Il prelievo forzoso sui conti degli Italiani, Amato e il collasso della Lira. Per non dimenticare

Sono ormai passati quasi 27 anni da quella svalutazione della lira italiana, esacerbata da George Soros, che mise in ginocchio le finanze del nostro Paese. Pochi mesi prima, la patrimoniale del 6 per mille sui conti degli italiani aveva già sconvolto profondamente gli Italiani.

Sono ormai passati quasi 27 anni da quella maledetta notte e dalla svalutazione della lira italiana che portò le finanze pubbliche al collasso.

Era il 1992 quando il governo di Giuliano Amato, al potere solo da pochi mesi, prese una decisione senza precedente: applicare una patrimoniale sui conti correnti degli italiani, il famoso 6 per mille sui capitali che, in realtà, erano già al netto delle imposte. Quelle tasse erano già state pagate, ma il crollo della lira italiana - alimentato dal noto speculatore George Soros, lo stesso che per i suoi interessi economici finanzia l’arrivo dei migranti in Italia - non lasciò altra scelta, come ricorda lo stesso Amato in un’intervista al Corriere in occasione del venticinquesimo anniversario dell’evento.

Il passato, però, sembra non aver insegnato molto alla cara e vecchia Italia: lo spettro di una nuova patrimoniale sui conti correnti, infatti, aleggia ancora sui nostri risparmi.
Era la sera 13 settembre del 1992: alla televisione un preoccupato Giuliano Amato parlava della presenza di tensioni e della necessità di un riallineamento. Il giorno dopo la lira italiana aveva già perso il 7% del suo valore contro il marco tedesco, la valuta di riferimento per le monete europee prima dell’avvento dell’Euro. Quel giorno si rivelò essere l’inizio del periodo di sospensione della lira dal Sistema monetario europeo (Sme). Una crisi del debito paragonabile solamente a quanto successo nel 2011.

Pochi mesi prima, la patrimoniale sui conti correnti

Solo pochi mesi prima, a luglio, il prelievo del 6 per mille sui conti degli italiani sconvolse l’opinione pubblica. Oggi Amato lo ricorda come un “male necessario”.

Servivano gli ultimi 8 mila miliardi di lire per la manovra correttiva da 30, Amato e i tecnici del Tesoro e delle Finanze non videro altra soluzione.
E già: l’aumento dell’IVA era fuori discussione per il rischio di aumento dell’inflazione; aumentare l’Irpef avrebbe colpito soprattutto la fascia più debole dei cittadini.
Ma l’idea di tagliare i costi della Pubblica Amministrazione, durante quella notte di confronto non venne in mente a nessuno. Però alle 4 del mattino, come ricorda Amato, l’allora ministro delle Finanze Giovanni Goria propose l’idea del prelievo forzoso. L’indomani, al Consiglio dei Ministri, il decreto passò.

Il contesto

Nei primi anni ‘90 l’economia italiana era frenata dai tassi di interesse molto alti e da un cambio valutario forte, fattori che ostacolavano l’accesso al credito alle imprese, incidendo sulla loro competitività a livello internazionale. Nell’anno del fattaccio Carlo Azeglio Ciampi era governatore della Banca d’Italia, Piero Barucci ministro del Tesoro, Mario Draghi direttore del Tesoro, come ricorda Amato.
La svalutazione poteva sembrare la via più facile da seguire ma l’Italia aveva già un debito pubblico enorme e dire addio alla lira forte avrebbe potuto creare non pochi problemi alle finanze pubbliche.

Gli sviluppi

Sarebbe stato molto più facile per tutti, anche per le altre valute europee in difficoltà, un apprezzamento del marco, ma i tedeschi dissero No.
A questo grave quadro si aggiunse un doppio declassamento a sorpresa sui titoli di Stato italiani ad opera dell’agenzia di rating Moody’s. Era il 13 agosto del 1992.

La pressione era sempre più alta, così il governo Amato si vide “costretto”a riunirsi per privatizzare il Credito italiano e il Nuovo Pignone - i decreti su pensioni ed enti locali ancora non erano pronti.

Il congelamento di tutta la spesa pubblica ai valori nominali del ‘92 - con relativo addio agli aggiustamenti all’inflazione o al Pil - secondo Amato avrebbe potuto mettere la pezza sullo stato devastato delle finanze italiane almeno per qualche settimana, tempo di aspettare l’arrivo dell’aiuto dai francesi, ma la Bundesbank si mise in mezzo. Schlesinger, suo presidente, l’11 settembre comunica a Ciampi che dal lunedì successivo la banca centrale della Germania non sarebbe più intervenuta per difendere la lira.

Ne conseguì un allargamento della fascia di fluttuazione della lira del 7%, con relativa svalutazione, per poi passare ad un crollo del 25%.
Anche se le imprese erano contente per la ritrovata competitività, si scatenò il caos: file agli sportelli, fughe di capitali in Svizzera, conti statali allo strenuo.

Ma nel mese di ottobre una maxi-emissione di 47 mila miliardi salvò l’Italia dalla recessione.

Euro a parte, siamo sicuri che l’Italia abbia davvero imparato la lezione?

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