante parta da una base nominale apparentemente più bassa di 63 punti base.

Profilo di rischio: garanzia bancaria contro solvibilità sovrana

Il secondo livello del confronto riguarda la natura e la struttura del rischio associato a ciascuno strumento. Il conto deposito vincolato beneficia della garanzia del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi fino a €100.000 per depositante per istituto, una protezione che interviene in caso di insolvenza dell’istituto di credito e che rappresenta un presidio regolamentare di primaria importanza per il risparmiatore retail.

Il titolo di Stato italiano, dal canto suo, incorpora un rischio sovrano che potrebbe sembrare di natura diversa ma non necessariamente superiore: il rimborso a scadenza dipende dalla capacità del Tesoro di onorare il proprio debito pubblico. In uno scenario ordinario, per un orizzonte decennale, la probabilità di default sovrano sembrerebbe storicamente contenuta per un paese membro dell’area euro, ma non sarebbe corretto affermare che il rischio sia assente o trascurabile in assoluto.

Duration, tassi e il rischio nascosto del prezzo di mercato

La terza dimensione del confronto è quella che potrebbe sfuggire a chi si avvicina per la prima volta agli strumenti del reddito fisso. Il deposito vincolato blocca il capitale per la durata contrattuale pattuita: la rottura anticipata del vincolo comporta generalmente la perdita parziale o totale degli interessi maturati, ma il valore nominale del capitale rimane invariato per costruzione.

Il BTP decennale è negoziabile sul mercato secondario in qualsiasi momento, il che lo rende formalmente più liquido. Questa liquidità, però, si accompagna a una volatilità del prezzo che dipende dall’evoluzione dei tassi di interesse. Con il tasso sui depositi della Banca Centrale Europea al 2,25% e il tasso di rifinanziamento principale al 2,40%, qualsiasi rialzo futuro dei tassi si rifletterebbe in una riduzione del prezzo di mercato del titolo. Chi fosse costretto a liquidare anticipatamente il BTP in uno scenario di tassi in risalita potrebbe incorrere in una perdita in conto capitale capace di erodere, o addirittura azzerare, i guadagni da cedola accumulati.

La duration di un titolo decennale amplifica questa sensibilità: a parità di variazione dei tassi, il prezzo di un BTP a 10 anni si muoverebbe proporzionalmente più di quello di un titolo a breve scadenza. Questo concetto tecnico, noto come rischio di tasso o interest rate risk, è il principale elemento differenziale tra i due strumenti per chi non fosse in grado di mantenere il titolo fino al 2036.

Inflazione reale e orizzonte temporale: il vero discriminante della scelta

Con un’inflazione stimata intorno al 3,0% per il 2026, entrambi gli strumenti potrebbero offrire un rendimento reale modesto o sostanzialmente neutro. Il rendimento reale del BTP decennale al 3,67% lordo, una volta applicata la fiscalità al 12,5%, si avvicinerebbe allo 0,2% reale in uno scenario inflattivo stabile: un cuscinetto sottile, che potrebbe assottigliarsi ulteriormente qualora i prezzi al consumo restassero strutturalmente elevati nell’eurozona nei prossimi anni.

Il conto deposito vincolato a 12 mesi presenta invece un vantaggio tattico che potrebbe risultare rilevante proprio in questa fase: consente di ricalibrare la strategia di allocazione alla scadenza, adeguandosi alle condizioni di mercato vigenti in quel momento. Se i tassi si stabilizzassero su livelli più favorevoli o se emergessero strumenti con profili rischio/rendimento migliori, chi ha scelto il deposito annuale avrebbe la flessibilità di riorientarsi, mentre chi ha acquistato il BTP decennale sarebbe vincolato a una scelta effettuata nel contesto attuale per un intero ciclo economico.

La sensazione che il conto deposito al 4,3% sia automaticamente più conveniente del BTP al 3,67% si ridimensionerebbe notevolmente portando il confronto sul piano netto, tenendo conto della differenza tra l’aliquota del 26% applicata ai prodotti bancari e il 12,5% riservato ai titoli di Stato. La distanza reale tra i due strumenti potrebbe essere molto più contenuta di quanto i numeri lordi suggeriscano, e in alcuni casi potrebbe addirittura invertirsi a favore del BTP per chi si trovasse in una fascia di depositi superiore ai €20.000, dove l’imposta di bollo inciderebbe in misura proporzionalmente maggiore.

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