L’oro ha chiuso il suo peggior trimestre in 13 anni nei tre mesi terminati a fine giugno: ecco il perché.
Mercoledì i prezzi dell’oro sono tornati leggermente in positivo, invertendo le perdite registrate nella mattinata, dopo che il metallo prezioso ha chiuso il suo peggior trimestre in 13 anni nei tre mesi terminati a fine giugno. I futures sull’oro oscillavano appena sopra la parità, a 4.041,30 dollari, mentre i prezzi spot salivano dello 0,49% a 4.025,89 dollari: livelli ben lontani dal massimo storico di 5.586,20 dollari toccato il 29 gennaio.
Il dato che ha scosso gli investitori è preciso: circa il 16% del valore dell’oro è evaporato nel trimestre concluso il 30 giugno, nella peggiore performance trimestrale dal secondo trimestre del 2013. Da inizio anno il metallo ha perso il 7,76% del suo valore, un ribaltamento clamoroso per un asset che solo pochi mesi prima sembrava inarrestabile. Nel 2025 l’oro era cresciuto di circa il 70%, segnando oltre 50 nuovi massimi storici.
I motivi dietro il crollo dell’oro
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Dietro questo capovolgimento di fronte ci sono diversi fattori che si sono sommati. Giovanni Staunovo, analista di materie prime presso UBS, ha spiegato che il tradizionale fascino dell’oro come bene rifugio è stato controbilanciato da dati economici statunitensi migliori del previsto, rendimenti reali più elevati, un dollaro più forte e un atteggiamento meno accomodante della Federal Reserve sul percorso dei tassi di interesse.
La riunione della Fed di giugno ha segnato un’inversione netta rispetto alle attese di inizio anno. Diversi membri del comitato hanno espresso la necessità di almeno un rialzo dei tassi entro la fine del 2026, ribaltando le previsioni iniziali che indicavano invece tagli in arrivo. A questo si aggiunge il rialzo dei rendimenti dei Treasury, con il decennale statunitense salito fino al 4,467%, e un dollaro rafforzato dalle aspettative di una politica monetaria più restrittiva. Un dollaro forte rende l’oro più costoso per gli acquirenti esteri, riducendone l’attrattiva.
Il dato sorprende ancora di più se si considera il contesto geopolitico. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran e la crisi dello Stretto di Hormuz avrebbero dovuto, in teoria, spingere gli investitori proprio verso il bene rifugio per eccellenza, quindi verso l’oro. E invece è accaduto l’esatto contrario.
Secondo alcune analisi di mercato, l’oro non si è comportato come un classico bene rifugio, ma piuttosto come un asset legato ai flussi di riserva globale. Flussi che, in questa fase, si sono improvvisamente invertiti, complice il timore di un rallentamento della crescita economica mondiale più che la ricerca di sicurezza. Dopo un accordo di pace provvisorio tra Stati Uniti e Iran firmato a giugno, i prezzi del petrolio sono tornati sui livelli pre-bellici, riducendo la pressione inflazionistica che aveva inizialmente sostenuto la corsa dell’oro.
Nonostante il tracollo dell’ultimo trimestre, l’oro continua comunque a svolgere un ruolo chiave nei portafogli degli investitori. Amundi, nel suo rapporto di metà anno sulle prospettive globali, indica tre fattori strutturali che dovrebbero sostenere la domanda di oro anche nella seconda metà del 2026: il primo è un contesto di politica monetaria più difficile da interpretare, il secondo riguarda gli elevati livelli di debito pubblico nelle economie avanzate e il terzo è la continua diversificazione delle banche centrali lontano dagli asset denominati in dollari.
La recente indagine annuale del World Gold Council sulle riserve auree delle banche centrali conferma questa tendenza: un numero crescente di istituti centrali a livello globale si prepara ad aumentare le proprie riserve auree nel corso del prossimo anno.
Non tutti, però, condividono lo stesso ottimismo sui tempi. Ewa Manthey, commodities strategist di ING, ha rivisto al ribasso le proprie previsioni, stimando un prezzo medio di 4.300 dollari nel terzo trimestre 2026 e di 4.600 dollari nel quarto trimestre, livelli inferiori rispetto alle stime precedenti di 4.850 e 5.000 dollari.
Il consenso tra gli analisti, in ogni caso, converge su un punto: non si tratta di un crollo strutturale, ma di una correzione dopo un anno straordinario, alimentata da meccanismi tecnici come prese di profitto, ordini stop-loss e deflussi dagli ETF, capaci di autoalimentarsi nel breve periodo.