Il vicepresidente in carica di Taiwan, Lai Ching-te, ha vinto le elezioni presidenziali che si sono tenute nel Paese in rappresentanza del Partito Democratico Progressista (Dpp), formazione che si pone l’autonomismo della Repubblica di Cina come obiettivo.
Nel Paese che la Repubblica Popolare Cinese rivendica come parte del suo territorio e che dal 1949 a oggi rappresenta l’erede della componente nazionalista sconfitta nella guerra civile il voto ha mostrato l’esistenza di una maggioranza relativa di elettori che non è disposta a interrompere l’ampio processo di distacco dalla Cina. Ma chi pensava che il voto sarebbe stato un plebiscitario assenso all’indipendentismo taiwanese dovrà ricredersi.
Un Paese politicamente nel caos
Il Paese è politicamente spaccato. Lai Ching-te succederà alla presidente uscente Tsai Ing-wen dopo aver vinto le elezioni col 40,35%. Secondo si è piazzato Ho Yu-ih del Kuomintag, il partito che dal 1949 al 2000 ha governato l’isola ininterrottamente ed è l’erede della formazione di Chang Kai-Shek che fu sconfitta dai comunisti di Mao Tse-Tung, col 33,49%. Il Kuomintag, lo ricordiamo, è favorevole all’idea di una sola Cina ma non vuole staccare definitivamente Taiwan da Pechino proclamando l’indipendenza. Terzo, a sorpresa, il Partito Popolare Taiwanese che candidava l’ex sindaco della capitale Taipei, Ko Wen-je, e ha raccolto oltre il 26% dei voti su una piattaforma antisistema e, soprattutto, pacifista.
La Tsai nel 2016 e nel 2020 aveva vinto rispettivamente col 56 e il 57% dei suffragi. Lai alle presidenziali ha lasciato per strada un terzo dei consensi della donna di cui è stato vice, segno che l’idea di un confronto muscolare ed aperto con la Cina, ora che Taiwan rischia di diventare il pivot del confronto geopolitico ed economico tra Usa e Repubblica Popolare, non è destinata a sfondare attivamente nella società dell’isola. Taiwan, centrale per l’economia mondiale per il suo ruolo nell’industria dei chip che dall’inizio dell’epopea di Morris Chang e del campione nazionale Tsmc plasma il peso strategico della Repubblica di Cina, vedrà un presidente eletto chiamato a governare, al tempo stesso, da “anatra zoppa” per l’assenza di una maggioranza in parlamento.
Il Kuomintag stacca i progressisti al Parlamento
Il Kuomintag, vincitore di 39 collegi uninominali e di 13 seggi nella quota proporzionale alle parallele elezioni legislative, avrà 52 seggi contro i 51 del Dpp. Ago della bilancia saranno gli otto seggi, tutti presi in quota proporzionale, dal Ppt. In un contesto che vedeva il Kuomintag partire da 38 seggi e il Dpp da 61, con una solida maggioranza assoluta, ciò mostra una complessità della situazione politica nell’isola che non si può semplificare osservandola da lontano.
I risultati di presidenziali delineano un cambiamento significativo nel panorama politico di Taiwan, che sembra transitare da un sistema bipartitico consolidato a una dinamica tripartitica più disordinata. Nonostante il terzo mandato consecutivo del DPP possa apparire come una vittoria, emergono crepe nelle fondamenta del panorama politico taiwanese. Questa instabilità affonda le radici nel 2020, quando un sentimento anti-establishment iniziò a covare sotto la superficie, anche se all’epoca la questione cinese dominava i titoli. Oggi, tale malcontento è in crescita.
Le nuove dinamiche di Taiwan
Il governo del Dpp di Tsai, che aveva Lai come vice, è stato a lungo sostenuto da un’ondata di giovani elettori e si trova ora ad affrontare accuse di abuso di potere e, soprattutto, di non aver affrontato le problematiche che lo hanno portato al potere nel 2016: prezzi delle case alle stelle, salari stagnanti e crescente disuguaglianza.
Questi fattori hanno contribuito all’ascesa del Partito Popolare e si saldano con l’idea, crescente nella popolazione taiwanese, che la focalizzazione del Dpp sulla geopolitica e le tensioni con Pechino siano, in parte, una diversione dell’attenzione. Su questo elemento, del resto, ha provato a fare leva anche la Cina. Il governo di Xi Jinping reagendo alla vittoria del Dpp, ha dichiarato che ciò dimostra che il partito non rappresenta l’opinione pubblica maggioritaria sull’isola. L’Ufficio per gli Affari di Taiwan ha annunciato la volontà di lavorare con vari settori politici a Taiwan per promuovere lo sviluppo e l’integrazione tra le due sponde dello Stretto, riferendosi all’ipotesi di un governo di coalizione che annacqui le venature indipendentiste.
Un’isola, più idee di Paese
Questi risultati e i cambiamenti nel panorama politico taiwanese potrebbero riflettere una crescente insoddisfazione verso gli attuali partiti dominanti e potrebbero portare a una fase di transizione verso un sistema politico più dinamico e pluralistico. Popolari e Kuomintag stanno convergendo su un esponente di quest’ultimo partito il candidato presidenziale del 2020 ed ex sindaco di Kaohsiung Han Kuo-yu, come potenziale nuovo presidente dello Yuan Legislativo, il parlamento monocamerale di Taiwan. L’idea che la presidenza spinga per l’autonomismo, mentre in Parlamento si consoliderà una maggioranza che non rinnega il principio di “Una sola Cina” caro anche a Pechino, pur indicando nella Cina repubblicana la legittima detentrice della sovranità, può creare un dualismo politico su cui tutte le altre contrapposizioni, legate all’economia e ai fattori interni di un Paese a economia capitalista complessa ed avanzata, finiranno per convergere.
Una Taiwan più focalizzata sulle questioni interne, in cui tutte le opinioni sul futuro dell’isola in campo internazionale sono rappresentate nelle istituzioni e in cui un’opinione pubblica democratica presenta e dà voce a tutte le rappresentanze nazionali si avvia verso il mandato presidenziale di Lai con un sistema politico variegato che inviterà i decisori alla cautela. Dal canto loro, Usa e Cina guardano alla nuova fase politica del Paese con attenzione. Washington può sorridere vedendo confermato il Dpp, molto leale all’idea di fare di Taiwan un pivot del contenimento a Pechino, alla presidenza. La Cina al contempo spera che l’impeto della società taiwanese non sia indirizzato verso il sostegno a un confronto duro con Pechino. Molto, per Taiwan, dipenderà da quanto Lai vorrà con pragmatismo e realismo mediare per evitare di fare dell’isola un terreno di confronto muscolare senza rinunciare alle sue prerogative politiche ed economiche. Il sentiero sarà stretto. Dalla mediazione dipende il futuro di Taiwan come piccola, ma strategica, potenza asiatica nel turbolente quadrante dell’Oceano Pacifico.