Ci voleva più chutzpah (fegato, audacia, fiducia nella propria capacità di giudicare e di agire: in americano, questa singola parola rende bene il concetto) a prendere di petto l’URSS sfidando Gorbaciov davanti al muro di Berlino, e battere il comunismo come fece Reagan nella Guerra Fredda? Oppure a fare quello che ha fatto Trump nella notte di sabato scorso, bombardando i siti nucleari iraniani e sfidando il regime islamico assolutista di Teheran? La cronaca diventa strumento di giudizi storici nel tempo, mentre i contemporanei possono solo permettersi commenti, per così dire, preliminari.
Il mio non è equivoco. L’azione di Trump richiedeva più chutzpah, perché Reagan aveva davanti il rappresentante di un sistema basato su una ideologia atea, qual è il comunismo, che non parlava all’umanità. L’Unione Sovietica era però stata alleata dell’Occidente nella Seconda guerra mondiale contro il nazismo, ideologia negativa, senza mire di riscatto universale ma tutta ripiegata sull’antisemitismo. Il comunismo aveva promesso il riscatto dell’uomo nuovo, socialista, ma aveva prodotto gulag e miseria. L’ideologia comunista aveva mostrato al mondo la sua natura vera, e i cittadini russi, prima dei socialisti sognanti dell’Ovest, avevano rigettato dentro se stessi il messaggio messianico di un avvenire rosso. “Mister Gorbaciov butta giù quel Muro!” fu l’atto di coraggio di Reagan, su un nemico dotato di bomba atomica, ma con “i piedi d’argilla”. Un progetto destinato al collasso, economicamente strangolato dalla Pianificazione.
Semmai, su un piano storico diverso, aveva mostrato più chutzpah John Fitzgerald Kennedy nell’affrontare, e vincere, la sfida con Nikita Kruscev che nel 1962 aveva armato Cuba di missili. Una volta scoperto, fu costretto a rimuoverli sotto le minacce del presidente USA.
Il regime iraniano degli ayatollah, al potere dal 1979, ha ereditato l’antisemitismo di Hitler (Islamismo e nazismo erano stati attivamente alleati nella Seconda guerra mondiale), e ha offerto al mondo in 45 anni la impresentabile proposta della versione sciita dell’Islam universale, che fra l’altro prevede la lapidazione e le impiccagioni di piazza per gli omosessuali. E ha, dal sequestro dell’ambasciata USA di Teheran alla fine della presidenza Carter, dichiarato che lo scopo della Repubblica Islamica è la distruzione di Israele. Parallelamente i governanti iraniani hanno perseguito l’obiettivo di dotarsi di energia nucleare, e l’hanno giustificato con la motivazione di voler produrre energia per scopi pacifici interni. Trump ha sempre detto che non avrebbe permesso all’Iran di arrivare alla bomba nucleare, e ha per mesi insistito con l’Ayatollah Ali Khamenei affinché riaprisse i colloqui con l’America.
Le possibilità date all’Iran erano due: accettare un ragionevole smantellamento del programma nucleare, in marcia verso il traguardo dell’arricchimento dell’uranio a livelli di utilizzo bellico, o essere fermato con la forza. I presidenti bluffano, a volte, se non spesso. Si pensi alla linea rossa tirata da Obama nei confronti del dittatore siriano Assad: doveva smettere di utilizzare le armi chimiche contro i suoi stessi cittadini dissidenti, altrimenti…. Al dunque, quando avrebbe dovuto dare seguito alla minaccia, Obama non fece nulla e questo fu un serio colpo alla credibilità della Casa Bianca. Alla sua, e più in generale alla istituzione politica americana più alta.
Le parole di Trump, invece, sono state seguite dai fatti. Anche l’uomo più ostinato a giocare con l’arma del “deal”, delle minacce funzionali alle trattative (vedi i dazi!), ha saputo rompere gli indugi basandosi sul proprio chutzpah. Ci voleva una vera determinazione, e lui ha dimostrato di averla.
Ha letto le carte del giocatore che aveva di fronte e ha rispettato la propria linea rossa: impedire che un regime sponsor del terrorismo globale, nemico acerrimo e autodichiarato del Grande Satan (l’America) e del Piccolo Satan (Israele) andasse a bersaglio con il suo piano di dotarsi di una bomba nucleare, dopo di che sarebbe diventato un avversario incontrollabile, per gli USA e non solo.
La pretesa di Teheran poteva essere tragica per tutti, ed era assurda di suo perché il Paese è tra i maggiori produttori di petrolio. Di energia ne dispone già a piacimento, e potrebbe avere anche quella nucleare rispettando però le convenzioni internazionali che fissano criteri oggettivi e prevedono rigide e trasparenti ispezioni. Teheran non le aveva mai pienamente rispettate sotto Obama, e le ha poi vietate dal momento in cui la prima amministrazione Trump ha stracciato il Trattato JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action). È l’accordo che, nel 2015, aveva di fatto dato via libera all’arricchimento progressivo dell’uranio, la tappa obbligata per poter costruire bombe nucleari, con la garanzia all’Iran che il regime di controlli sarebbe comunque spirato dopo qualche anno. Di fatto ciò avrebbe consentito a Teheran di farsi la bomba, ma Trump lo stracciò. Era stato il preludio alla discesa in campo contro l’Iran a fianco di Israele, che mai aveva avuto sotto Biden e i suoi registi il sostegno degli Stati Uniti.
Ora, dopo le superbombe sui tre siti nucleari, Trump deve gestire la reazione militare di Teheran (che ieri ha attaccato le forze USA in Qatar) e quella propagandistica-mediatica di chi, in Occidente, non ha ancora scelto davvero - al di là delle parole - tra l’asse del Male (Iran, Hamas, Houthi, Hezbollah) e l’Occidente libero.
I Never Trump e i Never Bibi Netanyahu stanno usando l’argomento dei Democratici, che è specioso e puramente ad uso politico interno, ossia la tesi della incostituzionalità dell’attacco all’Iran di Trump, in quanto avrebbe violato il War Powers Act. Ma questa tesi è come minimo dubbia, come si sa bene negli USA, per due motivi.
Il primo è che lo stesso War Powers Act è a sua volta di dubbia costituzionalità. La Corte Suprema aveva stabilito nel caso INSA vs Chadna che il War Powers Act era costituzionale, ma nel 2000 il Circuito di Appello di Washington DC ha stabilito nel caso Sale vs Haitian Centers Council che il WPA non lo era. Del resto, nella vita reale, tra i presidenti precedenti ci fu Clinton che non rispettò la norma – e il governo italiano di Massimo D’Alema era d’accordo – bombardando Bosnia e Kosovo. La legge WPA dice infatti che il presidente non deve per forza avere l’ok prima di mandare l’esercito in missione, e ha 60 giorni di tempo entro cui notificarlo al Congresso. Clinton lo fece 12 giorni dopo che il termine era scaduto, e i suoi legali sostennero che c’era stata una implicita autorizzazione del Congresso con il finanziamento di bombe e aerei. La legge, però, esplicitamente nega che sia valida una autorizzazione implicita, serve proprio un OK specifico. Trump, peraltro, sostiene di non essere in guerra con l’Iran e di non perseguire alcun “cambio di regime”. Vuole solo eliminare un piano nucleare illegale ora nelle mani di una potenza terroristica…
Ma c’è un ulteriore motivo, di sostanza giuridica e quindi importante per i “puristi” che vogliono da Trump il rispetto del WPA, e riguarda la forza legale, negli USA, del Trattato JCPOA. Anche se non lo ammettono i critici di Trump, è il Trattato JCPOA firmato con l’Iran a NON essere costituzionale.
Ecco perché. Obama voleva a tutti i costi il Trattato, che piaceva a lui e all’Iran. E, avendo pure l’OK di Russia e Cina, alleati di Teheran, si può immaginare quale forza dissuasiva avesse nell’impedire a un nemico dell’America di farsi la bomba nucleare. Non a caso il JCPOA non ebbe mai l’autorizzazione del Congresso USA, malgrado la Costituzione preveda il voto del Congresso affinché un Trattato internazionale firmato da un presidente diventi legge americana. Obama non lo ha nemmeno cercato, e mai avrebbe avuto l’OK. Per questo motivo, Obama aveva fatto ricorso a un Patto sotto l’egida dell’ONU, un sotterfugio durato poco che ha avuto la sola approvazione della Casa Bianca, e non è mai diventato legge americana. Così, il presidente successivo, Trump, ha potuto farne carta straccia (come fece per l’accordo di Parigi sul clima, che mai ebbe il definitivo OK del congresso USA).
Questo è il punto. I critici di Trump, anche in Italia, fingono di non vedere la sostanza politica e storica e si accodano alla accusa capziosa dei Democratici USA. Essi sostengono che Trump ha commesso una azione incostituzionale, per non aver rispettato il War Powers Act, ma la costituzionalità di questa legge, passata nel 1973 contro il veto del presidente Nixon dopo la guerra in Vietnam, è stata messa in dubbio dalle stesse corti di giustizia con giudizi contrastanti. Mentre i giuristi discutono, Trump e l’alleato israeliano hanno scritto una pagina di storia che non era scontata.