Terre rare a 123 dollari al kg. La strategia USA contro Pechino entra nel vivo

Sergio Giraldo

24 Febbraio 2026 - 07:50

Salta il prezzo minimo Usa. Il CME studia futures, India e Brasile si muovono. La Cina resta centrale, ma il mercato cambia gli equilibri.

Terre rare a 123 dollari al kg. La strategia USA contro Pechino entra nel vivo

Il mercato delle terre rare sta vivendo una fase che solo fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata improbabile, a dire poco. I prezzi del neodimio e del praseodimio, cioè i due elementi-chiave per i magneti permanenti impiegati in auto elettriche, turbine eoliche e sistemi di difesa, sono saliti fino a 123 dollari al kg, il livello più alto da luglio 2022. Quasi un raddoppio in soli sette mesi che cambia molto la geografia del potere nel settore.

L’aumento dei prezzi ha quale primo effetto quello di rendere superfluo il meccanismo di prezzo minimo garantito da Washington a MP Materials, fissato a 110 dollari al chilo.

Per chi lo avesse dimenticato, nel luglio 2025 il Dipartimento della Difesa statunitense ha siglato un accordo con MP Materials con cui Washington ha acquistato 400 milioni di dollari di azioni privilegiate convertibili emesse dall’azienda, con un prezzo di conversione fissato a 30 dollari per azione. L’accordo prevede anche un ritiro degli ossidi e raffinati di terre rare da MP Materials per dieci anni ad un prezzo minimo di 110 dollari al kg.
Si tratta di un sostegno pubblico in caso di quotazioni troppo basse, per proteggere il campione nazionale USA, scelto dal governo, dalla concorrenza cinese, che può tenere i prezzi bassi e scoraggiare così la concorrenza. Ora che il prezzo di mercato è sopra la soglia, il sussidio non scatta, ed è il mercato che si sta adattando.

Dietro la salita dei prezzi ci sono una domanda sostenuta per magneti e le restrizioni dell’offerta in Cina, ma ora il punto è che se fino a ieri Pechino poteva schiacciare i prezzi grazie al suo dominio (circa il 90% della raffinazione e il 70% dell’estrazione globale) oggi la dinamica è più contrastata. La sospensione delle spedizioni verso la Cina da parte di operatori occidentali e la costruzione di catene alternative stanno introducendo nuove tensioni competitive.

Il nodo resta la formazione e la trasparenza del prezzo. Attualmente i benchmark su questo tipo di mercato, molto opaco, sono cinesi, pubblicati da agenzie che operano nel quadro normativo di Pechino. Qui entra in gioco il Chicago Mercantile Exchange, la più grande borsa mondiale di derivati, che sta lavorando a un contratto futures su neodimio e praseodimio, che sarebbero una novità assoluta. L’obiettivo è consentire a governi, imprese e banche di coprire l’esposizione a un settore finora dominato da prezzi spot poco liquidi e altamente volatili
Anche l’Intercontinental Exchange, storico mercato rivale del CME, valuta iniziative analoghe. Un mercato futures occidentale non eliminerebbe il peso della Cina, ma ne ridimensionerebbe la capacità di influenzare unilateralmente le aspettative. E, soprattutto, faciliterebbe il finanziamento di nuovi progetti minerari, oggi frenati dall’impossibilità di coprire il rischio prezzo.

Se questa è la strada che gli Stati Uniti stanno imboccando, non possiamo dimenticare che in questi giorni si parla di nuove intese sulle materie prime tra grandi economie emergenti. L’India sta rafforzando la cooperazione mineraria con partner strategici per garantirsi accesso a minerali critici e sostenere la propria espansione industriale. Segnatamente, si parla del Brasile, il cui presidente ha annunciato un accordo in tal senso con Nuova Delhi.
La Cina, in conclusione, resta il dominus di un mercato molto difficile, ma gli Stati Uniti e i paesi emergenti si stanno organizzando. L’Europa latita, come quasi sempre accade.