Treasury al 5,27%. L’indicatore che nel 2007 nessuno volle ascoltare sta suonando di nuovo

Tommaso Scarpellini

Commenta

I Treasury al 5,27% fanno tremare Wall Street. Crisi in arrivo o occasione storica? I numeri raccontano una storia che pochi vogliono sentire.

Treasury al 5,27%. L'indicatore che nel 2007 nessuno volle ascoltare sta suonando di nuovo

Segui Money.it su Google Aggiungici alle fonti preferite per vedere più spesso le nostre notizie nei risultati di ricerca.

Il rendimento dei Treasury decennali statunitensi ha toccato il 5,27%, un livello che non si vedeva dal 2007 quando, nel giro di pochi mesi, ne seguì il peggior crollo finanziario della storia moderna. Per comprendere perché tale livello potrebbe rappresentare un segnale sistemico e non una semplice oscillazione tecnica, vale la pena partire da una domanda apparentemente banale: perché i rendimenti obbligazionari salgono?

Quando uno Stato emette debito, offre agli investitori un tasso di interesse in cambio del capitale prestato. Se la fiducia nella solvibilità del debitore si deteriora, oppure se l’offerta di titoli supera strutturalmente la domanda, gli investitori pretendono un premio di rendimento più elevato per accettare quel rischio aggiuntivo. Sembrerebbe essere esattamente questo il meccanismo in atto sui mercati obbligazionari americani: con un debito pubblico che ha superato i $40.000 miliardi e che cresce a un ritmo di circa $8 miliardi al giorno, i mercati inizierebbero a interrogarsi su quanto a lungo il debitore più grande del mondo possa mantenere il proprio status di porto sicuro universale.

La geometria del debito e il circolo vizioso degli interessi

La struttura stessa del debito americano renderebbe il quadro ancora più fragile. Con oltre $1.400 miliardi spesi nell’ultimo anno soltanto per servire gli interessi sul debito pregresso, una cifra destinata a superare $1.700 miliardi entro il 2028, il meccanismo assomiglierebbe sempre più a quello di chi copre il saldo di una carta di credito aprendo contestualmente una nuova linea di credito ogni mese.

Per comprimere artificialmente i rendimenti a lungo termine senza ricorrere formalmente a un nuovo ciclo di Quantitative Easing, la Federal Reserve e il Dipartimento del Tesoro avrebbero strutturato un meccanismo in tre fasi: emissione prevalente di titoli a breve scadenza, acquisto di questi ultimi con liquidità creata dalla banca centrale, e successivo riacquisto dei titoli lunghi al 5% con i proventi così generati. Il Tesoro avrebbe già raddoppiato i programmi di buyback obbligazionario fino a $4 miliardi per singola operazione, con l’obiettivo dichiarato di ancorare i rendimenti sulla curva lunga.

Questo schema potrebbe funzionare nel breve periodo, ma implicherebbe una conseguenza strutturale precisa: ogni dollaro creato per contenere artificialmente i rendimenti rappresenterebbe una diluizione del potere d’acquisto reale di chi detiene liquidità o obbligazioni a lungo termine. Dal 1971, anno dell’abbandono del gold standard, il dollaro avrebbe già perso oltre il 93% del suo valore reale. L’inflazione da asset, ovvero la crescita sostenuta dei prezzi di immobili, indici azionari e beni capitali mentre i saldi dei conti correnti rimangono nominalmente invariati, avrebbe nel frattempo allontanato silenziosamente milioni di risparmiatori dalla ricchezza che credevano di conservare.

Il parallelismo con il 2007 non è puramente retorico. Anche allora i rendimenti obbligazionari a lungo termine erano saliti in modo brusco dopo un prolungato ciclo di denaro facile, mentre le valutazioni azionarie si trovavano su livelli storicamente tesi.

La meccanica della rotazione: come i Treasury risucchiano liquidità dall’azionario

La connessione tra il rendimento dei Treasury e la tenuta dei mercati azionari è più meccanica di quanto sembri in superficie, e merita di essere compresa nel dettaglio. Gli investitori istituzionali, fondi pensione, assicurazioni e gestori patrimoniali, tradizionalmente accettano il rischio azionario soltanto se il mercato offre un rendimento atteso superiore di almeno 3-4 punti percentuali rispetto ai titoli di Stato considerati privi di rischio, una soglia nota in gergo tecnico come equity risk premium.

Con i Treasury che rendono già il 4,5% e con la prospettiva di un’ulteriore ascesa verso il 5,27%, il rendimento atteso implicito che il mercato azionario dovrebbe offrire per continuare a giustificare il rischio si avvicinerebbe all’8% annuo. Le valutazioni correnti, lette attraverso il CAPE di Shiller, suggerirebbero invece rendimenti reali medi per il prossimo decennio compresi tra il 3% e il 4%. Quella soglia sembrerebbe quindi difficilmente raggiungibile. Il risultato logico di questa divergenza potrebbe essere una rotazione strutturale: vendere azioni e riallocare su obbligazioni governative, uno schema che si è già materializzato nel biennio che precedette la crisi del 2000 e nel ciclo 2006-2008.

Quindi...

Il 5,27% sui Treasury non sembrerebbe semplicemente un numero su un grafico: potrebbe rappresentare il segnale che il costo del debito americano ha raggiunto una soglia oltre la quale la geometria dei mercati cambia in modo strutturale, ridisegnando i rapporti di convenienza tra rischio azionario e rendimento obbligazionario esattamente come accadde nel biennio 2006-2007.

La storia finanziaria insegna che i campanelli d’allarme sistemici raramente vengono ascoltati nel momento in cui suonano: Greenspan avvertì dei rischi di concentrazione già nel 1996, ma il mercato impiegò altri quattro anni prima di dare ragione ai dati. Questo non significa che un crollo sia imminente, né che esista una formula sicura per proteggersi. Significa, piuttosto, che potrebbe valere la pena chiedersi con onestà se il portafoglio che si ha oggi reggerebbe dieci anni con i rendimenti reali attesi in territorio negativo, e se la propria esposizione al rischio sia davvero calibrata su quella possibilità.

Commenti

0

Per commentare serve un account Money.it gratuito.

Nessun commento: scrivi tu il primo.

Cerca la tua Azienda su