Una «Eataly digitale» per portare il design italiano nel mondo

Dario Colombo

13/07/2022

13/07/2022 - 15:01

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La startup Design Italy ha creato una piattaforma di e-commerce di prodotti italiani che funziona nel mondo e sta pensando di aprirsi al metaverso. Parla il founder, Roberto Ferrari

Una «Eataly digitale» per portare il design italiano nel mondo

Alla fine dello scorso anno fatturava mezzo milione di euro, per quest’anno si attende il triplo. Con la campagna di crowdfunding ha ottenuto quasi il doppio di quanto richiesto (le cifre sono riservate). 85 vendite su 100 prendono la via di 40 paesi esteri, fino in Australia. In catalogo ci sono 140 brand, in aumento, per oltre 12mila prodotti. Programmazione, marketing digitale e comunicazione sono curati da uno staff di 12 persone, all’80% donne, affiancate da collaboratori esperti di design.

Questi sono i numeri di Design Italy, il marketplace di e-commerce specializzato in prodotti Made in Italy.

Alla guida c’è Roberto Ferrari, manager che ha creato la startup in piena pandemia nel 2020 lasciando la direzione generale di CheBanca!.

Il design italiano è un trend anche in digitale

L’idea originaria, mantenuta nel biennio era diventare un punto di riferimento per l’e-commerce di prodotti di design italiani con un rating di customer feedback elevato, facendo crescere la presenza della piattaforma digitale sui mercati esteri, aggiungendo a catalogo nuovi prodotti e brand, fornendo, appunto, un customer care di alto livello.

Per i prossimi mesi sono in programma investimenti per rafforzare la presenza della piattaforma sui mercati esteri, in particolare in Asia
L’aumento di capitale di inizio anno ha consentito a Design Italy di quadruplicare le vendite nel primo semestre.

Sinora gli investitori sono italiani, ma Ferrari punta a far entrare anche capitali stranieri.
Si guarda anche al mercato B2B2C, per creare uno spazio dove architetti e designer che possono dialogare con i clienti finali per la realizzazione di progetti di interior.

Ed entro fine anno il sito avrà funzioni di realtà aumentata per consentire al visitatore di vivere un’esperienza immersiva e personalizzata nel design, e il pensiero va comprensibilmente agli sviluppi che porteranno al metaverso.

Ne abbiamo parlato con Roberto Ferrari.

Roberto Ferrrari Roberto Ferrrari Founder di Design Italy

La «Eataly digitale del design»

Dalla banca senza sportelli al negozio senza mura, al finanziamento senza ente: come dire, la non convenzionalità nel destino. Fra continuità e impennate, cosa c’è di effettivamente innovativo oggi sul piatto di Design Italy?
 
«Rispetto a CheBanca! per me in DesignItaly c’è una doppia differenza, di settore ma anche di ruolo: nel primo caso ero un manager nel secondo sono un imprenditore. La sfida è doppia ma in qualche modo ha un punto centrale in comune: l’innovazione sta nell’intuire lo step forward di digitalizzazione del settore in anticipo e di fare di ciò un vantaggio competitivo di lungo periodo. In entrambi i casi i modelli di business e distributivi si incentrano sul digitale, almeno cosi era ai miei tempi CheBanca!, mettendo al centro il cliente. Pochi sanno che già nel 2019, l’anno prima dell’esplosione del Covid, il settore merceologico con la più forte crescita percentuale di ecommerce a livello globale fosse il furniture. E se applichiamo tutto questo alla forza incredibile che hanno il Made in Italy e il design all’estero ne possiamo capire la portata, l’idea in mente su un settore su cui già si stima da Altagamma un potenziale di crescita di 20 miliardi di export nei prossimi 5 anni.
Un aggregatore, una piattaforma digitale al servizio del design italiano, in grado di valorizzarne al massimo il potenziale. Una Eataly digitale del design. Una cosa che non c’è».

 
Quanto vi ostacolano Amazon e Alibaba, e quanto gli date fastidio?
 
«Innanzitutto bisogna portare il massimo rispetto ad Amazon, e anche ad Alibaba. Io stesso sono cliente affezionato di Amazon da fine degli anni 90 quando vivevo a Londra. Ineguagliabili, hanno tracciato una strada infinita. Noi siamo microscopici rispetto a loro, quindi non penso proprio che noi gli si possa dare fastidio. Loro a noi? Certo perché tendono a fagocitare tutto e tutti e quindi anche ad attrarre produttori che potrebbero invece lavorare con noi. Fatte le debite proporzioni, abbiamo modelli diversi, anche se loro ovviamente sono anni che tentano di vendere il made in italy. Ma non si può fare tutto con lo stesso brand e con lo stesso business model. Noi siamo più «curatori», più selezionatori, più partner, conosciamo meglio cosa ci circonda e sappiamo raccontarlo e valorizzarlo meglio, difendere meglio anche il pricing. È come comparare una boutique con una catena di ipermercati abituati al 3x2. Non c’è storia per la dimensione, ma per la cura, la dedizione, è tutta un’altra storia».
 
Onestamente, quando l’e-commerce diventerà mainstream presso la popolazione italiana? Forse quando completeremo il cambio generazionale?

«L’Italia sull’e-commerce nonostante i passi da gigante dovuti alla pandemia è ancora molto indietro. Sia per penetrazione del mercato che per sua dimensione, data anche dalla frequenza di acquisto e dal valore medio degli ordini, quindi dall’abitudine a usare il canale per comprare. Detto questo non si può vivere senza e-commerce oggi. È già mainstream per chi come azienda lo sta usando bene. Non solo perché va considerato in maniera integrata rispetto non solo agli altri canali distributivi ma anche perché informa, migliora l’intera azienda, spostando il focus sul cliente, generando informazioni di prima mano, impattando sulle catene logistiche e operative, sul modo di lavorare, di servire, fino a concepire nuovi prodotti e servizi. Senza il digitale si è molto più ciechi, lenti, lontani dal cliente, non è solo una questione di efficienza o di qualche ordine in più. Io vedo aziende italiane in generale anche nel luxury ormai impattate dall’e-commerce. Al fashion Yoox e LuisaviaRoma hanno fatto del bene. Noi lo faremo al design italiano».