20.000 euro per 1 anno: conto deposito, Supersmart, BTP o azioni? Rendimenti, costi e rischi a confronto

Gerardo Marciano

10 Agosto 2026 - 11:51

Da Supersmart ai BTP fino all’azionario: rendimenti, fiscalità e rischio a confronto per capire quanto può cambiare il risultato di 20.000 euro in un anno.

20.000 euro per 1 anno: conto deposito, Supersmart, BTP o azioni? Rendimenti, costi e rischi a confronto

Il tasso sui depositi della Banca Centrale Europea è oggi al 2,25%. Dopo il rialzo di giugno, i mercati continuano a interrogarsi sulle prossime mosse della BCE, ma considerare già scontato il percorso futuro dei tassi sarebbe probabilmente eccessivo.

Le variabili in gioco sono molte. Inflazione, salari, crescita economica e credito continueranno a orientare le decisioni di Francoforte. A queste si aggiunge un quadro geopolitico e geoeconomico che negli ultimi anni ha dimostrato quanto rapidamente possano cambiare gli scenari. Energia, petrolio, tensioni internazionali e catene di approvvigionamento possono modificare aspettative che fino a poche settimane prima sembravano consolidate.
In questo contesto, molti italiani continuano a mantenere una parte importante dei propri risparmi sul conto corrente.

Perché?
Attribuire questo comportamento soltanto a una carenza di educazione finanziaria sarebbe semplicistico. Il conto corrente offre qualcosa che per molte famiglie ha un valore preciso: disponibilità immediata del denaro e percezione di sicurezza. Inoltre, per le banche aderenti al sistema di garanzia, i depositi sono generalmente tutelati fino a 100.000 euro per depositante e per banca.

Ma quando una somma non deve essere utilizzata immediatamente, il confronto diventa interessante.
Prendiamo 20.000 euro e un orizzonte temporale di circa un anno. Senza stabilire quale soluzione sia migliore, possiamo osservare cosa cambia tra conto deposito, Deposito Supersmart Premium, due BTP prossimi alla scadenza e, infine, mercato azionario.
È un confronto che mostra subito una cosa: dodici mesi non significano lo stesso rischio per tutti gli strumenti.

20.000 euro per un anno: quanto cambia tra conto deposito, Supersmart e BTP

Una prima possibilità da osservare è il conto deposito.
Per durate intorno ai dodici mesi si possono incontrare tassi nell’ordine del 2-3% lordo, con offerte promozionali che possono discostarsi da questa fascia.
La parola importante è proprio “lordo”.
Gli interessi sono normalmente soggetti alla tassazione del 26% e va considerata anche l’imposta di bollo quando dovuta e non sostenuta dalla banca.
Un tasso nominale del 3%, quindi, non significa mettere in tasca 600 euro netti su 20.000 euro.
Bisogna inoltre verificare se il deposito sia libero o vincolato e cosa prevedano le condizioni contrattuali qualora il denaro venga richiesto prima della scadenza. Due percentuali uguali possono produrre risultati differenti una volta considerate fiscalità, costi e condizioni contrattuali.
Un altro termine di paragone è il Deposito Supersmart Premium.
L’offerta dedicata alla Nuova Liquidità apportata sul Libretto Smart prevede una durata di 366 giorni e un rendimento del 3,25% annuo lordo a scadenza.
Su 20.000 euro, la simulazione considerata indica un valore netto alla scadenza di 20.482,32 euro.
La differenza rispetto al capitale iniziale è quindi di 482,32 euro. Rapportando questo importo ai 20.000 euro iniziali, l’incremento netto indicato dalla simulazione corrisponde a circa il 2,41% del capitale.
È una distinzione importante: 3,25% è il rendimento annuo lordo indicato dall’offerta; circa 2,41% è invece l’incremento netto rispetto alla somma iniziale che emerge dalla specifica simulazione su 20.000 euro e 366 giorni.
Anche qui fermarsi alle percentuali sarebbe però sbagliato.
L’offerta è legata alla Nuova Liquidità e alle condizioni previste dal prodotto. In caso di disattivazione anticipata, le somme interessate vengono remunerate al Tasso Base del Libretto Smart. Le somme del risparmio postale sono inoltre emesse da Cassa Depositi e Prestiti e garantite dallo Stato italiano.
Passiamo ai titoli di Stato.
Il BTP 3,45% luglio 2027, al prezzo di riferimento di 100,651, presenta nei dati considerati un rendimento effettivo a scadenza del 2,75% lordo e del 2,32% netto.
Il BTP 2,05% agosto 2027 quota invece 99,375 e presenta un rendimento effettivo a scadenza del 2,72% lordo e del 2,45% netto.
Qui compare qualcosa che a prima vista può sembrare paradossale: il titolo con la cedola del 2,05% presenta un rendimento netto indicato superiore a quello del BTP con cedola del 3,45%.
Il motivo è che cedola e rendimento non sono la stessa cosa.
Il primo BTP viene acquistato sopra 100 e viene rimborsato a 100 alla scadenza. Una parte del flusso cedolare deve quindi essere letta insieme alla differenza negativa tra prezzo di acquisto e valore di rimborso.
Il secondo viene invece acquistato sotto la pari. Nell’ipotesi di detenzione fino alla scadenza, al flusso cedolare si aggiunge la differenza tra il prezzo inferiore a 100 e il valore nominale di rimborso.
Cedola, prezzo pagato, rimborso e fiscalità concorrono tutti alla formazione del rendimento effettivo.
C’è però un altro elemento importante: i costi.
I rendimenti netti del 2,32% e del 2,45% riportati per i due BTP devono essere letti secondo la metodologia utilizzata dalla fonte che li calcola. Non è corretto presumere automaticamente che rappresentino esattamente ciò che rimarrà al singolo risparmiatore dopo qualsiasi costo.
Nell’acquisto di un BTP possono infatti intervenire commissioni applicate dall’intermediario, oltre alla fiscalità e agli eventuali altri oneri connessi al rapporto utilizzato per detenere e negoziare i titoli.
Lo stesso principio vale, con modalità differenti, per gli altri prodotti. Per un conto deposito bisogna verificare l’imposta di bollo, eventuali costi contrattuali e se alcune spese siano sostenute dalla banca. Per Supersmart occorre fare riferimento alle condizioni dell’offerta e agli oneri fiscali applicabili.
Quando si confrontano rendimenti del 2-3% su appena dodici mesi, anche qualche decimo di punto percentuale può incidere sul risultato finale.
Per questo “rendimento netto” e “quanto rimane realmente in tasca” non sono necessariamente sinonimi.

Azioni per soli 12 mesi? Quasi 100 anni di storia raccontano quanto può cambiare il rischio

E se gli stessi 20.000 euro fossero esposti al mercato azionario per un solo anno?
Qui il confronto cambia completamente natura.
Considerando periodi mobili di dodici mesi dal 1926, il mercato azionario statunitense ha prodotto storicamente un risultato positivo in circa tre periodi su quattro.
In un’analisi che copre gennaio 1926-marzo 2025, circa il 24% dei periodi annuali ha registrato un risultato negativo. Circa il 76%, quindi, è stato positivo.
A prima vista potrebbe sembrare una statistica rassicurante. Ma racconta soltanto metà della storia.
Osservando i rendimenti annuali dell’S&P 500 dal 1928 al 2024, inclusi i dividendi, la deviazione standard è stata di circa il 19,5%.
Ancora più significativo è guardare agli anni terminati in negativo.

Nella serie considerata, gli anni negativi sono stati 26 su 97 e la loro perdita media è stata di circa -13,5%.
Ma anche questa media nasconde gli estremi. Nel 1931 il rendimento annuale fu circa -43,8%. Nel 2008 circa -36,6%.
Ecco perché sapere che circa tre periodi annuali su quattro sono stati positivi non basta per misurare il rischio di un’esposizione azionaria limitata a dodici mesi.
La frequenza delle perdite è soltanto una parte del rischio. L’altra è la loro dimensione.
Il tempo, però, modifica profondamente la distribuzione dei risultati storici.
Nelle analisi dei periodi mobili del mercato statunitense dal 1926, la frequenza dei risultati positivi passa da circa 76% a un anno a circa 95% su periodi di dieci anni.

Dieci anni hanno quindi storicamente ridotto molto la frequenza delle perdite, ma non l’hanno eliminata: il peggiore rendimento annualizzato osservato su un periodo decennale nella serie considerata è rimasto negativo.
Allungando ulteriormente l’orizzonte, tra il 1926 e il 2024 il peggiore rendimento annualizzato osservato su un periodo di 20 anni è stato positivo, circa +3,1% annuo.
Nella stessa analisi, il peggior risultato a un anno è stato circa -43,3%, mentre su dieci anni il peggiore rendimento annualizzato è stato circa -1,4%.

Ma da questi numeri non si può ricavare la conclusione che “a vent’anni non si perde”. Possiamo dire soltanto che nella serie storica osservata non si è verificato un periodo ventennale negativo. Il futuro non è obbligato a riprodurre il passato.
E lo stesso principio vale quando una probabilità appare molto piccola.
Un rischio dell’1% non significa che un evento sia impossibile e neppure che debba verificarsi esattamente una volta ogni cento anni. Guerre, recessioni, crisi finanziarie e shock economici possono produrre effetti che attraversano più anni e gli eventi estremi possono anche presentarsi in periodi relativamente ravvicinati.
C’è infine la diversificazione geografica.

Concentrare l’esposizione su un solo Paese significa dipendere maggiormente dalla sua economia, dalla valuta, dalle valutazioni e dalla composizione settoriale del mercato.
Una distribuzione internazionale può ridurre alcuni rischi di concentrazione, ma non elimina la possibilità di subire perdite, soprattutto durante le grandi crisi globali.
Anche una ponderazione geografica basata sul PIL mondiale rappresenta soltanto uno dei possibili criteri di costruzione di un portafoglio; un’altra metodologia diffusa utilizza la capitalizzazione dei mercati.
Diversificazione e orizzonte temporale intervengono quindi su aspetti differenti del rischio. Nessuno dei due elimina l’incertezza.

La domanda non è soltanto “quanto rende?”, ma quanto rischio c’è dietro quel rendimento

Torniamo ai nostri 20.000 euro.
Supersmart Premium indica un rendimento del 3,25% annuo lordo a scadenza e, nella simulazione considerata, 20.000 euro diventano 20.482,32 euro dopo 366 giorni: un incremento netto di 482,32 euro, pari a circa il 2,41% del capitale iniziale.

I due BTP considerati presentano rendimenti effettivi netti a scadenza indicati del 2,32% e del 2,45%, sulla base dei prezzi utilizzati nell’analisi e nell’ipotesi di detenzione fino alla scadenza. Per conoscere il risultato effettivo del singolo investitore occorre però verificare metodologia di calcolo, commissioni dell’intermediario ed eventuali ulteriori oneri.
Il conto deposito offre invece un tasso determinato dalle condizioni contrattuali, sul quale incidono fiscalità, bollo ed eventuali costi.

Il mercato azionario appartiene a un’altra categoria: non offre un rendimento predeterminato a dodici mesi.
La storia americana mostra che circa tre periodi annuali su quattro sono stati positivi, ma contemporaneamente mostra una volatilità annuale vicina al 20% e una perdita media di circa 13,5% negli anni terminati in negativo.
È questa probabilmente la differenza più importante dell’intero confronto.
Avere lo stesso orizzonte temporale non significa assumere lo stesso rischio. E avere due rendimenti apparentemente simili non significa necessariamente ottenere lo stesso risultato netto.

Quando si parla di risparmio, quindi, chiedere semplicemente “quanto rende?” non basta.
Bisognerebbe aggiungere almeno quattro domande: per quanto tempo, con quale variabilità del risultato, a quali costi e a quali condizioni è possibile recuperare il capitale?
È soltanto allora che percentuali apparentemente confrontabili iniziano a raccontare storie completamente diverse.