Tfr pagato a rate, per i dipendenti pubblici cambia tutto: la decisione del Tar spiegata

Simone Micocci

20 Giugno 2022 - 11:05

condividi

Dipendenti pubblici, il pagamento a rate del Tfr potrebbe essere incostituzionale. Così il Tar del Lazio chiede l’intervento della Consulta.

Tfr pagato a rate, per i dipendenti pubblici cambia tutto: la decisione del Tar spiegata

Novità importanti per i dipendenti pubblici in quanto potrebbero esserci delle modifiche all’attuale sistema di pagamento del trattamento di fine rapporto (Tfr).

Per i dipendenti pubblici, d’altronde, le modalità e le tempistiche di pagamento differiscono rispetto al settore privato. Oltre a dover attendere molto tempo, da uno a due anni, per la liquidazione del Tfr sono previste diverse tranche di pagamento.

Nel dettaglio, i primi 50 mila euro vengono pagati nella prima rata, mentre eventuali somme che superano questa soglia verranno dilazionate negli anni successivi. Nel dettaglio, se l’ammontare complessivo lordo è superiore a 50 mila euro, ma comunque inferiore a 100 mila euro, il Tfr viene pagato in due rate annuali; qualora invece l’importo risultasse superiore a 100 mila euro, le tranche annuali sarebbero tre.

Ed è proprio questo l’oggetto della contesa: secondo il Tar del Lazio, infatti, tale meccanismo potrebbe essere incostituzionale ed è per questo che chiede l’intervento della Corte Costituzionale.

Tfr pagato a rate, per il Tar del Lazio potrebbe essere incostituzionale

Per i dipendenti pubblici, da sempre convinti che il metodo per la liquidazione del Tfr da parte dell’Inps li penalizzi oltremisura, leggere quanto segue sarà un sollievo. Ma è bene sottolineare che per il momento non c’è alcun cambiamento, visto che bisognerà comunque attendere una nuova pronuncia della Consulta.

Ma andiamo con ordine. Il Tar del Lazio si è detto possibilista sul fatto che pagamento a rate della buonuscita per i dipendenti pubblici viola il diritto alla giusta retribuzione (articolo 36 della Costituzione), nel quale è compreso anche il diritto a ricevere tempestivamente le somme maturate durante il rapporto di lavoro. Lo fa con l’ordinanza n. 06223 del 17 maggio 2022, chiedendo l’intervento della Corte Costituzionale.

Si chiede, dunque, d’intervenire sul meccanismo entrato definitivamente in vigore nel gennaio 2014, con il quale - al fine di salvaguardare i conti pubblici - è stato introdotto un sistema di pagamento del Tfr ad hoc per i dipendenti pubblici.

Nel dettaglio, questi oltre a dover attendere tra i 12 e i 24 mesi (più altri 3 mesi) dalla cessazione in servizio per l’arrivo della prima rata, devono accontentarsi inizialmente di una sola parte di quanto maturato. L’intero Tfr, infatti, viene liquidato solamente dopo altri 12 mesi (qualora l’importo sia inferiore a 100 mila euro), o persino 24 mesi (per ricevere la parte che supera i 100 mila euro).

Prendiamo come esempio Tizio, dipendente pubblico che accede alla pensione anticipata con un Tfr maturato pari a 120 mila euro. Dalla cessazione in servizio passeranno dai 24 ai 27 mesi (all’Inps vengono dati 3 mesi di tempo per procedere all’erogazione delle somme spettanti) per il pagamento dei primi 50 mila euro. Altri 50 mila euro saranno pagati solamente l’anno dopo, mentre i restanti 20 mila dopo altri 12 mesi.

Un meccanismo che, secondo il Tar del Lazio, ha fatto sì che si smarrisse “quell’orizzonte temporale definito e la iniziale connessione con il consolidamento dei conti pubblici che l’aveva giustificata”. A oggi, quindi, tale meccanismo di pagamento non avrebbe più motivo di esistere in quanto in contrasto con i principi costituzionali che, “nel garantire la giusta retribuzione, anche differita, tutelano la dignità della persona umana”.

La Corte Costituzionale in passato si è già espressa

Potrebbero esserci buone possibilità affinché la Corte Costituzionale si esprima favorevolmente sulla questione, obbligando il Governo a intervenire. Come ricordato dal Tar del Lazio, infatti, la Corte Costituzionale ha più volte affermato il principio per cui se si vuole andare contro a un principio tutelato dalla Costituzione, come quello che stabilisce l’erogazione tempestiva della retribuzione, è necessario che ciò avvenga entro un arco temporale definito e che sia giustificato da una “crisi contingente”.

Per questo motivo, come stabilito dalle sentenze n. 178 del 2015 e 173 del 2016, una tale deroga deve “atteggiarsi quale misura una tantum”. Il problema è che oggi questo meccanismo è diventato strutturale, ragione per cui viene chiesto alla Corte Costituzionale d’intervenire per modificarlo.

Sempre la Corte Costituzionale, infatti, ha ribadito (nella sentenza n. 485 del 2005) che le indennità di fine rapporto costituiscono comunque parte del compenso “dovuto per il lavoro prestato, la cui corresponsione viene differita – appunto in funzione previdenziale – onde agevolare il superamento delle difficoltà economiche che possono insorgere nel momento in cui viene meno la retribuzione”. Una sorta di retribuzione differita che è importante non perda il collegamento con la prestazione lavorativa svolta: ed è per questo è che è fondamentale la tempestività della sua erogazione.

Iscriviti a Money.it