Una bassa produttività che va avanti da venticinque anni e un mercato del lavoro che non riesce a invertire la tendenza, nonostante i buoni livelli di occupazione (e in realtà proprio anche a causa di questi).
L’Italia è tra i paesi meno produttivi dell’Unione Europea: una realtà evidente soprattutto negli ultimi anni.
Con tante piccole imprese, spesso operanti nel commercio e nel turismo, e pochi investimenti nell’innovazione, siamo tra quelli che fanno peggio quando si parla della produttività reale del lavoro per ora lavorata, ossia del Prodotto interno lordo diviso il totale delle ore di lavoro. Se nel lungo periodo i risultati negativi sono simili a quelli delle altre principali economie Ue, come Francia e Spagna, negli ultimi tempi l’Italia si sta distinguendo per scarsi livelli di produttività quasi unici.
Osservando i dati Eurostat si possono ricostruire le performance dei vari paesi dal 1999 in avanti. L’ufficio statistico dell’Ue indica i tassi di crescita media annua della produttività reale del lavoro per ora lavorata (real labour productivity per hour worked) in varie fasi storiche. La produttività dell’Italia ha avuto una crescita media annua dello 0,7% tra il 1999 e il 2025.
Si tratta di un lasso di tempo sufficientemente ampio per fare qualche considerazione significativa. Nello stesso periodo la crescita media nell’Eurozona è stata dell’1%, trainata soprattutto, se si guarda alle grandi economie, dalla Germania, che ha avuto una produttività in aumento dell’1,9%.
Per Spagna e Francia la crescita è stata, rispettivamente, dello 0,5% e dello 0,3%, quindi a livelli più bassi rispetto a quelli italiani. Se si osserva però l’evoluzione recente, il quadro diventa sfavorevole per l’Italia.
La bassa produttività
Dopo una crescita debole fino al 2008 e in linea alla media fino al 2019, in seguito per l’Italia la produttività reale del lavoro per ora lavorata ha cominciato a subire un calo netto. La crescita media nel periodo 2019-2025 è stata negativa (-0,2%), a fronte di un aumento nell’Eurozona (+0,4%), in Germania (+1%) e Spagna (+1,8%) e di un calo più marcato in Francia (-0,8%).
Il grafico mostra l’andamento avvenuto negli ultimi anni. Osservando la linea azzurra dell’Italia, nel 2020 la produttività è aumentata notevolmente, con una crescita media annua del 3,3%, a livelli molto più alti rispetto a quelli di Germania, Spagna e Francia. Questo picco eccezionale è stato un fenomeno tipico del primo anno di pandemia, ma particolarmente marcato in Italia, perché si era verificato un crollo delle ore lavorate più forte rispetto al calo del Pil. Molti settori a bassa produttività come ristoranti, bar e strutture ricettive sono rimasti chiusi, mentre quelli a più alta produttività, come la manifattura e la logistica, hanno continuato a lavorare. Tuttavia, questo picco di produttività è stato artificiale e non è da intendersi come un reale guadagno di efficienza strutturale.
La produttività nelle prime economie Ue
Tassi di crescita media annua della produttività per ora lavorata
Per l’Italia la produttività ha iniziato a calare proprio in concomitanza della ripresa post-Covid e soprattutto più di recente: se si circoscrive l’analisi agli ultimi due anni la situazione per il nostro paese diventa infatti ancora peggiore. Mentre la produttività media della Germania nel 2024 ha subito un calo leggero (-0,3%) e per la Francia è rimasta invariata, per la Spagna la crescita è stata dell’1,2% e per l’Italia c’è stato un calo dell’1,4%. Il segno meno è stato confermato anche nel 2025: lo scorso anno l’Italia è stato l’unico paese Ue con un calo della produttività, insieme a Malta.
Le conseguenze sui salari
Osservare l’andamento della produttività aiuta a valutare un sistema economico dal punto di vista della sua capacità di creare valore attraverso le ore di lavoro disponibili. Se a parità di ore lavorate un paese crea più valore sarà in grado di permettersi salari migliori; se invece la produttività è ferma, o addirittura in calo, i salari resteranno probabilmente bassi. Nel caso dell’Italia oggi la produttività non aumenta perché, nonostante un incremento dell’occupazione rilevato negli ultimi anni, un numero crescente di lavoratori è stato indirizzato verso settori a bassa produttività. In Italia su circa 24,2 milioni di occupati il 19,3% lavora nell’industria in senso stretto (escluse le costruzioni) e il 20,4% nel commercio, nella ristorazione e nel settore alberghiero: percentuale che sale al 69,9% se si considerano gli occupati nei servizi nel loro complesso.
Se è vero che ristorazione e turismo rappresentano ambiti importanti e che coinvolgono molta forza lavoro e quindi molte ore lavorate, allo stesso tempo possono offrire una produttività limitata al confronto con l’industria o con i settori ad alta tecnologia. Se fino al 2019 e poi al 2020, con le sue condizioni del tutto eccezionali, la produttività italiana ha continuato a crescere, pur se a ritmo lento, successivamente a frenarla è stata anche la scelta di puntare sul lavoro precario e sottopagato, invece che investire in tecnologia e innovazione per assumere manodopera qualificata, cioè su quello che avrebbe potuto invertire la tendenza.
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