I ricercatori della Northwestern University hanno dato vita a un robot con una caratteristica particolare. E la comunità scientifica è già preoccupata.
Oggi i robot non sono più considerabili semplici macchine programmate per compiti ripetitivi, ma dei veri e propri sistemi che lavorano in autonomia e che sono capaci di collaborare in maniera diretta con l’uomo. I passi in avanti compiuti negli ultimi anni sono sotto gli occhi di tutti ma, a detta di ricercatori ed esperti del settore, ci troviamo ancora in una fase embrionale di sviluppo.
Di recente, i ricercatori della Northwestern University degli Stati Uniti hanno presentato un nuovo tipo di macchina modulare potenzialmente rivoluzionaria. Il progetto riguarda un robot che, a sua volta, è composto da piccoli moduli autonomi in grado di operare in modo indipendente o di collegarsi tra loro per poter formare strutture più grandi.
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Il nuovo robot che non muore mai
Da qui, nasce la preoccupazione della comunità scientifica. Di fatto, stiamo parlando di un robot che può durare in eterno, in quanto composto da tanti piccoli moduli che possono operare in totale autonomia. Ogni unità ha il proprio motore, batteria e computer. Il che consente al sistema di rimanere attivo anche in caso di guasto di alcune sue parti.
L’idea di base è stata quella di creare le cosiddette “metamacchine a gambe”, con elementi strutturali che funzionano da soli. Nella sua forma completa, questo robot ha due gambe lunghe circa mezzo metro, che sono collegate da un giunto che ne garantisce il movimento.
Tutti questi blocchi possono venire combinati in tantissimi modi, per poter formare macchine ancor più grandi e complesse. E se la struttura dovesse rompersi, i frammenti che resistono al danno possono continuare a funzionare, collegarsi a loro volta e ricreare un altro robot. Un tipo di architettura tutto nuovo, che rende le macchine molto più resistenti e robuste rispetto ai robot tradizionali.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale
Uno degli aspetti più curiosi di questo progetto sta nel fatto che il design delle macchine è stato definito quasi interamente dall’intelligenza artificiale. Gli ingegneri hanno avuto un ruolo di supporto, più che di ideazione.
Secondo il ricercatore Sam Kriegman, che ha preso parte al progetto, questa caratteristica di moduli indipendenti può tornare utile soprattutto in ambienti particolarmente ostili. Parliamo infatti di robot che possono riprendersi anche da gravi guasti, riorganizzare le strutture e continuare a muoversi. Una peculiarità affascinante, ma che ha già iniziato a destare le prime preoccupazioni.
I robot capaci di operare anche dopo essere stati danneggiati potrebbero diventare col tempo delle pericolose armi di guerra, in un contesto dove droni, sistemi autonomi e intelligenza artificiale sono sempre più integrati. Tecnologie con questo livello di resilienza destano preoccupazioni, sebbene ad oggi siamo ancora lontani dall’utilizzo di macchine robotiche durante i conflitti.
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