Una delle domande che gli investitori si pongono più spesso è se ogni ribasso dei mercati rappresenti un’occasione di acquisto oppure l’inizio di una fase ribassista destinata a durare nel tempo. La risposta, come spesso accade sui mercati finanziari, non è assoluta. Dipende dal contesto economico, dalle valutazioni raggiunte dai listini e, soprattutto, dalla struttura del trend. Negli ultimi mesi l’attenzione degli operatori si è concentrata in particolare sull’inflazione e sulle decisioni della Federal Reserve. Il ragionamento è noto: tassi di interesse elevati possono rallentare consumi e investimenti, raffreddando progressivamente la crescita economica.
Osservando la storia dei mercati emerge però un aspetto meno intuitivo. Le Borse non hanno necessariamente iniziato a scendere mentre le banche centrali aumentavano i tassi. In diverse fasi storiche, i listini hanno continuato a salire proprio durante la stretta monetaria. Le correzioni più profonde sono spesso arrivate quando gli effetti dei tassi elevati hanno cominciato a manifestarsi sull’economia reale e il mercato ha iniziato a intravedere la possibilità di un primo taglio del costo del denaro. In quei momenti, la prospettiva di una politica monetaria più accomodante non è stata interpretata soltanto come una buona notizia, ma anche come il segnale di un rallentamento economico ormai evidente.
È una distinzione importante, perché ricorda come il mercato azionario tenda ad anticipare di diversi mesi ciò che accade nell’economia.
Un altro elemento da non sottovalutare riguarda il ruolo centrale del mercato statunitense. Analizzando le nostre elaborazioni sulle serie storiche degli ultimi 128 anni, emerge che nel 76% dei casi i movimenti direzionali sviluppati da Wall Street hanno successivamente trovato conferma anche sulle principali Borse mondiali.
Non si tratta di una coincidenza. Gli Stati Uniti rappresentano il mercato finanziario più influente per dimensioni, capitalizzazione, liquidità e capacità di attrarre capitali internazionali. Per questo motivo i movimenti che si sviluppano a New York tendono spesso a propagarsi anche ai listini europei e asiatici, pur con intensità e tempi differenti.
Monitorare Wall Street, quindi, non significa osservare soltanto ciò che accade negli Stati Uniti. Significa spesso analizzare in anticipo dinamiche che potrebbero estendersi a una parte significativa dei mercati azionari globali.
Le valutazioni elevate bastano a decretare la fine del bull market?
A rendere il quadro ancora più complesso c’è il tema delle valutazioni. Il rapporto Prezzo/Utili, o P/E, dei principali indici azionari statunitensi si colloca su livelli superiori alla propria media storica. Questo significa che gli investitori stanno pagando multipli più elevati rispetto al passato per acquistare gli utili prodotti dalle società quotate.
Proprio per questo motivo non mancano gli analisti secondo cui il bull market potrebbe essere entrato in una fase avanzata e avvicinarsi progressivamente alla sua conclusione.
Ed è proprio in fasi come questa che il mercato mette maggiormente alla prova gli investitori. Da una parte le valutazioni elevate alimentano il timore che una correzione possa essere ormai vicina, dall’altra i continui nuovi massimi fanno nascere la paura di restare esclusi da un’ulteriore fase rialzista. È il classico conflitto tra prudenza e «fear of missing out» (FOMO), una delle dinamiche psicologiche che più spesso accompagna le fasi mature dei mercati rialzisti.
La storia dei mercati invita però alla prudenza anche di fronte a questa lettura. Valutazioni elevate non significano automaticamente che un ribasso sia imminente. Un mercato può infatti rimanere costoso per molto tempo, soprattutto quando la crescita degli utili continua a sostenere i prezzi e la liquidità resta abbondante.
Tra gli operatori circola da decenni un’espressione che sintetizza bene questo concetto: il cimitero di Wall Street è pieno delle bare di coloro che hanno cercato di anticipare i massimi e i minimi del mercato.
È un modo diretto per ricordare quanto sia difficile individuare con precisione il momento in cui un trend cambia direzione. Molti investitori sono usciti troppo presto da mercati rialzisti che hanno continuato a correre per anni. Altri hanno cercato di anticipare ribassi che non si sono verificati, oppure sono arrivati molto più tardi del previsto.
Per questo motivo, più che cercare di individuare il giorno esatto in cui terminerà un mercato rialzista, può essere più utile osservare se iniziano a deteriorarsi gli elementi che ne sostengono la struttura, sia dal punto di vista fondamentale sia da quello tecnico.
La storia insegna anche un’altra lezione. Analizzando oltre 128 anni di serie storiche dei mercati azionari internazionali, un portafoglio globale ben diversificato e mantenuto per almeno dieci anni ha mostrato una probabilità superiore all’80% di chiudere con un risultato positivo, indipendentemente dal momento iniziale dell’investimento. Estendendo l’orizzonte a vent’anni, questa probabilità ha superato il 95%.
È proprio per questo motivo che il buy and hold continua a rappresentare uno degli approcci più osservati dagli investitori con un orizzonte di lungo periodo.
Questo non significa ignorare i cambiamenti di scenario. Esistono fasi in cui le probabilità iniziano a diventare meno favorevoli e nelle quali è opportuno osservare con maggiore attenzione il comportamento del mercato.
Dal punto di vista stagionale ci stiamo inoltre avvicinando a un periodo storicamente più delicato. Agosto coincide spesso con una riduzione dei volumi di negoziazione, mentre settembre è stato frequentemente caratterizzato da un aumento della volatilità e da correzioni anche significative.
Più volte abbiamo evidenziato su queste pagine come il periodo compreso tra ottobre 2022 e marzo 2023 abbia rappresentato una finestra statisticamente favorevole per la formazione di posizioni di lungo periodo. Non si trattava di una previsione, ma dell’osservazione di una ricorrenza storica: negli ultimi 128 anni, tra la fine del secondo anno e il mese di marzo del terzo anno del decennio, si sono formati con una certa frequenza importanti minimi ciclici.
I livelli grafici che possono fare la differenza
Finché un mercato continua a costruire massimi e minimi crescenti, la tendenza primaria resta tecnicamente rialzista.
Per questo motivo i primi livelli da monitorare rimangono i minimi registrati tra il 9 e il 10 giugno:
- Dow Jones: 49.909,07 punti
- S&P 500: 7.237,85 punti
- Nasdaq Composite: 24.980,37 punti
Una loro eventuale violazione rappresenterebbe un primo segnale di indebolimento della struttura di breve periodo, ma non sarebbe sufficiente, da sola, a modificare il quadro di lungo termine.
Per valutare quest’ultimo è più utile osservare quelli che l’analisi tecnica definisce minimi strutturali.
Si tratta dei minimi dai quali ha avuto origine il movimento che ha successivamente portato gli indici a registrare nuovi massimi. Sono, in altre parole, i livelli dai quali il mercato ha mostrato una presenza della domanda sufficientemente forte da rilanciare il trend rialzista.
Nel caso dei principali indici americani, questi livelli coincidono con i minimi della settimana del 30 marzo:
- Dow Jones: 45.057,28 punti
- S&P 500: 6.316,91 punti
- Nasdaq Composite: 20.690,25 punti
Finché questi livelli continueranno a reggere, il trend primario rimarrà tecnicamente rialzista. (Ricordiamo che la statistica proietta il massimo del decennio fra fine 2029 e metà 2030).
Al contrario, una loro eventuale violazione in chiusura settimanale interromperebbe la sequenza di massimi e minimi crescenti descritta dalla teoria di Dow e rappresenterebbe un primo segnale di deterioramento della struttura rialzista di lungo periodo.
Non costituirebbe la certezza dell’inizio di un mercato ribassista, ma aumenterebbe la probabilità di un cambio di scenario e renderebbe necessario osservare con maggiore attenzione l’evoluzione del quadro tecnico.
Per chi opera con un’ottica di breve periodo, assumono quindi maggiore importanza i livelli tecnici, la volatilità e la disciplina nella gestione del rischio. In una fase caratterizzata da valutazioni elevate e da una forte sensibilità ai dati macroeconomici, diventa essenziale distinguere una normale correzione dalla rottura dei supporti che sostengono il trend.
Per chi investe con un orizzonte medio-lungo, invece, la prospettiva è diversa. La storia mostra che tentare di anticipare ogni correzione può essere meno efficace rispetto a una gestione disciplinata e coerente con il proprio orizzonte temporale.
Questo non significa ignorare i segnali di deterioramento del mercato. Significa evitare di confondere una normale fase di volatilità con l’inizio certo di un mercato ribassista.
Alcuni investitori di lungo periodo utilizzano strumenti di gestione del rischio, come il trailing stop, per accompagnare il trend e proteggere progressivamente una parte dei guadagni maturati. Anche in questo caso, però, l’efficacia dipende dalle modalità di applicazione e dalla volatilità del mercato: un livello troppo ravvicinato può infatti provocare l’uscita durante una semplice oscillazione temporanea.
Il vero obiettivo, quindi, non dovrebbe essere quello di prevedere il prossimo ribasso, ma di riconoscere quando il mercato inizia realmente a cambiare comportamento.
Le valutazioni elevate, la politica monetaria, il rallentamento dell’economia e la rottura dei supporti sono tutti elementi da osservare. Nessuno di essi, considerato singolarmente, è però sufficiente per decretare la fine di un bull market.
È l’insieme dei segnali fondamentali, tecnici e macroeconomici che può aiutare a distinguere una correzione fisiologica da un possibile cambio di scenario. Ed è questa la differenza più importante tra chi cerca di indovinare il mercato e chi prova, con metodo, a interpretarlo.