Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di cuneo fiscale e costo del lavoro. Secondo un vecchio luogo comune, in Italia le spese che il datore di lavoro deve sostenere per ricevere in cambio la prestazione da parte del personale assunto – il costo del lavoro, appunto – sarebbero eccessive. Di certo sono alte rispetto ai paesi dell’Est Europa, ma ben sotto la media dell’Eurozona e nettamente inferiori a quelle delle principali economie del Continente.
Secondo i dati Eurostat aggiornati al 2022, in Italia il costo del lavoro è in media di 29,4 euro all’ora. Di questi, 21,2 euro sono la spesa oraria per gli stipendi e 8,2 euro a copertura dei costi non salariali, come quelli corrisposti agli enti previdenziali e assicurativi. Il costo del lavoro consiste infatti negli stipendi (lordi), ossia i compensi percepiti dai lavoratori comprensivi di tasse, imposte e contributi, ma anche negli altri oneri sociali o aspetti legati alla specifica attività lavorativa.
Dalla differenza tra il costo del lavoro e lo stipendio netto deriva il cosiddetto cuneo fiscale e contributivo, un concetto citato spesso quando si parla di politiche mirate a incrementare la busta paga dei lavoratori, alleggerendo gli oneri sui salari a favore di un aumento del netto percepito.
A livello di Unione Europea, il costo del lavoro medio è di 30,5 euro all’ora, mentre nell’Eurozona è di 34,3 euro. In Italia quindi, a differenza di quanto si sente spesso dire, il costo del lavoro è del tutto in linea alla media europea e ben sotto quella dei venti paesi che utilizzano la moneta unica.
Sulla media Ue incidono soprattutto i casi di Bulgaria e Romania, dove il costo del lavoro è molto basso, rispettivamente di 8,2 e 9,5 euro all’ora: anche meno di un terzo di quello italiano. All’apposto, invece, la media della Zona Euro si alza in particolare grazie al Lussemburgo, dove ogni ora di lavoro costa ben 50,7 euro, e al Belgio (43,5). Per citare i casi delle principali economie europee, in Germania il costo del lavoro si aggira sui 39,5 euro all’ora, mentre in Francia supera i 40,8 euro: in Italia è quindi il 28% più basso rispetto a quello Transalpino.
Alla luce di questi dati bisogna considerare che, nel suo complesso, il costo del lavoro in Italia è senza dubbio “medio”. Anche se c’è da segnalare che gli oneri non salariali sono particolarmente elevati. In Italia il 27,8% del costo del lavoro totale va a copertura proprio dei costi non salariali, ossia di tutto ciò che non è la retribuzione: un valore inferiore solamente a quelli di Francia (32%) e Svezia (31,9%) e superiore alle medie di Ue (24,8%) ed Eurozona (25,6%). Questa alta incidenza in Italia, e quindi anche l’elevato livello del cuneo fiscale, si spiegano con gli alti livelli di spesa pubblica per il welfare, che viene finanziata grazie alla componente non salariale del costo del lavoro.
L’analisi del costo del lavoro risulta molto importante, perché si tratta di indicatore della sostenibilità dell’attività economica e allo stesso tempo dell’adeguatezza della retribuzione dei lavoratori.
Paesi con un costo del lavoro sotto la media saranno attrattivi per la delocalizzazione delle aziende che intendono tagliare le spese, contribuendo ad aiutare le economie locali e a creare posti di lavoro, approfittando di una forza lavoro a basso costo. Allo stesso tempo, avere costi non legati ai salari troppo alti, e quindi un cuneo fiscale eccessivamente gravoso, potrebbe rallentare il mercato del lavoro, scoraggiando nuove assunzioni e rendendo più conveniente aumentare le ore di lavoro del personale già assunto. Un discorso che come abbiamo visto, nel caso dell’Italia, vale fino a un certo punto.