Una recessione è storicamente uno degli eventi più temuti dagli investitori. Non solo per l’impatto sull’economia reale, ma per le conseguenze che provoca sui mercati finanziari. In media, un bear market legato a una recessione comporta ribassi superiori al 30% rispetto ai massimi precedenti. Sembra poco, ma non lo è affatto.
Un calo del 30% su un capitale di $10.000 lo trasforma in $7.000. Ma il vero problema non è tanto la perdita, quanto il recupero: per tornare a 10.000 euro serve un rialzo del 42,86%. Una performance tutt’altro che facile, soprattutto su un portafoglio diversificato.
Tuttavia, esistono anche i bear market senza recessione, dove le perdite tendono a restare più contenute. Tipicamente tra il -10% e il -20%. E siccome dai massimi l’S&P 500 ha già perso più del 20%, è legittimo chiedersi: ha senso aspettarsi un recupero?
Quando manca la recessione
Se guardiamo agli ultimi 100 anni, i casi di bear market senza recessione che hanno superato il 20% sono stati soltanto tre: 1966, 1987 e 2022. Tutti e tre sono stati episodi brevi, violenti, ma non sistemici. Ribassi generati più dal panico che da vere cause economiche.
Nel 1987, ad esempio, il mercato crollò di oltre il 20% in un solo giorno. Ma fu un falso allarme. Il sistema economico restò solido e il mercato tornò rapidamente a salire. Stesso discorso per il 2022: il calo fu forte, ma non accompagnato da un crollo macroeconomico.
In questi casi, una contrazione del 20% si è rivelata un’ottima occasione per costruire posizioni o per mantenere gli investimenti effettuati sui massimi. Non è stato lo stesso quando, invece, la recessione c’era davvero.
Quando il bear market è stato associato a una recessione, il ribasso è andato ben oltre: crisi come quella del 1929 hanno portato l’S&P 500 a perdere fino all’86%. E altri eventi come il 1937, il 1973, il 2000, il 2007 o il 2020 hanno generato drawdown tra il 30% e il 60%, con tempi di recupero lunghi e molto più dolorosi.
Ecco perché oggi l’attenzione è tutta sull’economia reale. Non tanto su quanto è sceso il mercato, ma su ciò che potrà accadere nei prossimi mesi.
Arriverà davvero la recessione?
Secondo il modello GDPNow della Fed di Atlanta, la risposta è sì. Il nowcast per il Q1 2025 indica una contrazione del PIL superiore al 2%, e oscilla in base ai nuovi dati macro. Non è una flessione leggera, ma un dato che, se replicato nel Q2, potrebbe segnare l’ingresso ufficiale in recessione tecnica.
E se il trend dovesse continuare per l’intero 2025, si parlerebbe di qualcosa di più profondo. Di una crisi vera. E questo cambia completamente il quadro. Perché le recessioni che durano più di un anno sono rare, ma quelle poche volte hanno prodotto le peggiori performance di mercato mai viste.
In questo contesto, i mercati stanno già prezzando lo scenario, ma forse in modo incompleto. Il ribasso attuale potrebbe essere l’inizio di un ciclo più ampio, oppure l’ennesimo panico temporaneo.
Perché le recessioni causano ribassi?
Le recessioni, soprattutto quando improvvise e inattese, provocano un forte riprezzamento dei mercati a causa del deterioramento delle prospettive di crescita degli utili aziendali.
Prendiamo ad esempio il settore tecnologico: spesso valutato con multipli P/E elevati, presenta tuttavia P/E forward più contenuti, giustificati da aspettative di crescita degli utili intorno al 20%. In questo contesto, il prezzo attuale può apparire ragionevole se confrontato con le stime future. Tuttavia, se questa crescita viene compromessa da una contrazione economica più ampia, il prezzo comincia a sembrare eccessivo rispetto alla nuova realtà dei fondamentali.
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A quel punto, il mercato inizia a percepire un divario tra valutazione e prospettive, e la domanda viene meno, innescando una discesa dei prezzi.
Attualmente si iniziano già a osservare le prime revisione delle guidance, ma non si sono ancora verificati tagli ufficiali e marcati sulle stime degli utili dell’S&P 500.
Ciò che peggiora ulteriormente la situazione è proprio l’elemento dell’incertezza: non è ancora chiaro quanto queste revisioni potranno essere profonde, né se si materializzeranno davvero. E l’incertezza, come sempre, è il nemico più temuto dai mercati.
Il fattore incertezza politica
Oltre ai segnali macro, c’è un altro elemento che sta agitando i mercati: l’incertezza politica. L’indice sull’Economic Policy Uncertainty, aggiornato al 20 marzo 2025, ha raggiunto livelli superiori alla crisi del 2008, al Covid-19 e al crollo del 2022.
Una delle principali fonti di incertezza è Donald Trump. Le sue recenti mosse in ambito commerciale e geopolitico hanno spiazzato gli investitori. Decisioni estreme, spesso senza spiegazioni coerenti, stanno generando panico preventivo. E l’incertezza, si sa, è uno dei nemici più temuti dai mercati.
Non è chiaro cosa accadrà, né perché si stiano prendendo determinate posizioni così radicali. In mancanza di una narrazione chiara, gli operatori preferiscono vendere, proteggersi, ridurre l’esposizione. Da qui i recenti sell-off, seppur alternati da brevi rimbalzi tecnici.
Quindi cosa aspettarsi?
I bear market senza recessione sono rari, ma quando si verificano offrono spesso grandi opportunità. Tuttavia, oggi la probabilità che arrivi davvero una recessione è in aumento. Lo suggeriscono i modelli previsionali della Fed, lo conferma il livello di incertezza politica e lo anticipano anche i movimenti del mercato.
Siamo in una fase di transizione, dove cautela e gestione del rischio sono più importanti della ricerca di rendimenti immediati. Ma attenzione a non cadere nel panico. Se la recessione non dovesse arrivare, questo ribasso sarebbe statisticamente vicino alla conclusione.
E se invece dovesse concretizzarsi, la questione potrebbe peggiorare (sempre statisticamente parlando).