Rapporto del WEF evidenzia i rischi degli ID digitali: possono essere usati per «la sorveglianza e la persecuzione»

Enrica Perucchietti

30/06/2023

Il World Economic Forum (WEF) ammette in un nuovo rapporto che gli ID digitali possono facilitare «l’identificazione, la sorveglianza e la persecuzione di individui o gruppi».

Rapporto del WEF evidenzia i rischi degli ID digitali: possono essere usati per «la sorveglianza e la persecuzione»

«Forse i maggiori rischi derivanti dall’identificazione digitale sono l’esclusione, l’emarginazione e l’oppressione. Diversi rapporti hanno identificato un legame tra la mancanza di documenti d’identità ufficiali e l’esclusione dalla piena partecipazione alla società […] Tuttavia, reificando l’accesso condizionato, l’ID è, per sua stessa natura, escludente».

Sembrerebbero le parole di un «complottista», invece, questa analisi, fortemente critica nei confronti degli ID digitali, proviene da un recente rapporto pubblicato dal World Economic Forum (WEF), intitolato Reimagining Digital ID.

Il documento, come osserva il sito Renovatio21, ha sollevato preoccupazioni significative riguardo all’implementazione diffusa degli ID digitali.

Il report ammette apertamente che questi ID sono esclusivi per natura e possono facilitare l’identificazione, la sorveglianza e persino la persecuzione di individui o gruppi. Il WEF riconosce che l’implementazione di tali sistemi comporta rischi di esclusione, emarginazione e oppressione, specialmente per i gruppi storicamente emarginati.

I rischi dell’identificazione digitale

Il rapporto del WEF mette in evidenza che i maggiori rischi associati all’identificazione digitale sono l’esclusione e l’emarginazione: «Nei casi in cui vengono raccolti dati sensibili, ci sono anche rischi di emarginazione e oppressione, con l’utilizzo dell’ID per facilitare l’identificazione, la sorveglianza e la persecuzione di individui o gruppi».

Esistono legami evidenti tra la mancanza di documenti d’identità ufficiali e l’esclusione dalla piena partecipazione alla società. Tuttavia, il rapporto avverte che l’accesso condizionato all’ID stesso può essere escludente per natura. Sono spesso i membri dei gruppi emarginati, infatti, a subire le forme più severe di esclusione.

La collegabilità dei dati attraverso un identificatore comune può consentire a terze parti di rintracciare e sfruttare i dati delle persone. Questa minaccia diventa ancora più rilevante considerando che alcuni Paesi stanno considerando l’ID digitale come un prerequisito per l’adozione di valute digitali delle banche centrali (CBDC) e altre innovazioni di pagamento.

Questo rapporto rappresenta un vero e proprio paradosso se pensiamo che strutture come il WEF sono state e sono le più accese sostenitrici di strumenti liberticidi di sorveglianza e controllo, come il Green Pass, e dall’altra, come Klaus Schwab, nell’agenda del Grande Reset punti molto l’attenzione sull’identità digitale.

L’illusione dell’opzione decentralizzata

Il rapporto del WEF suggerisce che un approccio decentralizzato agli ID digitali, in cui gli utenti hanno il controllo sulla condivisione dei propri dati, potrebbe ridurre il rischio di sfruttamento dei dati.

Tuttavia, anche in questo contesto, persiste il problema dell’esclusione sociale. Anche se le persone possono decidere se condividere o meno i propri dati, possono comunque essere escluse dal sistema se si rifiutano di utilizzare un ID digitale: «Man mano che un sistema di identificazione si espande, le conseguenze della mancata partecipazione possono diventare così gravi da rendere la registrazione effettivamente inevitabile», afferma il rapporto. «Quando l’accesso a un bene o servizio è condizionato al possesso di un documento d’identità, e tale documento d’identità è diffuso, gli individui possono essere effettivamente costretti a ottenere quel documento d’identità, anche se non vi è alcuna base giuridica per richiederlo».

Il ruolo dei complottisti

Non poteva mancare la stilettata alle famigerate «teorie del complotto» sull’identificazione digitale, che il report definisce «false e dannose».

Etichettare semplicemente coloro che sollevano preoccupazioni legittime (preoccupazioni spesso fondate e che si realizzano), come «complottisti» non affronta adeguatamente le questioni sottostanti, ma serve solo a silenziare le critiche e le opinioni divergenti.

Questo atteggiamento può, infatti, ostacolare una discussione aperta e la comprensione delle implicazioni reali dell’identificazione digitale, portando semplicemente a una criminalizzazione del dissenso.

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