Il neopresidente tutto basette e motoseghe Milei è stato ricevuto nei giorni scorsi in Italia ricevendo non solo gli onori che si confanno ad un capo di Stato. A Javier Milei è stata anche riconosciuta la cittadinanza italiana: merito di un bisnonno di San Severino Marche, in provincia di Macerata, e di una legge sulla cittadinanza per sangue tra le più permissive degli stati occidentali.
A differenza della sua politica estera, filoamericana e filoisraeliana, effettivamente riconducibile ai partiti di governo come Lega e Fratelli d’Italia, la politica economica di Milei riscuote di gran lunga maggior successo presso quel blob del centro liberale e liberista che si colloca fra Azione e Italia Viva.
Viene quindi naturale chiedersi come sia andata l’economia argentina in questo primo anno di ultraliberismo. Se da un lato, infatti, il miglior risultato che Milei può vantare riguarda il bilancio del paese che per la prima volta passa in surplus, c’è anche da ricordare che lo stesso, nel 2023, non mostrava cifre così mostruose ma era pari al 2,9%. Infatti, tra i problemi economici dell’Argentina quello del deficit di bilancio non è di sicuro tra i primi posti. Per dire, il Brasile dell’odiato Lula con un 9% di deficit mantiene comunque un livello di inflazione pari a circa il 5%.
In Argentina, nonostante il surplus di bilancio l’inflazione rimane al 120% annuale. In calo rispetto allo scorso anno, ma sempre su una traiettoria insostenibile. Detto questo, i massicci tagli alla spesa pubblica (quasi 28% del totale) hanno fatto schizzare la povertà assoluta dal 42% al 54%. In buona sostanza grazie a Milei un argentino su due ha seria difficoltà a mettere un piatto caldo in tavola due volte al giorno. Un grande successo, indubbiamente.
D’altra parte, se non vi è stato un crollo totale del PIL, ma ‘soltanto’ un calo del 2,1% dal terzo trimestre 2023 al terzo trimestre del 2024, questo è dovuto anche al fatto che molte promesse sono state ridimensionate o disattese. Infatti, i licenziamenti nel settore pubblico ammontano a 35.000 persone, ma giova ricordare che il personale del settore pubblico argentino contava oltre 3,2 milioni di lavoratori. In proporzione si parla quindi di circa l’1%. O ancora, di fronte alla promessa di dollarizzare l’Argentina la prima misura di politica economica di Milei è stata quella di svalutare il peso del 50% proprio sul dollaro. Mossa che ha contribuito, ad esempio, a far aumentare l’export di circa 10 miliardi rispetto allo scorso anno.
Quel che è preoccupante è che la quota di prestiti in dollari sta nuovamente aumentando, ed anche la banca centrale sta lavorando per dare modo ai cittadini di ricevere dalle proprie banche commerciali carte di credito denominate in dollari. Esattamente il mix perfetto di quanto accaduto a inizio anni 2000 quando il peso era agganciato al dollaro ad un tasso insostenibile per l’economia argentina e che portò ad un aggiustamento lacrime e sangue e ad una ristrutturazione del debito.
Rimane quindi molto probabile che la competitività del peso subisca un ulteriore colpo se i prestiti in dollari si esaurissero di colpo per un qualche motivo, come ad esempio una nuova crisi finanziaria globale. Ma più a lungo questi prestiti andranno avanti, meno sostenibile sarà il debito quando il peso dovrà nuovamente essere svalutato per supportare un’economia in recessione a causa dei pesanti tagli di spesa.
A discolpa di Milei si può ricordare però che non esistono cattivi scolari ma solo cattivi maestri. E tra i suoi c’è sicuramente Von Mises, spesso citato nei suoi discorsi pubblici, lo stesso che di cantonate in termini economici ne prese davvero molte. Storica fu la sua previsione di iperinflazione ‘entro una settimana’ dopo che il Regno Unito uscì dal gold standard nel 1931. Dopo 94 l’iperinflazione non arrivò mai. Di certo, invece, potrebbe tornare in Argentina.