Alla fine, se deciderà di andare incontro ai desiderata sui tassi USA del presidente americano Donald Trump, la Fed - ancora per poco nelle mani di Jerome Powell - rischierà di distruggere un asset ben preciso, facendo però al contempo schizzare le quotazioni di un altro strumento di investimento.
Il doppio scenario è altamente probabile, visto l’imminente cambio di guardia alla banca centrale americana. Wall Street e i mercati di tutto il mondo sono infatti con il fiato sospeso, in attesa di conoscere il nome del prossimo presidente della Federal Reserve, che sarà annunciato a breve da Trump. Trump che, senza alcuna ombra di dubbio, si assicurerà che il successore di Jerome Powell sia innanzitutto dovish, dunque propenso a tagliare i tassi, per dare una sferzata più forte all’economia americana.
Ma i tagli dei tassi, di norma ben accolti dai cittadini e diventati perno delle politiche economiche dei governi populisti, non producono gli stessi effetti su tutti gli strumenti finanziari. In alcuni casi, le loro conseguenze sono decisamente deleterie, così come sono positive in altri. E a Wall Street già si inizia a parlare dell’asset che potrebbe soffrire in modo decisamente significativo nel 2026, a causa di eventuali nuove e continue sforbiciate dei tassi USA, così come di un altro che potrebbe invece guadagnare molto, per lo stesso motivo.
La Fed sarà costretta a varare profondi tagli dei tassi, facendo balzare l’oro e distruggendo il dollaro
A presentare il doppio scenario è stato Felix Vezina-Poirier, responsabile strategist di Daily Insights, divisione di strategia globale sui cross asset di BCA Research, autore dell’articolo “Opinion: The Fed will be forced into deep rate cuts in 2026 — boosting gold and breaking the dollar”.
Poirier ha scritto di ritenere che la prospettiva di altri tagli dei tassi USA da parte della Fed è già considerata molto probabile, per ragioni piuttosto evidenti: “ il rallentamento della crescita e dell’occupazione ”, e l’inflazione che, sebbene tuttora superiore al target prestabilito dalla Fed, secondo Vezina-Poirier “è contenuta”.
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Il risultato, come riassume il titolo, è che “la Fed sarà costretta a varare tagli (dei tassi) profondi nel corso del 2026, facendo volare l’oro e facendo a pezzi il dollaro ”.
Lo strategist di Daily Insignts sostiene in generale che, quest’anno, “la Federal Reserve USA taglierà probabilmente i tassi più di quanto gli stessi banchieri centrali e i mercati finanziari prevedano”.
Il motivo principale risiede nell’erosione del mercato del lavoro degli Stati Uniti, che continua a peggiorare.
Segnali di indebolimento arrivano anche dalla crescita dei salari, come è stato dimostrato dai Non Farm Payrolls di novembre.
In generale il dato, pur mettendo in risalto una crescita positiva delle buste paga, ha confermato come la creazione dei nuovi posti di lavoro si sia concentrata in pochi settori, principalmente in quelli “dell’istruzione e dei servizi sanitari”, a fronte di “settori più ciclici, dove la crescita è stata minima”.
Elemento cruciale, il tasso di disoccupazione è salito dal 4,4% al 4,6%, mentre il tasso U-6, considerato da molti parametro più affidabile per misurare le condizioni di salute del mercato del lavoro USA, è balzato dall’8% all’8,7%.
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La Fed, dunque, potrebbe essere costretta secondo l’esperto ad agire in modo più incisivo per salvare l’occupazione USA: sicuramente più incisivo rispetto a quanto previsto dall’ultimo dot plot annunciato dalla Banca centrale in concomitanza con l’ultimo atto del 2025 del 10 dicembre scorso, quando Powell & Co. hanno abbassato i tassi USA dal range compreso tra il 3,75% e il 4% alla nuova forchetta tra il 3,5% e il 3,75%.
In quell’ultimo Fed Day del 2025, l’istituzione ha diffuso anche il nuovo dot plot, che si è confermato fotocopia del precedente, ribadendo che le previsioni medie degli esponenti del FOMC sulla direzione dei tassi puntano tuttora a un solo taglio nel 2026 e a un altro nel 2027, prima che i tassi sui fed funds centrino il target di più lungo termine, che staziona attorno al 3%.
Ma quel dot-plot, ha spiegato Vezina-Poirier, si basa su due assunti, presenti nelle nuove proiezioni stilate sempre dalla Fed: una crescita più forte e un tasso di disoccupazione più basso nel 2026. Proiezioni che, “sebbene possibili”, secondo lo strategist “non rappresentano l’esito più probabile”, visto che a suo avviso i tagli saranno molto probabilmente più numerosi.
Di conseguenza, il consiglio agli investitori è di “prestare attenzione a come il dollaro risponderà a (eventuali) notizie negative relative alla crescita economica”.
Attenzione tuttavia anche all’asset tra i migliori del 2025, ovvero all’oro che ha ricevuto una spinta al rialzo (anche) dalla debolezza del dollaro USA.
View ancora bearish sul dollaro USA dopo la perdita peggiore dal 2017. L’esito del sondaggio
La relazione inversamente proporzionale tra i prezzi delll’oro e il dollaro USA è conosciuta, e il consensus rimane tuttora ribassista sul biglietto verde, come emerge dagli ultimi e recenti sondaggi stilati da Reuters, che indicano un orientamento bearish sulla valuta USA a causa delle persistenti preoccupazioni dei mercati per l’indipendenza della Federal Reserve e per le possibili mosse future.
Secondo gli analisti intervistati, l’eventualità di tassi di interesse più bassi avalla un nuovo indebolimento del dollaro, dopo una perdita dell’indice DXY che, nei confronti delle principali valute mondiali, è stata già di quasi il 10%, la performance più debole dal 2017.
I sell sono stati scatenati dai rischi legati ai dazi statunitensi imposti da Trump, che si sono confermati i più alti dalla Grande Depressione, così come dalla debolezza del mercato del lavoro degli States e dai diversi trilioni di dollari di nuovo indebitamento USA previsti nei prossimi anni.
E, secondo il sondaggio lanciato da Reuters e condotto dal 5 al 7 gennaio, il trend ribassista del dollaro continuerà anche nel 2026, proprio a causa del fattore Federal Reserve.
La media dei risultati del sondaggio, sostanzialmente invariata rispetto a dicembre, punta infatti a un rialzo dell’euro di circa l’1% per trimestre, con il cambio EUR-USD che raggiungerebbe $1,19 alla metà dell’anno 2026 e $1,20 a fine 2026.
Solo il 17% dei partecipanti — 12 dei 71 analisti intervistati — prevede un indebolimento dell’euro rispetto ai livelli attuali entro la fine del 2026.
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Dollaro USA stremato da continuo assedio di Trump all’indipendenza della Fed
Tra i bearish Vincent Reinhart, chief economist di BNY Investments ed ex membro dello staff della Fed, che ha identificato nella Federal Reserve, per la precisione nel continuo assedio di Trump all’indipendenza della banca centrale USA, una minaccia importante per il dollaro americano:
“La Casa Bianca vuole prendere il controllo della politica monetaria e indicare la direzione dei tassi — e questa direzione è verso un maggiore allentamento”.
Reinhart ha aggiunto che, nel breve periodo il dollaro, si muoverà lateralmente, con poche novità nella politica monetaria fino alla nomina del nuovo presidente della Fed. Ma “nel medio-lungo termine, ci sono molte ragioni per cui il dollaro potrebbe deprezzarsi. La Fed allenta più di altre banche centrali, gli Stati Uniti sono visti come un safe haven meno attraente e il differenziale di crescita tra gli USA e i principali partner commerciali si riduce”.
Tutto, mentre i futures sui tassi di interesse prezzano almeno due tagli dei tassi della Fed quest’anno - dunque, come ha fatto notare Felix Vezina-Poirier, responsabile strategist di Daily Insights - più di quanto emerge dal dot plot, con un margine di ulteriori allentamenti qualora le decisioni di politica monetaria venissero influenzate maggiormente dalla politica.
Diversi sono gli analisti che rimarcano il rischio politico per il dollaro, citando oltre all’era post Powell anche i tentativi del presidente Donald Trump di rimuovere la governatrice della Fed, Lisa Cook.
“ Se Trump riuscisse a rimuovere Cook, ci sarebbero maggiori flussi di capitali in uscita dagli asset statunitensi, in particolare dal reddito fisso e dall’AI”, ha commentato Erik Nelson, responsabile della strategia FX per il G10 presso Wells Fargo, considerato il più accurato previsore delle principali valute nei sondaggi Reuters dello scorso anno, secondo le stime di LSEG StarMine.
“Potremmo anche assistere al rischio che vengano rimossi altri membri del consiglio, aumentando la pressione implicita sulla Fed”, ha aggiunto Nelson, osservando che ciò probabilmente anticiperebbe il trend di debolezza del dollaro e ne accentuerebbe l’entità.
La pressione sul dollaro USA farà volare l’oro?
Una eventuale politica monetaria della Fed ancora più accomodante potrebbe comunque, proprio indebolendo il dollaro, fare da assist alle quotazioni dell’oro, reduci da un balzo, con riferimento ai contratti spot, pari a +64,4% nel corso del 2025, praticamente la performance annuale più forte su base annua dal 1979.
In particolare, la divisine di ricerca di UniCredit, nel pubblicare il rapporto Compass 2026, ha scritto di intravedere rischi al rialzo, “man mano che i mercati ricalibrano le aspettative sulla politica monetaria e sul sentiment di rischio globale”.
“Con i fattori strutturali di lungo periodo ancora intatti, manteniamo una visione costruttiva. Ci aspettiamo che l’oro scambi in un range compreso tra 4.100 e 4.400 dollari l’oncia nel 2026, mentre il contesto degli investimenti globali continuerà a favorire gli asset rifugio”.
L’oro come ha scritto Vezina-Poirier, responsabile strategist di Daily Insights, potrebbe brillare ancora di più se la Fed, così come prevede, dovesse tagliare i tassi in modo ancora più significativo nel corso di quest’anno. Prospettiva che l’esperto dà praticamente come certa. Ci sono previsioni sull’oro decisamente più aggressive: come quella della divisione di ricerca di JPMorgan, secondo la quale i prezzi del bene rifugio potrebbero schizzare fino a $5.055 nel quarto trimestre del 2026.
Sebbene i prezzi si siano leggermente ridimensionati dal picco di 4.549 dollari a causa delle prese di profitto, il trend di fondo rimane rialzista. Gli investitori stanno attualmente osservando con attenzione il livello di resistenza a 4.450 dollari. Un superamento di questa soglia potrebbe segnalare una corsa diretta verso il livello psicologico dei 4.600 dollari. Gli analisti di Morgan Stanley hanno già fissato un target per i prezzi, nel corso del 2026, pari a $4.800. Ma c’è da scommettere che eventuali tagli dei tassi USA più numerosi potrebbero portare gli esperti a ritoccare al rialzo le loro previsioni.
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