Comprare azioni e poi dimenticarsele nel portafoglio investimenti. È una delle strategie più chiacchierate tra chi si espone al mercato azionario, e resta valida perché chi non vende non paga commissioni, non paga imposte sulle plusvalenze fino al disinvestimento e non rischia di uscire nel momento sbagliato. E il 2026 ha già offerto diverse occasioni per uscire nel momento sbagliato, tra la guerra in Iran, lo shock energetico e le forti oscillazioni dei titoli tecnologici a ogni notizia sui piani di investimento sull’intelligenza artificiale.
Ma «comprare e dimenticare» funziona solo se si comprano le azioni giuste. Quando un investitore sceglie titoli da detenere per decine di anni, la variabile che conta non è il prezzo di ingresso ma la durata del vantaggio competitivo. Quanto a lungo l’azienda potrà difendere i propri margini da concorrenti, regolatori e cambiamenti tecnologici? Le società ad alta capitalizzazione partono avvantaggiate perché dispongono di governance strutturata, accesso al capitale e prodotti difficilmente sostituibili, ma non tutte compongono valore allo stesso modo.
Di seguito due titoli con profili opposti, entrambi adatti a un orizzonte lungo. Uno che oggi reinveste ogni soldo disponibile nella propria infrastruttura, uno che converte quasi tutto in cassa e la restituisce agli azionisti.
1) Azioni Alphabet
La società madre di Google ha chiuso il secondo trimestre 2026 con ricavi per 119,8 miliardi di dollari, in crescita del 24% su base annua: è il dodicesimo trimestre consecutivo di crescita a doppia cifra, un risultato che pochi gruppi di queste dimensioni riescono a mettere insieme. La sorpresa è arrivata da Google Cloud, salito dell’82% a 24,8 miliardi grazie alla domanda di infrastruttura per l’intelligenza artificiale da parte dei clienti aziendali. Il business storico non ha rallentato: la pubblicità su Search è cresciuta del 17%, quella su YouTube del 13%. L’utile operativo è aumentato del 30% a 40,8 miliardi, con il margine passato dal 32% al 34%.
Sono numeri che spiegano perché Alphabet (GOOGL) sia oggi contesa con Apple e Nvidia la posizione di società più capitalizzata al mondo, con un valore di mercato intorno ai 4.200-4.500 miliardi di dollari. Ma raccontano solo metà della storia, e la metà che l’investitore di lungo periodo deve capire è l’altra.
Per sostenere la corsa del cloud, Alphabet ha portato gli investimenti in conto capitale a 44,9 miliardi nel solo secondo trimestre, il doppio rispetto a un anno prima, alzando la stima per l’intero 2026 a una forbice tra 195 e 205 miliardi. Per la prima volta nella storia dell’azienda il flusso di cassa libero trimestrale è diventato negativo, a meno 5,9 miliardi. Per finanziare l’espansione il gruppo ha collocato azioni per 49,6 miliardi a giugno e obbligazioni senior per 20,3 miliardi nel trimestre, quasi raddoppiando il debito a lungo termine intorno ai 98 miliardi, e ha sospeso i riacquisti di azioni proprie mantenendo però il dividendo trimestrale a 0,22 dollari. La direzione finanziaria ha anticipato che nel 2027 la spesa aumenterà ancora in modo significativo.
Il titolo ha perso fino al 7% subito dopo i conti, per poi recuperare circa il 10% dai minimi nelle settimane successive. Il mercato oscilla tra il timore che questi capitali non rendano mai e la convinzione che chi non li spende oggi resti tagliato fuori domani. Chi compra Alphabet per i prossimi decenni sta scommettendo sulla seconda ipotesi e sul fatto che il gruppo sia l’unico a controllare l’intera catena (chip proprietari, data center, modelli, distribuzione) senza dipendere da terzi.
Resta sul tavolo il fronte giudiziario. Nell’agosto 2024 un tribunale federale ha stabilito che Google ha mantenuto illegalmente una posizione dominante nella ricerca online; la sentenza definitiva, entrata a dicembre 2025, impone obblighi di condotta come restrizioni agli accordi di distribuzione e condivisione di alcuni dati con i concorrenti, ma ha escluso la cessione di Chrome o Android. Il gruppo ha presentato appello a gennaio, il Dipartimento di Giustizia e i procuratori generali statali a febbraio.
2) Azioni Visa
Il secondo titolo appartiene a un mondo diverso. Visa (V) non produce nulla, non spende in data center e non deve indovinare quale tecnologia dominerà tra dieci anni. Incassa una commissione ogni volta che qualcuno paga con una carta appoggiata alla sua rete. È il modello del casello autostradale, e la tendenza strutturale che lo alimenta, ovvero la sostituzione progressiva del contante con i pagamenti digitali, procede da decenni senza avere ancora esaurito il proprio spazio, soprattutto nei mercati emergenti e nei pagamenti tra imprese.
Nel trimestre chiuso a giugno 2026, il terzo dell’esercizio fiscale, i ricavi netti sono saliti del 14% a 11,6 miliardi di dollari e l’utile per azione rettificato dell’11% a 3,32 dollari. Il volume dei pagamenti transitati sulla rete ha superato per la prima volta nella storia della società i 4.000 miliardi di dollari in un solo trimestre, in crescita del 10% a cambi costanti, con 72 miliardi di transazioni processate. Il volume transfrontaliero, la componente più redditizia perché legata a viaggi e commercio internazionale, è cresciuto del 12%.
La parte più interessante per chi guarda lontano, però, sono i servizi a valore aggiunto come consulenza, sicurezza, prevenzione delle frodi, software venduto alle banche clienti. Questo segmento è cresciuto del 34% a cambi costanti, arrivando a 3,8 miliardi di ricavi trimestrali, molto più rapidamente del business tradizionale delle carte. È il modo in cui Visa sta allargando il proprio perimetro senza dover mettere a rischio il bilancio.
Il capitale torna agli azionisti con una regolarità che il settore tecnologico ha smesso di garantire. Solo nel trimestre la società ha riacquistato 4,9 miliardi di dollari di azioni proprie e distribuito 1,3 miliardi di dividendi, per un totale di 6,2 miliardi, con altri 28,4 miliardi ancora autorizzati per i riacquisti futuri. È questo meccanismo, più della crescita dei ricavi, a trasformare un fatturato che sale del 13-14% in un utile per azione che sale a doppia cifra: meno azioni in circolazione, stesso utile diviso per un denominatore più piccolo.
Nel trimestre i costi operativi sono cresciuti del 17% contro un aumento dei ricavi del 13% a cambi costanti, una leva operativa negativa che erode parte del beneficio della crescita, e la società ha annunciato il taglio di circa 2.600 posti di lavoro, il 7% dell’organico, concentrati nelle funzioni tecnologiche e di prodotto, con oneri di ristrutturazione per 563 milioni. Il titolo, a fine luglio intorno ai 366 dollari, viaggiava vicino ai massimi del proprio intervallo annuale: comprare una società eccellente a un multiplo già generoso è il rischio classico di chi arriva tardi su una storia riconosciuta da tutti.
Cosa tenere a mente
Le due società rispondono a due approcci diversi. Alphabet chiede all’azionista di rinunciare oggi al flusso di cassa in cambio di una posizione dominante nell’infrastruttura dei prossimi vent’anni, accettando nel frattempo volatilità e contenzioso antitrust. Visa offre invece crescita più lenta ma prevedibile, cassa che rientra ogni trimestre, e il rischio che il prezzo pagato oggi sconti già buona parte di quella prevedibilità.
Nessuna delle due, va detto, mette al riparo dal rischio di concentrazione: sono entrambe società statunitensi, entrambe esposte al ciclo dei consumi e al cambio euro-dollaro, che per un investitore italiano incide sul rendimento finale quanto l’andamento del titolo. Chi costruisce un portafoglio da tenere per decenni farebbe bene a considerarle un punto di partenza, non un punto di arrivo.
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