Dazi auto, ecco chi davvero ne pagherà (davvero) il prezzo in borsa

Tommaso Scarpellini

3 Ottobre 2025 - 07:01

Dazi, inflazione e auto: tra margini sotto pressione e titoli in caduta, il futuro dell’industria europea sembra scritto, ma non tutto è come appare.

Dazi auto, ecco chi davvero ne pagherà (davvero) il prezzo in borsa

Ma ci siamo davvero dimenticati dei dazi di Trump? L’impatto sarà evidente, e lo sarà presto. Prima di tutto sull’inflazione. Ma entriamo nel dettaglio di uno dei settori che più distinguono l’Europa, quindi anche noi: l’automotive. Perché diciamocelo chiaramente: l’auto è il settore che rischia di essere colpito più duramente. Non è solo un tema di aumento prezzi al consumo: se i consumatori non riuscissero a sostenere questi rincari, allora il vero problema sarebbe sui margini delle imprese europee.

E qui entra in gioco un aspetto che ci riguarda molto da vicino: gli italiani hanno ancora oggi in portafoglio tantissimi titoli automobilistici, un’eredità di Borsa storica che si trascina da decenni. Marchi come Stellantis, Ferrari, Volkswagen, BMW, Mercedes fanno parte dell’immaginario comune dell’investitore medio. Ma proprio questi titoli sono quelli che stanno soffrendo di più in borsa, ormai da anni: prima per colpa del rallentamento in Cina, adesso per l’effetto dei dazi USA.

Dunque la domanda è: quali sono i titoli a cui prestare davvero attenzione e perché?

Le nuove tariffe in numeri

Il pacchetto di tariffe annunciato dall’amministrazione Trump prevede un’escalation molto chiara. Si parla di un impatto complessivo sulle importazioni di veicoli e componenti stimato in circa 41 miliardi di dollari nel primo anno, 45 miliardi nel secondo e 52 miliardi nel terzo.

Tradotto in pratica: un incremento progressivo e non trascurabile dell’inflazione specifica sui prezzi auto nuove, stimato intorno al +3% nel primo ciclo.
E nota bene: quando si parla di dazi e inflazione, conviene distinguere tra inflazione “headline” (cioè l’indice generale dei prezzi al consumo) e inflazione “core” (che esclude beni volatili come energia e cibo). L’auto rientra invece tra i beni durevoli, e quindi un suo aumento di prezzo ha un effetto più persistente sul costo della vita percepito dalle famiglie.
La tariffa standard fissata dagli Stati Uniti è del 25% sulle auto e sulle parti chiave. Non è però uniforme per tutti i Paesi:

  • Messico e Canada: 25% su molte componenti, con sconti parziali grazie all’accordo USMCA.
  • Giappone e Corea del Sud: bloccati al 15%.
  • Regno Unito: tariffa ridotta al 10%.
  • Unione Europea: la più colpita, con una tariffa al 15%, tempistica incerta.

E nota bene: la differenziazione tariffaria è uno strumento di politica economica e geopolitica. Concedere tariffe ridotte ad alcuni partner commerciali e più alte ad altri significa spingere le aziende a riorganizzare le catene di produzione, favorendo Paesi “alleati” e penalizzando quelli meno allineati.

Le case automobilistiche possono tentare qualche mitigazionelocalizzazione USA, aumenti listini, taglio costi – ma nessuna di queste soluzioni è indolore.

Chi rischia di più

L’Europa rimane l’epicentro del problema. Volkswagen, Mercedes, BMW, Porsche sono i player più esposti. Gli Stati Uniti rappresentano un mercato chiave sia per i volumi sia per l’immagine del brand. Ma i margini sono già sotto pressione per l’aumento dei costi legati a transizione elettrica e R&D.

E nota bene: il concetto di “margine” non è unico. Si parla spesso di margine operativo lordo (EBITDA), di margine operativo netto (EBIT) e di margine netto. Nel settore auto, particolarmente capital intensive, l’erosione di pochi punti percentuali di margine può fare la differenza tra utile e perdita.

Un caso emblematico è Volvo. Il nuovo SUV elettrico EX30, nato per essere entry-level, rischia di perdere appeal: da circa 35.000 dollari si arriverebbe a quasi 46.000 con i dazi. Una differenza che può compromettere la domanda.
Situazione complessa anche per Nissan e per il gruppo Hyundai/Kia, molto esposti al mercato di massa, dove la sensibilità al prezzo è maggiore.

Chi può difendersi meglio

Alcuni nomi hanno più margine di difesa. Toyota è l’esempio più chiaro: brand globale, forte pricing power, rete di produzione diversificata, gamma ampia. Può trasferire parte dei costi senza perdere troppi clienti.
Mercedes-Benz, pur esposta, sfrutta il suo posizionamento premium. Non ha aumentato i prezzi, contando su margini alti e clienti meno sensibili. Ma la strategia non è sostenibile a lungo se i dazi resteranno strutturali.

E nota bene: il concetto di “pricing power” è centrale negli investimenti. Avere pricing power significa poter aumentare i prezzi senza perdere clienti. È una caratteristica tipica dei brand di lusso o dei beni con forti barriere all’entrata, e rappresenta un vero vantaggio competitivo.

Il vero rischio: inflazione e consumatori

Il nodo centrale è capire dove si scaricherà il peso dei dazi. Da un lato, l’inflazione auto aumenterà, incidendo sugli indici dei prezzi. Dall’altro, se i consumatori non potranno sostenere i rincari, i margini industriali si ridurranno.
In entrambi i casi, il settore uscirà indebolito.

E questo si riflette inevitabilmente in borsa. L’investitore medio italiano, esposto a titoli auto, rischia di vedere i propri portafogli penalizzati da fattori globali (Cina, elettrico, supply chain) aggravati dai dazi USA. Il legame tra economia reale e mercati finanziari è spesso sottovalutato. Quando un’azienda affronta pressioni sui margini, questo si traduce in utili più bassi. E siccome il prezzo di un’azione è legato anche agli utili attesi, il mercato tende ad anticipare il peggioramento vendendo i titoli.

Chi paga davvero il conto?

Alla fine, chi paga davvero il prezzo dei dazi auto? Non solo le aziende, non solo i consumatori americani: anche gli investitori europei.

I dazi non sono un fenomeno passeggero. La progressione prevista mostra che l’impatto sarà crescente e difficile da assorbire.
E nota bene: i dazi sono spesso visti come misure temporanee, ma la storia insegna che una volta introdotte diventano difficili da eliminare. Il rischio è che si trasformino in barriere strutturali, modificando permanentemente le catene di valore globali.
Ecco quindi la riflessione: non si tratta di creare allarmismi, né di cedere al panico. Ma è fondamentale essere consapevoli dei rischi. Perché in borsa non paga chi si fa trascinare dalle mode, ma chi capisce in tempo dove stanno cambiando le regole del gioco.