Wall Street, 98 anni di Borsa svelano il segreto del quarto trimestre. Cosa aspettarsi entro dicembre?

Gerardo Marciano

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S&P 500, 98 anni di statistiche sul quarto trimestre: rendimenti, probabilità di rialzo e quanto incidono i primi 9 mesi sull’andamento di Wall Street.

Wall Street, 98 anni di Borsa svelano il segreto del quarto trimestre. Cosa aspettarsi entro dicembre?

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Ogni anno, con l’arrivo dell’autunno, torna una domanda che accompagna da decenni le cronache finanziarie: gli ultimi mesi dell’anno sono davvero favorevoli per Wall Street, oppure la loro reputazione nasce da pochi episodi memorabili? La risposta non è scontata, soprattutto perché un periodo storicamente positivo può contenere alcuni dei crolli più violenti della storia.

La ricerca di regolarità stagionali impone una distinzione: una probabilità misurata sul passato non è una previsione per il futuro. Il calendario può descrivere l’esperienza del mercato, ma non basta a spiegare che cosa determini rendimenti, ribassi e recuperi.

C’è però un interrogativo che può rendere questa osservazione più utile. Quanto cambia il comportamento di ottobre, novembre e dicembre se l’S&P 500 arriva alla fine di settembre già in forte rialzo oppure in perdita? Un confronto fra 98 anni completi, dal 1928 al 2025, offre indicazioni interessanti e mette in luce anche i limiti delle conclusioni più immediate.

Quarto trimestre: rendimento medio, frequenza e rischio

Fra il 1928 e il 2025 l’S&P 500 ha guadagnato in media il 2,89% nell’ultimo trimestre, misurato dalla chiusura dell’ultima seduta di settembre a quella dell’ultima seduta di dicembre. La mediana si attesta al 4,63%: è più alta della media perché alcune perdite eccezionali pesano sulla distribuzione. I trimestri positivi sono stati 73 su 98, il 74,5%.

La frequenza favorevole non elimina il rischio. La deviazione standard dei rendimenti trimestrali è del 9,04%, e il peggior quarto trimestre si è verificato nel 1929, con un -28,88%, seguito dal 1937 (-23,33%), dal 1987 (-23,21%) e dal 2008 (-22,57%). Fra gli esiti più brillanti figurano il 1998 (+20,87%), il 1982 (+16,78%) e il 1985 (+16,04%).

Figura 1. Distribuzione dei rendimenti del quarto trimestre, 1928–2025.

Il confronto con gli altri trimestri

Nell’intero campione, il primo trimestre presenta un rendimento medio dell’1,60%, il secondo del 2,40% e il terzo dell’1,40%. L’ultimo, al 2,89%, registra la media più alta. Anche la sua quota di risultati positivi, il 74,5%, supera quella degli altri trimestri, ciascuno attorno al 60,2%. Più che per l’assenza di oscillazioni significative, il quarto trimestre si distingue quindi per la maggiore frequenza di rialzi.

Figura 2. Rendimenti medi dei quattro trimestri dell’anno, 1928–2025.

Dal 1980 il fenomeno è più marcato

La media dei 98 anni nasconde differenze rilevanti fra epoche. Dal 1928 al 1956 il quarto trimestre ha reso in media appena lo 0,12%, risultando positivo nel 65,5% dei casi. Nel 1957–1979 la media sale al 3,00% e la frequenza favorevole al 69,6%. Fra il 1980 e il 1999 la media raggiunge il 5,15%, con l’85% dei trimestri positivi, mentre nel 2000–2025 si attesta al 4,13%, con una frequenza dell’80,8%.

Dal 1980 al 2025, complessivamente, 38 trimestri su 46 si sono chiusi in rialzo: l’82,6%, per un rendimento medio del 4,57%. È un risultato più forte di quello dell’intero campione, che però non dimostra che una frequenza così elevata debba necessariamente persistere.

Figura 3. Il quarto trimestre nelle diverse epoche storiche.

Ottobre, novembre e dicembre non sono intercambiabili

Ottobre registra nell’intera serie un rendimento medio dello 0,55%, una mediana dell’1,03% e una frequenza positiva del 59,2%. La deviazione standard mensile è vicina al 6%, coerente con una storia segnata da crolli e riprese pronunciati. Novembre presenta una media dell’1,01%, una mediana dell’1,63% e una frequenza positiva del 62,2%.

Dicembre è il mese più regolare del trimestre nella serie secolare: rendimento medio dell’1,27%, mediana dell’1,48%, 71 mesi positivi su 98, pari al 72,4%, e deviazione standard del 3,71%. Nel periodo 1980–2025, però, è novembre a distinguersi, con una media del 2,08% contro l’1,23% di ottobre e l’1,17% di dicembre. Il rafforzamento di fine anno, quindi, non si concentra soltanto nelle ultime sedute.

Figura 4. Rendimenti medi di ottobre, novembre e dicembre, 1928–2025.

Se i primi nove mesi sono positivi: la probabilità condizionata

La verifica più istruttiva divide gli anni secondo il segno del rendimento da gennaio a settembre, noto alla fine del nono mese. Nel campione 1928–2025 ci sono 66 anni con primi nove mesi positivi: in 55 casi anche il quarto trimestre chiude in rialzo. La probabilità empirica condizionata è quindi dell’83,3%, con un rendimento medio del trimestre pari al 4,38%.

I primi nove mesi sono invece negativi in 32 anni: in 18 casi il quarto trimestre sale, con una frequenza positiva del 56,3% e un rendimento medio di -0,19%. La differenza è di circa 27 punti percentuali nelle frequenze e di 4,57 punti nei rendimenti medi. Anche dopo nove mesi negativi la mediana resta comunque positiva, al 2,59%: segno che a deprimere la media sono soprattutto alcune perdite molto ampie.

Un test t di Welch sulla differenza fra i rendimenti medi fornisce un valore p vicino a 0,035, mentre il test esatto di Fisher sulla differenza nelle frequenze produce un valore p vicino a 0,006. Sono segnali significativi secondo le soglie convenzionali, ma vanno considerati esplorativi: non provano un rapporto di causalità e non correggono per tutte le suddivisioni analizzate.

Figura 5. Frequenza di quarti trimestri positivi, condizionata al segno dei primi nove mesi.

Dal 1980 il quarto trimestre resta forte anche dopo nove mesi negativi

Nel periodo 1980–2025 il dato più evidente è la frequenza favorevole del quarto trimestre indipendentemente dal bilancio dei mesi precedenti. Dopo un gennaio-settembre positivo, il trimestre finale è salito in 30 anni su 35, con una frequenza dell’85,7% e un rendimento medio del 4,82%. Dopo un gennaio-settembre negativo è comunque salito in 8 casi su 11, pari al 72,7%, con un rendimento medio del 3,79%. Il risultato degli anni già positivi supera la frequenza generale dell’82,6% di appena 3,1 punti percentuali.

La differenza fra i due gruppi è di 13 punti nella frequenza dei rialzi e di 1,03 punti nel rendimento medio, e non raggiunge la significatività statistica: il test t di Welch restituisce un valore p vicino a 0,77, il test esatto di Fisher circa 0,37. Questo non prova che la relazione con i primi nove mesi sia scomparsa o si sia indebolita: con soli 11 anni negativi la potenza statistica delle verifiche è ridotta. Indica piuttosto che, nel campione recente, il segno dei primi nove mesi non ha aggiunto una capacità predittiva robusta a una frequenza di rialzi già elevata. Per sostenere che la relazione sia cambiata nel tempo servirebbe un confronto diretto fra epoche, e non il semplice confronto dei rispettivi valori p.

L’intensità del rendimento precedente aggiunge informazioni?

Nei 27 anni in cui l’indice aveva guadagnato fra lo 0% e il 10% entro settembre, il trimestre conclusivo ha reso in media il 4,94% ed è salito 23 volte, l’85,2%. Quando i primi nove mesi avevano guadagnato più del 10%, la media del trimestre è stata del 3,99%, con 32 esiti positivi su 39 (82,1%). All’interno di quest’ultimo gruppo, i 15 anni con un rialzo oltre il 20% hanno registrato una media del quarto trimestre di appena l’1,02%, con 11 es

iti positivi (73,3%).

Negli anni con primi nove mesi in perdita fra lo 0% e il 10%, il quarto trimestre ha reso in media -1,15%, risultando positivo in 6 casi su 13. Dopo flessioni superiori al 10%, invece, la media sale allo 0,46%, con 12 trimestri positivi su 19. Sono campioni piccoli, in cui pochi eventi estremi possono cambiare molto i risultati. Non emerge una relazione semplice: un rialzo precedente più forte non si traduce in un rialzo finale più ampio, e un ribasso iniziale non implica automaticamente un recupero.

Correlazione debole: classificare un anno non equivale a prevederne il rendimento

La correlazione lineare fra il rendimento di gennaio-settembre e quello di ottobre-dicembre è soltanto di +0,126 nei 98 anni, e non risulta statisticamente significativa. Dal 1980 al 2025 diventa lievemente negativa, circa -0,101, anche in questo caso senza significatività. Non c’è contraddizione con la differenza nelle frequenze osservata sull’intero campione: il confronto fra anni positivi e negativi misura un fenomeno diverso dalla relazione lineare fra le ampiezze dei rendimenti.

In altre parole, sull’intera serie il segno dei primi nove mesi ha distinto gruppi con frequenze storiche diverse, ma il rendimento accumulato entro settembre non permette di stimare in modo attendibile quello dell’ultimo trimestre.

Quali indicazioni ricavare dalle statistiche

L’analisi storica mette in evidenza una stagionalità favorevole dell’ultimo trimestre, soprattutto dal 1980, con 38 rialzi su 46 anni. Nel campione recente la caratteristica dominante è la forza del periodo ottobre-dicembre anche dopo nove mesi negativi, mentre la dipendenza del risultato dalla performance precedente resta da dimostrare. I tre mesi, inoltre, contribuiscono in modo diverso: dicembre è il più regolare sull’intera serie, novembre il più forte negli ultimi quarant’anni.

Per leggere correttamente questi numeri conviene distinguere il contesto noto al 30 settembre dalla probabilità storica di rialzo del trimestre, considerare la dispersione dei rendimenti e verificare se eventuali condizioni aggiuntive offrano informazioni nuove su campioni indipendenti. Le frequenze osservate non sono probabilità garantite per il futuro e non costituiscono, da sole, indicazioni per assumere posizioni sui mercati.

Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce consulenza finanziaria né sollecitazione all’investimento. Le performance passate non sono indicative di quelle future.

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