La Turchia progetta un canale artificiale da circa 24 miliardi di euro

Alessandro Nuzzo

25 Aprile 2026 - 13:10

Alla luce delle tensioni geopolitiche nel Golfo Persico, cresce la necessità della creazione di nuove rotte commerciali come ad esempio il Canale di Istanbul.

La Turchia progetta un canale artificiale da circa 24 miliardi di euro

Da circa due mesi, il mondo ha compreso quanto sia strategico lo Stretto di Hormuz per l’economia globale. Da quel sottile tratto di mare transitano ogni giorno decine di navi che trasportano petrolio, gas e altre materie prime dai Paesi del Golfo Persico verso l’Occidente. Il blocco del passaggio attraverso questo stretto da parte dell’Iran, che ne controlla l’area, sta causando gravi ripercussioni soprattutto sui mercati energetici, con il prezzo del petrolio già in forte aumento a causa della riduzione dell’offerta.

Le conseguenze, tuttavia, non si limitano al solo settore energetico. Il rincaro del petrolio si riflette su numerosi comparti produttivi, dalla plastica fino all’industria mineraria, in particolare quella legata alle terre rare. L’Iran possiede infatti una quota di giacimenti di questi materiali, fondamentali per l’industria moderna, soprattutto per la produzione di semiconduttori, la costruzione di chip e le tecnologie legate alla transizione energetica.

Alla luce delle crescenti tensioni geopolitiche, emerge con sempre maggiore forza la necessità, soprattutto per l’Europa, di individuare nuove rotte commerciali alternative a quelle tradizionali, come il Canale di Suez. In questo contesto si inserisce il progetto della Turchia di realizzare un nuovo canale artificiale a Istanbul, che collegherebbe il Mar Nero al Mar di Marmara, sul modello proprio di Suez.

Si tratterebbe di un’infrastruttura imponente, con un costo stimato di circa 24 miliardi di euro e una capacità di transito di circa 160 navi al giorno. Il progetto rappresenterebbe non solo una nuova via commerciale strategica tra Asia ed Europa, ma anche una rilevante fonte di entrate per Ankara grazie ai pedaggi di transito.

L’idea del Canale di Istanbul non è nuova: la Turchia la porta avanti da anni. Già nel 2021 il presidente Erdoğan lo aveva definito un progetto destinato a segnare un nuovo capitolo nello sviluppo del Paese e a garantire il futuro di Istanbul. Oggi, però, alla luce delle tensioni internazionali, l’iniziativa è tornata con forza al centro del dibattito.

Un progetto che darebbe risvolti anche economici alla Turchia

Il progetto non risponde soltanto a esigenze infrastrutturali, ma anche a logiche di politica economica. Per la Turchia, infatti, il canale rappresenterebbe un’importante opportunità di guadagno, sul modello del Canale di Suez, una delle rotte marittime più redditizie al mondo, che genera miliardi di dollari di entrate per l’Egitto. Secondo alcune stime, i ricavi potrebbero crescere ulteriormente nei prossimi anni.

L’interesse per la costruzione di nuovi canali artificiali deriva anche dal fatto che, a differenza degli stretti naturali, è possibile imporre pedaggi in modo legale. Secondo il diritto marittimo internazionale, infatti, il passaggio attraverso strette naturali come Hormuz è generalmente libero, mentre infrastrutture artificiali come i canali di Panama o di Suez possono prevedere il pagamento di tariffe.

Non mancano però le criticità. La fattibilità economica del progetto è oggetto di discussione: molti esperti sottolineano che per rendere sostenibile l’investimento sarebbe necessario applicare costi di transito elevati, mettendo in dubbio la disponibilità delle compagnie di navigazione a scegliere questa rotta rispetto a quelle già esistenti e più economiche.

A ciò si aggiungono le incertezze legate ai tempi e ai costi di costruzione. Gli ingegneri evidenziano la complessità dell’opera, tra difficoltà geologiche, gestione delle acque sotterranee e scavi su larga scala. Tutti fattori che potrebbero ritardare il progetto e far lievitare ulteriormente i costi complessivi rispetto alle stime iniziali.

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