Vi spiego le (reali) conseguenze della guerra dei dazi sui mercati finanziari

R. F.

13/02/2025

Facciamo il punto sulla guerra dei dazi e le reali conseguenze sui mercati finanziari e sull’economia internazionale.

Vi spiego le (reali) conseguenze della guerra dei dazi sui mercati finanziari

La retorica della guerra commerciale si sta intensificando rapidamente, con il presidente Trump che ha annunciato dazi contro Cina, Canada e Messico. E aspettiamo le decisioni sull’area euro.

Sebbene Canada e Messico abbiano ricevuto una tregua di 30 giorni, il rischio che alcuni dazi diventino permanenti rimane elevato. E ora le minacce tariffarie si spostano anche su acciaio e alluminio.

Tuttavia, state attenti. Gli investitori dovrebbero essere cauti nel farsi travolgere dal costante bombardamento di notizie a breve termine.

Indubbiamente l’amministrazione americana sta giocando una partita a scacchi. Trump utilizzerà i dazi come un’arma, sia per ottenere concessioni (ad esempio, sul controllo delle frontiere) sia per tentare, in modo discutibile, di correggere gli squilibri commerciali. O di ottenere dall’Europa un maggior impegno delle spese sulla difesa. Oppure di ottenere dalla Cina impegni all’aumento dell’import dall’America di beni e servizi made in USA.

Ma è improbabile che questi dazi modifichino in modo significativo la traiettoria macroeconomica generale dell’economia mondiale. Ci sono dei motivi per cui i dazi non porteranno a un aumento sostenuto dell’inflazione.

In sintesi:

  • I dazi funzionano come una tassa sui consumi, riducendo la spesa discrezionale nei beni colpiti dai dazi, ma anche esercitando una pressione al ribasso sull’inflazione in altri settori dell’economia, perché per i consumatori si attua una riduzione della capacità di spesa residua in altri beni non colpiti dai dazi. Ai fini inflattivi quindi, il gioco potrebbe essere a somma zero.
  • Essendo uno shock sui prezzi relativi a singoli settori e non a tutti i settori in generale, l’impatto inflazionistico dei dazi tende a svanire nel tempo, finendo per non influenzare più i dati sull’inflazione. Quest’ultima infatti è un rialzo dei prezzi generalizzato e uniforme di tutti i beni e servizi del paniere.
  • Il costo dei dazi non deve necessariamente essere interamente trasferito ai consumatori. Le aziende lungo la catena di approvvigionamento, al fine di mantenere invariate le proprie quote del mercato interno, possono assorbirne i costi e mantenere invariato il prezzo finale del bene ai consumatori, accettando una compressione dei margini di profitto, il che storicamente è stato il principale freno al meccanismo di trasmissione dei prezzi al consumo durante i precedenti cambi dei regimi tariffari.
  • Aggiustamenti valutari, sostituzione delle importazioni dall’estero con produzione degli stessi beni all’interno dell’economia e riorganizzazione delle catene di approvvigionamento sono tutti modi in cui i dazi possono, e spesso vengono, compensati. Ad esempio, il rafforzamento del dollaro durante gli aumenti tariffari del 2018-19 ha contribuito a un calo dei prezzi dei beni commerciabili in USA, ma anche a livello globale.

Piuttosto che alimentare l’inflazione, la preoccupazione maggiore è che l’uso indiscriminato dei dazi possa soffocare il commercio e innescare un rallentamento della crescita globale.

In altre parole, l’effetto finale dei dazi potrebbe essere addirittura disinflazionistico. Se si passa dalla “globalizzazione” alla “de-globalizzazione”, la diminuzione del volume del commercio internazionale porta ad un raffreddamento globale della domanda di beni e servizi, e quindi a meno inflazione. Infatti, il mercato obbligazionario ha reagito ai precedenti picchi di “ansia da dazio commerciale” con un rialzo dei prezzi dei bond e una discesa dei rendimenti nei primi giorni degli attacchi di Trump.

Sebbene la situazione tariffaria rimanga fluida, la nostra ipotesi di base è che le interruzioni del commercio saranno limitate, poiché la maggior parte dei paesi colpiti probabilmente offrirà, almeno superficialmente, concessioni per ridurre le tensioni.

In sintesi: le notizie sui dazi sono piene di “rumore” e qualsiasi preoccupazione dovrebbe concentrarsi più sul loro impatto sulla crescita piuttosto che sull’inflazione. Mantenete una posizione sovrappesata su dollaro e oro, poiché sono i principali beneficiari delle minacce tariffarie guidate dagli Stati Uniti e dell’“incertezza commerciale” più ampia.

E non vendete azioni, soprattutto quelle americane, poiché dopo 24 mesi ininterrotti di bull-market, una pausa di riflessione dei listini, oltre che salutare, è da considerarsi fisiologica nei mercati azionari internazionali.

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