L’uranio possiede molte caratteristiche di un minerale critico: la domanda è in forte crescita, l’offerta è concentrata in pochi paesi e gli Stati Uniti dipendono quasi totalmente dalle importazioni.
Attualmente, il mercato globale dell’uranio vale oltre 10 miliardi di dollari, con una domanda stimata in 190 milioni di libbre all’anno.
Secondo lo United States Geological Survey (USGS), però, non sarebbe un minerale critico: nel 2022 l’agenzia lo ha escluso dalla lista delle risorse chiave, classificandolo invece come «minerale combustibile».
L’inclusione dell’uranio nella lista dei minerali critici aprirebbe l’accesso a fondi federali e accelererebbe le autorizzazioni per progetti nazionali.
Il prezzo dell’uranio ne riflette le dinamiche di mercato: dopo aver raggiunto un picco di 106 dollari per libbra nel 2023, oggi si attesta a 71 dollari, ancora ben al di sopra dei livelli del decennio successivo al disastro di Fukushima del 2011.
Il disastro di Fukushima ha portato molte nazioni a rivedere la loro strategia energetica, ma il riscaldamento globale ha rilanciato l’energia nucleare come soluzione per la transizione ecologica. La conferma ufficiale è arrivata alla COP28 del 2023, con oltre 20 paesi che hanno firmato la «Dichiarazione per Triplicare l’Energia Nucleare» entro il 2050.
Negli Stati Uniti, il sostegno al nucleare ha una doppia anima: per i Democratici è una risorsa chiave per raggiungere la neutralità carbonica, mentre per i Repubblicani è una questione di sicurezza nazionale. Anche il settore tecnologico guarda con interesse all’energia nucleare: Microsoft ha siglato un accordo con Constellation Energy per riattivare un reattore di Three Mile Island, in Pennsylvania.
A livello globale, la produzione nucleare è destinata a raggiungere nuovi record nel 2025, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA). Attualmente sono in costruzione 63 reattori, uno dei livelli più alti dagli anni ’90, mentre oltre 60 reattori esistenti verranno potenziati e la loro vita utile prolungata.
La ripresa dell’energia nucleare comporta una crescente necessità di uranio, ma l’offerta fatica a tenere il passo. Tra il 2014 e il 2021, la produzione statunitense è crollata da quasi 5 milioni di libbre a sole 21.000 libbre. Oggi la produzione globale è concentrata in pochi paesi: Kazakistan, Canada e Australia forniscono circa 65% della produzione globale, secondo la World Nuclear Association.
Il mercato dell’uranio sta affrontando tensioni non solo economiche, ma anche geopolitiche. Gli Stati Uniti stanno cercando di ridurre la dipendenza dall’uranio arricchito russo, che nel 2023 ha rappresentato il 27% della fornitura per i reattori commerciali statunitensi. L’amministrazione Biden ha imposto un divieto sulle importazioni dalla Russia, sebbene con deroghe fino al 2027, e Mosca ha risposto con restrizioni alle spedizioni.
Un ulteriore elemento di incertezza è rappresentato dalla politica commerciale di Trump, che minaccia di imporre dazi sul Canada, il principale fornitore di uranio degli Stati Uniti.
Dopo un decennio di stagnazione, il mercato dell’uranio si sta riprendendo. Il rally dei prezzi del 2023 è stato in parte alimentato dalla speculazione finanziaria, con investitori istituzionali come Goldman Sachs e fondi come Sprott Physical Uranium Trust che hanno puntato sulla crescita del settore. Tuttavia, il prezzo dell’uranio rimane storicamente elevato, segnale di un mercato che prevede un disallineamento tra domanda e offerta nel medio-lungo termine.
Negli Stati Uniti esistono diversi progetti per estrarre uranio attraverso tecnologie di lisciviazione in situ, che potrebbero ridurre i costi e i tempi di produzione. Tuttavia, il loro sviluppo dipende dalla distinzione tra «minerale combustibile» e «minerale critico». La decisione di ridefinire lo status dell’uranio potrebbe dunque avere un impatto significativo sul futuro dell’energia nucleare e sulla sicurezza energetica americana.